Cerca nel blog

lunedì 17 aprile 2017

POESIA ITALIANA: N.O.E. - NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA


DUE ESEMPI DI POESIA N.O.E. 

GIORGIO LINGUAGLOSSA

(da Risposta del Signor Cogito inedito, 2014)

Il corvo è entrato dalla finestra
Il corvo è entrato dalla finestra.
Una stanza. Atelier del pittore.
C’è solo l’ombra del pittore distesa sul pavimento.
Un cavalletto e una tela bianca.
Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
Il sole prende vita dal quadro e se ne va.
Nel quadro è rimasto solo il mare.
Anche il mare se ne va.
E resta un abito in gessato bianco in una barca
che rema verso una proda.
Ma la stanza è vuota, il mare non c’è.
Il Campari rosso è nel calice di cristallo
che il Signor K. sorseggia.
[…]
Osservo il suo pomo di Adamo, che va su e giù.
Un’ombra bianca si guarda il volto nello specchio.
Nello specchio il calice del Campari. E l’ombra.
Ombre bianche escono dalla tromba delle scale
(al trentunesimo piano della Fifth avenue)
nascono dal cimitero chiamato terra
e vanno verso il mare. Si spogliano nude.
Entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
[…]
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.
Il direttore d’orchestra ripiega le sue ali nere
dietro le spalle, e chiede al musicista:
«Suonate qualcosa, Signore?».
«Non c’è nessuno qui, sono tutti
morti». «Non posso suonare».
[…]
Finestre buie, Finestre nere. Porte buie. Porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.
Il musicista imbraccia l’archetto.
Il violino si avvicina al fuoco.
Tra poco dalla finestra entrerà il ghiaccio.
[…]
Bussano a una porta. La maniglia di ottone
gira con un flebile stridio: è il Signor K.
«Vostra Grazia…».
Il Campari si dirige verso le labbra del Signor K.
L’archetto cammina verso il violino
le mie dita corrono verso l’archetto.
Il fuoco incespica, s’impenna, li insegue,
tra poco li raggiungerà.
[…]
«Quale “capriccio”, Vostra Grazia?».
«Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo».
*
MARIO M. GABRIELE

(da L’erba di Stonehenge, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016)

La notte celò i morsi delle murene.
Tornarono le metafore e gli epistemi
e una folla “che mai avremmo creduto
che morte tanta ne avesse disfatta”:
Wolfgang, borgomastro di Dusseldorf,
Erich, falegname in Hamburg,
Ruth, vedova e madre di Ehud e di Sael,
Lothar e Hans, liutai.
Questa è la casa: -Guten Morgen, Mein Herr,
Guten Morgen-, disse Albert.
Qui curiamo le piante e le orchidee,
offriamo sandali e narghilè ai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostela.
Sui gradini dell’Iperfamila,
tra stampe di Kandinskij e barattoli di Warhol,
Moko Kainda sognava l’Africa di Mandela.
-“Doveva essere migliore degli altri
il nostro XX secolo”- scriveva Szymborska,
tanto che neppure Mss. Dorothy,
chiromante e astrologa,
riuscì a svelare le carte del futuro,
né Daisy si dolse del sole africano,
ma dei muri che chiudevano
le terre di Samuele e di Giuseppe.
E non era passato molto tempo
da quando Margaret e Jennifer
(che pure in vita dovevano essere
due anime perfette e pie),
volarono in cielo.
L’alba illuminava gli angoli bui, gli slums.
Era ottobre di canti e heineken
con la foto della Dietrich sul Der Spiegel.
Riapparve la luce,
ed era tuo il lampo sulle colline
bruciate dall’autunno.
Ma è malinconia, mammy,
quella che ha preso posto nella casa
dove neanche le preghiere ci danno più speranza.
Fuori ci sono il drugstore e il giardino degli anziani,
l’eucaliptus e il parco delle rimembranze,
la guardia medica per il tuo tremore Alzheimer.
Fra poco la neve coprirà il poggetto.
Ci sarà poco da raccontare
a chi rimane nella veglia,
dove c’è sempre qualcuno
che parla della lunga barba di Dio
come una cometa
nella notte più silente dell’anno,
quando il gufo da sopra il ramo

sbircia il futuro e vola via.

martedì 14 febbraio 2017

POESIA ITALIANA - MARIO M. GABRIELE


MARIO M. GABRIELE

Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti  furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare.
L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n. 1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.
-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,
chiese un turista.
-E’ la mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.
Allora, che salvi Barbara Strong,
e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
e i morti per acqua e solitudine,
e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
e che ci sia una sola primavera
di verdi boschi e alberi profumati,
come in un trittico di Bosch.
Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.
---
Ci  furono  mostre  di calici sugli altari,
libri di Padre Armeno e di Soledad,
e un concerto di Rostropovic.
Usciti  all’aperto prendemmo  motorways. .
Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di  morire
c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
A San Marco di Castellabate
 la stagione dei concerti era appena cominciata.
Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
di fronte alle arti visive di Cornelis Esher.
Un relatore rimandò  ad una nuova lettura
I Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez.
Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.

Et c’est la nuit, Madame, la Nuit!. Je le jure, sans ironie.

da In viaggio con Godot


domenica 29 gennaio 2017

POESIA ITALIANA - GIORNO DELLA MEMORIA


Da L'Ombra delle parole del 29 gennaio 2017, si riportano i testi di alcuni poeti italiani in onore della Giornata della memoria


Mario M. Gabriele
da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014


Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo
gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.


Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?, 
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta. 
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca 
la fotografia di Enceladon.
Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo. 
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me 
far premere il grilletto da uno dei miei sodali, 
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide, 
preferisco complicare ciò che è semplice. 
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta 
lo specchio ustorio… 
Qualcosa di disdicevole…»
«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero 
mentre fuma un sigaro italiano.
«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. – 
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb? 
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova 
poesia ontologica»?, 
suvvia Cogito, siamo seri… 
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa 
batte batte dentro al cuore come 
blatta che non volerà rimarrà
a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima
diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e
di oggi che sappia pesare 
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca
offerta al dio di tutti 
i popoli di tutte le terre 
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti
di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti 
assediate da cumuli di blatte
affamate impazzite – 
se questo è un uomo

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies … 
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.
S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia 
annoiata dell’occhio, il pettine del vento 
disordinò trasparenza ai miei pensieri.
Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.
Maestra ancora acquerellando giostre 
d’aquiloni rintanati nella memoria: 
si fa più larga madre, ora la notte. 
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale 
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.
Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico, 
tra bianche, flessuose betulle, bivacca 
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.
S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole 
l’inverno oggi si gioca i selfies …




giovedì 19 gennaio 2017

POESIA ITALIANA - ARDENGO SOFFICI


 ARDENGO SOFFICI
(1879 - 1964)


Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni.

Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli da fiera
In giro,
Da una città all'altra di filosofia in delirio,
D'amore in passione di regalità in miseria:
Non c'è chiesa, cinematografo, redazione o taverna che tu non conosca;
Tu hai dormito nel letto d'ogni famiglia.

Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l'ombrello nei caffè d'Europa,
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al
nord al sud
Paesi ore,

Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e i cani;
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica nè il profumo di certe notti affogate nelle
ascelle di topazio.

Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all'inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n.19 nell'Hotel
des Anglais a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate.

Non c'è più tempo:
Lo spazio
E'un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo
Ogni cosa è presente:
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta,
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell'abbaino;
La Ville t'offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny;
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d'autobus,
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della giornalaia
Di rue de la Harpe:
«Pari-curses», « l'Intransigeant» «La Presse».
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle stelle:
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di Rigoletto,

Si caro!
L'uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza al pari dei fiori;

Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani,
O quel soldato di cavalleria galoppante nell'indaco della caserma
Con una ciocchetta di lillà fra i denti.

L'eternità splende in un volo di mosca.
Metti l'uno accanto all'altro i colori dei tuoi occhi;
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione;
E l'automobile tricolore del sole batte sempre più invano
il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo.

Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio,
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l'Opéra,
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli.
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia.

Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia pelle d'amore,
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio:
Nevi,
Mari gialli,
Gongs,
Carovane;
Il carminio di Bomay e l'oro bruciato dell'Iran
Ne porto un geroglifico sull'ala nera.
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza;
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi.

Silenzio musica meridiana,
Qui e nel mondo poesia circolare
L'oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell'iride che s'alza.
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo:
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere di faccia,
I bianchi colombi volteggiano per l'aria come lettere d'amore buttate dalla finestra:

Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico,
La simpatia delle cose lontane;
Ma ci vorrebbero della frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua.
Il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell'estate;
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme.

Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro,
Tant pis! Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches.

 Arcobaleno - Poesie di Ardengo Soffici  - da Simultaneità e chimismi lirici



venerdì 13 gennaio 2017

POESIA AUSTRIACA - CHRISTINE LAVANT


CHRISTINE LAVANT
(1915 - 1973)


Voglio finalmente sapere tutto del dolore!
Rompi la campana di vetro della devozione
e porta via l'ombra del mio angelo.
Voglio andare là, dove la tua mano rinsecchisce
nel cervello dei pazzi, nella crudeltà
di cuori rattrappiti che, morsi dall'ira,
si lacerano da soli per spargere la rabbia
nel sangue del mondo.
Il mio angelo se ne va, con la tenda della grazia
sulle spalle, e una scintilla delle tue braci
ha fuso ora tutto il vetro.
Sono colma di superbia e rumino il coraggio
pazzo e borioso, l'ultimo pane che mi resta
da tutto il raccolto della devozione.
Sei stato molto benevolo, Signore, e molto intelligente,
perché senza di te la campana di vetro l'avrei rotta io.
Adesso voglio dare la caccia al mio cuore con i cani
e farlo sbranare, per risparmiare
un lavoro ributtante alla morte.
Sia grazie a te – ora ne so abbastanza.

Traduzione di Anna Ruchat
Poesia n. 322 Gennaio 2017
Christine Lavant. Porta via l'ombra del mio angelo a cura di Anna Ruchat

mercoledì 11 gennaio 2017

POESIA ITALIANA - ANTONIO SPAGNUOLO


ANTONIO SPAGNUOLO
(1931)

“MEMORIE”

“Parabola”
Ho chiuso i miei conti con il paradiso
ogni traccia che cancelli il peccato
incerto come un bambino smarrito
intento a prosciugare il cruento fiume della tragedia
o a saettare distruzioni amorose.
Ogni segnale confonde i riflessi
a rimbalzi di basalto per improvvise attese,
candida parabola di un umile tormento.
Dispettosa lamella il rimpianto,
cattivo testimone dei ricordi.
*
“Spazi”
Cosa importa se le pareti hanno l’unico rumore
che rimbomba tra battiti,
lo spazio è prigioniero di se stesso
in una cella che toglie la memoria.
Accanto l’urlo distoglie il pensiero
per gli ultimi giorni di luce,
rimbalza ombre tra le mura
della mia esistenza, leggendo ogni segreto.
Tenta beffarmi al di la del riflesso
la speranza impaziente, ruggine indelebile,
così che le labbra hanno l’ultimo salmo .
*

“Abbandono”
Solo in attesa di arrendermi all’improvviso stupore
rincorro i fantasmi dei ricordi per cornici
di un abisso insondabile , di un corrodere
interminabile sbalzi e detriti.
È l’assordante urla dell’angoscia,
la piccola chiave di follie che smemora i desideri,
a sillabare la distanza del tuo abbandono,
adesso che mi manca l’ultimo sentiero
tra le scaglie e la polvere dei giorni
nel tentativo di spezzare le ombre.
*
“Solitudine”
Desideravi un’altra primavera
tra spine delle  rose e nubi solitarie
nei colori della fine di ottobre o la vertigine
che ha confuso il sorriso.
Desideravi ancora brividi per sere,
tra il giallo delle foglie e le coltri,
per rubare moine o veloci sgomenti,
granelli del nido silenzioso.
Ora sfugge il lamento della solitudine
e ti rivedo nuda nell’azzurro del cielo.
*
“Golfo”
Il golfo accenna appena il suo cristallo
nel segno dei gabbiani, finché lo sguardo
insegue il tramonto nel pallido guizzo della spuma.
Scompare l’azzurro anche dei sogni
nell’incerta melodia che tra le note
come un gioco nuovo riprende desideri.
Il vento leggermente ti scompiglia la chioma
nell’impazienza che assottiglia il ritmo
delle attese. Sei il nitido riflesso di risacca.
*
“Dubbio”
Avverto ancora il tuo abbraccio che mi avvolge
nella penombra, ove il tuo mistero
parla con figure a me sconosciute.
Quando a fine di ottobre un tempo breve
ha diviso i risvegli di orizzonte
eri ancora un corpo da toccare,
che annunciava sculture tra le rime.
La stagione sconfina con le piogge
e il mito è vertigine scomposta
in questa solitudine del dubbio.
*

“Parole”

Le mie parole hanno il giogo dell’edera,
strette ai rami , irrequiete al vento per ricordi,
cingono la solitudine in quel nodo
che il nostro amore mostrava insaziabile.
Lungo il tempo hanno un palpito delicato
inseguono il rumore della gente
che non conosce la soglia del cielo
e cede all’ombra dei frammenti
tra le ciglia e gli sguardi.
L’orizzonte incide la tua assenza,
che aleggia timorosa indecisa
nell’eterna vendetta dell’infinito.
Hai negli occhi il fulmine d’autunno,
impertinente e violento , quasi un gioco
che risplende innocente fra le ciglia
e ricama motivi dell’inganno.
Vorresti intrappolare le moine
come un  esile fiore che improvviso
spezza il lungo silenzio, e fra le dita
disperdi il labbro sensuale e dolce.
Soffice nuvola dai capelli neri
racchiudi nel sorriso l’invito clandestino.
Per te l’autunno, spettacolo a colori
che ti scopre le spalle , il seno , il collo,
vorticando gli azzurri nella grazia interdetta,
anche se taci il fulgore, ritorna fuori campo.
E sei sparita , intrecciando la memoria
che mi corrode nel baratto che scioglie la follia.
*
“Luna”
Metto a giacere i riflessi perché non sono io
l’ospite trasudato del tuo sogno,
l’incredibile amante silenzioso
sigillato alle spalle alabastro, riverbero
degli anni troppo presto fuggiti
ed assediati nell’eterno  abisso senza fondo.
Non puoi vedere le mani che alla luna
chiedono ancora illusioni di poesia
mentre il respiro trattenuto è quel sussurro
che le mie labbra fibrillano.
La realtà  è un’immagine dalle sbavature imperfette
e muove chiarori inaspettati.
*
“Sonni”
La maligna brezza delle notti confonde i miei sonni
nel dubbio del silenzio che mi ottunde,
mettendo insieme i pezzi di parole
diverse nel segno , sempre più difficile
nell’alchimia dell’eterno.
Brucia ogni menzogna il rimorso
nel moltiplicare gli sguardi della malinconia
quasi immobile immagine del niente.
Briciole nel luccichio degli ammiccamenti
le pupille non hanno più riflessi.
*