Cerca nel blog

domenica 3 novembre 2019

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE


La nebbia aprì squarci.
Il dubbio era se il mese più corto dell’anno
avesse altre vendette.

Una solitaria tristezza prese la strada più lunga,
senza pigolii d’uccelli allo sbaraglio.

Fu un’antologia di chimismi lirici a portarci in ecstasy.
In nessun porto approdò l’hovercraft.

Ci fu al Berlitz World un memorial day
con uno spartito di Liszt dell’Accademia di Santa Cecilia.

Ogni argine è un approdo di pensieri.
Il jet lag finì con la melatonina.

Un barcaiolo aprì un varco
alle colombe in lutto.

A volte ci si incontra con i vecchi amici.
Qualcuno prepara piani di lettura.

-Per favore, sediamoci
ad ascoltare il Prefatore di questa sera!.-

-Cari signori.
vi parlo di un prologo e di un frammento,
senza leggere i capitoli su Diana Ross.-

Potrebbe essere, il doberman, questa volta,
a trovare il Santo Graal.

Ma non è stato Pietro da Sant’Albano
a citare:’Historia fratris Dulcini Heresiarche”?

Wall Street mi attrae più di New York
e della tomba di Marilyn.

Che ne dici di rifare le scorsaline
per la prossima estate?

Le orchidee sono sempre tristi
come le musiche di Regondi e Pujol.

Abbiamo dovuto  bere il latte
per tornare all’infanzia.

Oggi le Gamma GT- (S/U)
sono andate al di là di ogni Off Limits.

L’uragano ha lasciato le strade deserte
e i marciapiedi divelti.

Dalla finestra all’ultimo piano fino all’Euro Spin
c’è una distanza dove Jenny naviga a vista.




domenica 29 settembre 2019

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE

 
                   


Fuori il buio. La luce che torna. Che abbaglia.
Qualcosa rimane. Sabbia nella sabbia.

Ricordi su display.
Trauma per un vestito in disuso.              .

Fuori e ovunque il buio. La luce che torna.
Oh Shery, ricordi Parigi?

Et c’est la Nuit, Madame, la Nuit!
Je le jure, sans ironie!       :

Una tavolozza  con l’arcobaleno.
La piastra sul fuoco. Go, go!

Fast Food e Hamburger
ai tavolini della Conad.

Aria grigia, pesante. Smoke in the eyes.
Ma  dove è finito Chagall?                                               *

Un passo all’indietro. Reperti fossili.
Fonemi e poliscritture.

Sogno di una notte di mezza estate
con Sara Kestelman e David Waller.    

Le calze di Nancy sul sofà.
La vita: una garrota!

Piccole voci a chiusura del coro.
Uno zufolo nel bosco.

Ketty Borromeo  con gli occhi di lince.
Gli anni nel libro del vento.          

Scatti di Nikon ad Auschwitz
e sulle scarpe di Ninì il Rosso.

Stilmann che dice?  
Aspetta il Washington Post.

Candelabri su Hebron,
come i ceri di una volta a Detroit.


Shalom!

lunedì 20 maggio 2019


Traggo dal Blog: Il Sasso nello stagno, di Angela Greco, che ringrazio moltissimo per la sua gentilezza, una mia poesia dal titolo: “La casa risaliva agli anni 40”, per agganciarmi alla tematica di Giorgio Linguaglossa: “Fondare una oggettoalgia della memoria e dell’Oblio?”, su “L’ombra delle parole” del 28 maggio 2019,, ma soprattutto per ricordare Mariella Colonna e il suo commento attinente il testo poetico.


La casa risaliva agli anni 40

La casa risaliva agli anni 40.
Rividi le mura,
le piastrelle divelte,
il rosso-cupo della camera di Fred.
-Qui non c’è più nessuno-, disse un passante.
Su un gradino ricomposi nomi e volti.
Misurai il tempo finito e non finito,
andando per attimi e quanti.
.
Non bastò ricucire il tempo perduto,
l’odore di prugne nel bosco.
Passavano i camion
come fossero Pony Express.
Gli inverni coprivano di neve porte e finestre.
La famiglia Ruggieri aveva un negozio
di tessuti Prada in città,
e tante matrioske negli scaffali.
.
Zia Evelina ci salutò con affetto
prima di lasciare ogni cosa.
Così decidemmo di non dire nulla
alle foglie d’autunno.
Ha ottantanni e anche più la tartaruga
come l’età della Signora Gilford
che ogni tanto legge The Back Country di Snyder.
.
La storia finì in un battito d’ala.
Non so se fosse flash psichedelico,
o un viaggio à rebours tra passato e presente:
riverberi di specchi nel cupo fumè del giorno.
.
Mario M.Gabriele, da “In viaggio con Godot”
-------------
Commento di Mariella Colonna

Quella casa degli anni quaranta non riesco a togliermela dalla mente: anzi è lei ad accogliermi, come mi accade ogni tanto per “La stanza di Van Gogh”: quando qualche nuvola scura passa nei cieli del mio quotidiano “esserci”…corro in quella stanza, è un rifugio dove restare in silenzio e riprendere quota. Ma questa casa degli anni 40, ormai disabitata, è ancora più presente per l’assenza delle immagini: la vedo con l’anima insieme al poeta che la evoca. 

La voce del passante che dice: “qui non c’è più nessuno” mi risuona dentro, mi chiama a riflettere sul tempo che si aggira dentro di me consumando i miei giorni, ma non c’è tristezza perché lungo uno di quei gradini dove sosta il poeta anche io ricompongo nomi e volti, anche io riporto in vita persone e momenti diventati invisibili e, perciò entrati più profondamente nel mio essere come icone di Vita vissuta. 

Il tempo finito è adesso intimamente unito al non finito, non c’è il vuoto che divora, l’angoscia del nulla si addolcisce con il velo della poesia, con il suo scorrere verso un misterioso “dove”: gli anni quaranta rivivono nell’odore di prugne, al posto della casa ora c’è il bosco e poi le strade percorse dai rumorosi camion, infine la neve che copre anche le immagini assenti, unificando il paesaggio nel freddo candore dell’inverno più che mai attuale. Da questo bianco uniforme prende vita il negozio di tessuti Prada della famiglia Ruggieri, con i vivi colori delle stoffe e delle matriosche sugli scaffali.

Il passaggio dalla vita alla morte, nel cuore di una Vita recuperata ai volti e alle cose,avviene leggero come un venticello di primavera che muove quelle foglie, ignare della morte, che sembrano prendere vita da un quadro di Cezanne o di Monet, a seconda delle preferenze e del gusto di chi legge, ma sempre con accenni e sfumatura di luce sul verde. 

La tartaruga invece è ignara della vita, non sa di avere ottant’anni come la Signora Gilford e che vivrà ancora a lungo, forse più di lei. C’è proprio tutto nelle parole di Mario Gabriele e nei loro ritmi sereni che accettano la vita passata e scivolata via per sempre nel suo presente porsi al di là e, contemporaneamente, nell’intimità del tempo guizzante come un flash psichedelico: passato e presente, due specchi che si riflettono all’infinito e spariscono nel clima senza tempo della poesia.

domenica 28 aprile 2019

LE PASSAGE DE COMMERCE




Le passage de commerce Saint Andre’1952-1953 di Balthus. Olio su tela. 294 x 330. 
Collezione privata.
--------------------------

Si sieda mister Wood.
E’ un piacere parlare con lei.

Le proponiamo le nostre vite
sebbene qualcosa sia rimasta  in noi.

Al Bar Listerin si discuteva di ragazze
bevendo Coca Cola.

Anni di Woodstock 
e della rivolta di Berkeley!

Certi libri come Le parole e le cose di Foucault
erano diventati una biblioteca all’aperto.

Su tutto, rimaneva  il grido di Ginsberg
 con  FREEDOM!

Le vite si divisero
rapportate su Le Monde.

Quale crinale ci aspetta ora,
se anche l’autunno mette a soqquadro mari e terre?

(...)

Appena torna la  luce
riprendiamo il discorso.

Nella cameretta ci sono tappeti e armadi,
vecchi cuscini e arredi.

Dovresti parlare con Adelma
di non buttare più oggetti e cose.

Domani torna la Sinfonia
passando per La Walkiria.

Guardavo le suppellettili,
lo specchio senza inganni di rifrazione.

Chi ha messo fuori uso Wirrwarr
è tornato sul vecchio trampolino.

-Ecco un tavolo per voi-, disse il barman
mettendo in vista il carnet.

“Spazi senza fine terra cielo confusi
tutto immobile non un alito!”chiese Beckett alla troupe.

Ogni giorno Padre Walt si porta una Croce addosso
per non vederla attaccata al muro.

Cosa avrà voluto dire il Signor Eliot
con Sweeney agonista?

Il gilet è pronto.
A destra della tasca c’è la betulla, a sinistra il tulipano.

Nessun mito longevo in famiglia.Daddy si accontentò
dei suoi 69 anni  in una stanzetta dell’Hospital Day.

 (…)

Su  Le passage De Commerce Saint André
ci sono limiti chiusi.

Una bambina gioca con i pupazzi.
Seduto sul marciapiede un uomo osserva.

Pochi frammenti umani
si armonizzano in malinconiche solitudini.

Una sola insegna commerciale
e un cane al centro del vicolo.

Non più di 5 donne nel piazzale
e un giovane con una baguette in mano.

Vicolo cieco, senza uscita.Una finestra aperta.
Palazzi che si guardano in faccia e non dicono nulla.

Una scala. Ma dove porta?
A fianco ad una finestra, c’è una chiave.

Mondo chiuso, senza orizzonti.
Nessuna luce verso l’alba.

A La Court de Rohan,tra il boulevard Saint- Germain
e la Rue Saint Andrè des Arts, si era formato l’occhio di Balthus.

-Sarà sempre così- disse Pierre Klossowski:
-una rievocazione della vita rassegnata a se stessa-.


mercoledì 20 marzo 2019

LE EQUIVALENZE ESTETICHE


L’idea di assemblare i testi poetici di Registro di bordo  in forma di prosa, nasce dal desiderio di verificarne l’interscambiabilità dei due generi letterari, senza creare distanze estetiche da far abbandonare questo progetto. trattandosi di una classica decostruzione e costruzione, della forma che salva gli oggetti, le cose, le propagazioni della realtà, le immagini, il tempo interno ed esterno, le coagulazioni della memoria, le intromissioni psicoestetiche ed esistenziali, le citazioni, e quant’altro derivanti dalla poesia, restano inalterati nel trasferimento verso la prosa.
Il lettore avrà tempo e modo di fare una verifica, senza andare incontro a passaggi disorganici. In altre parole, è il risultato della simultaneità nello scambio formale come rapporto intercomunicante tra poesia e prosa. Ci si accorgerà allora che il passaggio, diventa raccordo naturale di tipo organico e plurimo, fornendo un momento di reciproca equivalenza estetica.
Come esempi esplicativi si riportano alcuni testi poetici integrali, così come concepiti in Registro di Bordo, in modo da tenere in evidernza i due modelli sottoposti a variazione strutturale.

Un verso che sia anche prosa, è il sogno
di tutti i poeti moderni da Browning in poi.
Eugenio Montale

1

Il tempo riannodò i fili della memoria.
Uscimmo per andare ai magazzini Spandau.
Negli scaffali trovammo mostrine delle Schutzstaffel
e l’ultima edizione del Die Tageszeitung.
Un giovane livoriano lasciò i Tamburi nella notte.
Non fu facile tornare a casa.
Il triciclo portava fiori a Shiva
per una grazia a Geltrude Bisleri.
Oh mammy, ora puoi salire sul Machu Picchu
e parlare con le colombe.
La ragazza sul treno adescava il Quinto Evangelio.
Al Savoia tornarono i ballerini di Grease.
Si sta in attesa di Hamm e Clov.
Beltrand si agita. Chiama un rom.
Gli dice di tenere tranquilla la notte.
Un puma fuggì dalla gabbia.
-Questa volta non lo prenderemo. Ci sono alberi e querce,
lupi e trappole nel bosco-,dissero i guardiani.
La linea della vita
è rimasta nella mano come una cicatrice.
Cara Dolin, ricordarti  è stato sfogliare un album
con il rottweiler a guardia dei tuoi piercing.

2

Centrum Palace: Hotel notturno
ci si arrivava in ogni ora del giorno e della notte.
Denise cercava la malinconia di Molière
tra le letterature straniere nella hall.
A Giulia dicemmo di stare alla larga dalle Epifanie
e dai giorni di Palmira.
Nel bonheur du your rimasero  i fogli A 4-80
e un pamphlet mai finito.
Ludmilla ama  le carezze.
Questa è una città che non ha cuore.
- Cara Evelyn, sono John,ti scrivo per dirti
che sto preparando un albero genealogico.
So  che i miei nonni emigrarono  negli Stati Uniti
fermandosi chi a Waterbury  e chi a Boston.
Se puoi aiutarmi  a trovare altri indirizzi
scrivimi al 98 Copper Lantern Drive- U.S.A-.
Passarono  i trasmigranti dell’aldilà
riconoscendo la via, il numero civico, gli abbaini.
Da tempo sono fuori onda
oltre i tuberi,oltre  i vasi di terracotta.
Al Berliner Ensemble tornò Brecht
con musica di Klaus Maria Brandauer.
Una pesante leggerezza si adagiò sul divano
con la psicostasia riportata da Forbes.

3

Convegno alle 20 di sera in Alba Chiara
con i primi workshops.
Weber parlò a lungo degli organismi astratti
e delle idiosincrasie puntando su una nuova Metafisica.
C’erano appunti di Extensions del mese di maggio.
Uno si fece avanti leggendo My Story.
Kriss portò le foto del Muro di Berlino
facendo il meglio di Bresson.
C’è chi ricordò i due Peiniger del III Reich
a caccia del soldato Charlie.
Ha smesso di piovere. Usciamo all’aperto.
Non ci sono le condizioni di attendere l’azzurro.
Prendiamo  lo snowboard
per arrivare a Piazza dei Miracoli.
Attacco di venti gelidi dai Balcani
mentre gustiamo infusi di zenzero e curcuma.
L’aeroporto era chiuso.
Ricevo la tua foto con la casa e il barbeque.
Bussano alla porta. -Conrad, vedi chi è?-.
-Sono Giuditta, Signore! la governante dei Conti Mineo.
-Si ricorda di me?
Prendevo con ritardo il treno Berlino-Milano.
Erano  anni imprevedibili.
Non sembrano che le cose siano cambiate da allora.
Preferisco  lo stile gabardine,
fino a quando ne ha voglia Nostro Signore di Acapulco-.

4

Erika colleziona black days.
Non manda lettere agli amici.
Conserva le parole del signor Wilson
come fossero marenghi d’oro.
-Va bene anche così-disse Charlotte,
conoscendo le incrinature di Erika.
In questo luogo e in questa casa
siamo rimasti abbastanza.
Clelia si era seduta sul sofà
per seguire l’occhiolino della luna.
Vedrai che anche quest’anno verranno i Re Magi
senza lasciare  nulla nelle favelas.
Siamo  qui a percorrere  le strade di ieri.
C’è chi gioca con l’Oblio.
Tu non balli, non prendi un Dufour, non pensi
al clima di Santo Domingo  e di Rio Chavòn.
L’uomo sulla panchina
scambiò la cicuta per un Black Magyk.
Non è che mi dispiaccia molto, ma anche i Fustemberg
non hanno gradito L’opera da tre soldi musicata da Kurt Weil.
Papà Modian ha rinunciato ai corsi della terza età
per un habitat ad Arquà Petrarca.
Mitos riconsidera  tutto d’accapo:
la luce, il buio, “la vita liquida” di Bauman.
Un bulldozer rimosse le ossa verniciate di bianco.
Ci fu chi cercò il killer ad Alexanderplatz.
La sera ha un gran da fare
nel chiudere le finestre nel cielo.
-Signorina Klipster si accomodi qui,sono Sigmund,
lei sa quanti morti si porta dietro Godot?-.

5

Sei rimasta come le foglie del bonsai.
Mi scrivi:-salutami Stella e le amiche di Parma-.
Esco di rado, qualche volta mi fermo al Cabaret.
Riapre il Nasdaq di Londra con le start.up a 10 Buy.
Non lontana dai borghi
c’è la discarica delle stagioni.
Ci riserviamo le prognosi future
e le segrete stanze dell’illusione.
Rispuntano gli ologrammi.
Stasera ci fermiamo  con i turisti by night.
Leggo  e ripongo After Strange Gods
dopo una giornata di meteo invernale.
Qui prepariamo i bouquet
per i compleanni della famiglia.
-Signora,sono arrivati i tulipani. Glieli mando a casa
così nessuno potrà dire: per chi suona la campana!-
C’è sempre un tempo per nascere
e un tempo per morire.
A digiuno ci fermammo nella certosa
ricordando Debora e Barak.
A volte penso ai Boys del Bronx
senza mitragliette e con l’erba tra le mani.
La nostra amica americana si è sposata con la tristezza
da quando ha letto Day by Day.


LE EQUIVALENZE ESTETICHE

1

Il tempo riannodò i fili della memoria.Uscimmo per andare ai magazzini Spandau. Negli scaffali trovammo mostrine delle Schutzstaffele e l’ultima edizione del Die Tageszeitung. Un giovane livoriano lasciò i Tamburi nella notte. Non fu facile tornare a casa. Il triciclo portava fiori a Shiva per una grazia a Geltrude Bisleri. Oh mammy, ora puoi salire sul Machu Picchu e parlare con le colombe. La ragazza sul treno adescava il Quinto Evangelio.Al Savoia tornarono i ballerini di Grease. Si sta in attesa di Hamm e Clov. Beltrand si agita. Chiama un rom. Gli dice di tenere tranquilla la notte. Un puma fuggì dalla gabbia.-Questa volta non lo prenderemo. Ci sono alberi e querce, lupi e trappole nel bosco-,dissero i guardiani. La linea della vita è rimasta nella mano come una cicatrice. Cara Dolin, ricordarti  è stato sfogliare un album con il rottweiler a guardia dei tuoi piercing.

2

Centrum Palace: Hotel notturno ci si arrivava in ogni ora del giorno e della notte. Denise cercava la malinconia di Molière tra le letterature straniere nella hall. A Giulia dicemmo di stare alla larga dalle Epifanie e dai giorni di Palmira. Nel bonheur du your rimasero i fogli A4-80 e un pamphlet mai finito. Ludmilla ama  le carezze. Questa è una città che non ha cuore.-Cara Evelyn, sono John, ti scrivo per dirti che sto preparando un albero genealogico. So che i miei nonni emigrarono negli Stati Uniti, fermandosi chi a Waterbury  e chi  a Boston. Se puoi aiutarmi  a trovare altri  nomi e indirizzi scrivimi al 98 Copper Lantern Drive- U.S.A-.Passarono i trasmigranti dell’aldilà riconoscendo la via, il numero civico, gli abbaini. Da tempo sono fuori onda oltre i tuberi, oltre i vasi di terracotta. Al Berliner Ensemble tornò Brecht con musica di Klaus Maria Brandauer. Una pesante leggerezza si adagiò sul divano con la psicostasia riportata da Forbes.

3

Convegno alle 20 di sera in Alba Chiara con i primi workshops. Weber parlò a lungo degli organismi astratti e delle idiosincrasie puntando su una nuova Metafisica. C’erano appunti di Extensions del mese di maggio. Uno si fece avanti leggendo My Story. Kriss portò le foto del Muro di Berlino facendo il meglio di Bresson. C’è chi ricordò i due Peiniger del III Reich a caccia del soldato Charlie. Ha smesso di piovere. Usciamo all’aperto. Non ci sono le condizioni di attendere l’azzurro. Prendiamo lo snowboard per arrivare a Piazza dei Miracoli. Attacco di venti gelidi dai Balcani mentre gustiamo infusi di zenzero e curcuma. L’aeroporto era chiuso.Ricevo la tua foto con la casa e il barbeque. Bussano alla porta. -Conrad, vedi chi è?- Sono Giuditta, Signore, la governante dei Conti Mineo. Si ricorda di me? Prendevo il treno Berlino.Milano-. Erano anni imprevedibili. Non sembrano che le cose siano cambiate da allora.-Preferisco lo stile gabardine,-disse ancora Giuditta,-fino a quando ne ha voglia Nostro Signore di Acapulco-.

4

Erika colleziona black days. Non manda lettere agli amici. Conserva le parole del signor Wilson come fossero marenghi d’oro.-Va bene anche così-disse Charlotte,conoscendo le incrinature di Erika. In questo luogo e in questa casa siamo rimasti abbastanza. Clelia si era seduta sul sofà per seguire l’occhiolino della luna. Vedrai che anche quest’anno verranno i Re Magi senza lasciare  nulla nelle favelas. Siamo  qui a percorrere  le strade di ieri. C’è chi gioca con l’Oblio.Tu non balli, non prendi un Dufour, non pensi al clima di Santo Domingo  e di Rio Chavòn. L’uomo seduto sulla panchina scambiò la cicuta per un Black Magyk. Non è che mi dispiaccia molto, ma anche i Fustemberg non hanno gradito L’opera da tre soldi musicata da Kurt Weil. Papà Modian ha rinunciato ai corsi della terza età per un habitat ad Arquà Petrarca. Mitos riconsidera tutto d’accapo: la luce, il buio, “la vita liquida” di Bauman. Un bulldozer rimosse le ossa verniciate di bianco. Ci fu chi cercò il killer ad Alexanderplatz. La sera ha un gran da fare nel chiudere le finestre nel cielo.-Signorina Klipster si accomodi  qui, sono Sigmund, lei sa quanti morti si porta dietro Godot?

5

Sei rimasta come le foglie del bonsai. Mi scrivi:-salutami Stella e le amiche di Parma-. Esco di rado, qualche volta mi fermo al Cabaret. Riapre il Nasdaq di Londra con le start.up a 10 Buy. Non lontana dai borghi c’è la discarica delle stagioni. Ci riserviamo le prognosi future e le segrete stanze dell’illusione.Rispuntano gli ologrammi. Stasera ci fermiamo  con i turisti by night. Leggo  e ripongo After Strange Gods dopo una giornata di meteo invernale. Qui prepariamo i bouquet per i compleanni della famiglia. -Signora,sono arrivati i tulipani. Glieli mando a casa così nessuno potrà dire: per chi suona la campana!- C’è sempre un tempo per nasceree un tempo per morire. A digiuno ci fermammo nella certosa ricordando Debora e Barak. A volte penso ai Boys del Bronx senza mitragliette e con l’erba tra le mani. La nostra amica americana si è sposata con la tristezza da quando ha letto Day by Day.

venerdì 22 febbraio 2019

POESIE TRATTE DA "LE FINESTRE DI MAGRITTE"




****
E' passato come l'àlbatros di Baudelaire, l'irrequieto Novecento.
A ritroso tornano alla memoria "La Maison Blanche" a Neuville
Saint Vaast,
Guernica e Nagasaki, le ceneri di Gandhi e Irina -
la ragazza dell'Est- che amava l'oiseau et son nid di Georges Braque,
la scarlattina di Max e Joseph il giorno di Natale,
leggendo lunari e piccoli pamphlets
e poi los ninos pobres de Rio,
i pochi versi di Cibulka nell'infamia del secolo:
"Nun kamen sie (e venivano coloro)
mit denen ich gelebt,(coi quali avevo diviso la vita)
sie sturzten (precipitavano)
die Hange des Monte Casino herab (giù per i pendii
di Montecassino)
lauter Gefallene (tutti caduti)
in sandbraumer Uniform" (in uniforme bruno-sabbia)
con gli anni che credevamo non finissero mai
e che ora sono davanti a noi senza più redini e forza.

***
E' strano, o Violetta, come il tempo bruci l'anima e le cose.
Non c'è speranza per nessuno.
Da anni curo il corpo e il Karma dai veleni del quotidiano.
Munch dal suo deserto di silenzio lancia un grido di dolore.

Tu dove sei?
Forse smarrita nella folla dell'ultimo oktoberfest
tra canti ed heineken e le foto della Dietrich sul Der Spiegel,
o nelle buie gallerie del nulla dove è vano trovare un segno
o una sembianza.
Non c'è traccia di te se non nei notiziari di famiglia
e in qualche scaffale della Biblioteca Comunale.
E ho rivisto "Zlatye gory", le parate dell'Armata Rossa,
l'assassinio di JFK con le ultime notizie di Peter Arnett dalla CNN.
E già si è fatto buio e sono sparite tutte le stelle clarite et belle.

venerdì 15 febbraio 2019

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE da Registro di bordo


Convegno alle sette di sera in Alba Chiara,
via Donzelli 17, con i primi workshops.

Weber parlò a lungo degli organismi astratti
e delle idiosincrasie puntando su una nuova Metafisica.

C’erano appunti di Extensions del mese di maggio.
Uno si fece avanti leggendo My Story.

Kriss portò le foto del Muro del Pianto e di Berlino
facendo il meglio di Bresson.

C’è chi ricordò i due Peiniger del III Reich
a caccia del soldato Charlie.

Ha smesso di piovere. Usciamo all’aperto.
Non ci sono le condizioni  per aspettare l’azzurro.

Facciamo prima se prendiamo lo snowboard
scendendo fino alla Pietà e alla Misericordia.

Direi che siamo in ritardo,
mentre gustiamo gli infusi di zenzero e di curcuma.

Ognuno fa domande, solo il chiwawa sa annusare.
Ho parlato con Dora riallacciando i legami con la sera.

L’aeroporto è chiuso.
Ricevo la tua foto con la casa e il barbecue

Giusy ha fatto in tempo a stappare la bottiglia Montervini.
Sulla  A 14, bloccata dalla frana,c’è chi riesce a fare un selfie.

Una voce salì in superficie
senza tener conto del decibel.

Bussano alla porta. Conrad, vedi chi è?
Nessuno, Signore, sono i cardini che non reggono.

Si ricorda di me? Sono Giuditta, la governante dei Conti Mineo,
che prendeva il treno Berlino-Milano.

Erano anni imprevedibili.
Non sembrano che le cose siano cambiate da allora.

Preferisco il  gabardine come stile, disse ancora Giuditta,
fino a quando ne ha voglia Nostro Signore di Acapulco.









sabato 9 febbraio 2019

RIFLESSIONI SULLA POESIA





Oggi siamo di fronte ad una manovalanza estetica che immette nel mercato una poesia mercificata come pannolini da China Town. Ognuno può scrivere ciò che vuole, pensare come crede, narcotizzarsi ad ogni occasione, tentare perfino di scrivere poesie come favolette per i bambini iperpiretici per farli addormentare. Non c’è più un luogo sociale, esistenziale, storico, pluriculturale dove connettersi.

Continuare col Novecentismo linguistico è operazione di enorme spreco, che non ha mai cessato di esistere. Oggi ci troviamo di fronte ad un concerto demagogico e populistico della poesia; come fenomeno sempre più diffuso anche nelle diverse categorie generazionali.

E’ evidente che tutto questo non può che decretare la morte della poesia, incapace di albeggiare altrove. Si rischia di rimanere nella stagnazione scivolando nella sciatteria, dimenticando la progettualità considerata eversiva, proprio perché ritenuta un attacco all’establishement linguistico dimenticando che ci vuole tanto di senso autocritico del proprio lavoro.

E’ chiaro che in questi termini la critica ufficiale non può che assentarsi, uniformandosi al culto del replay. Scrive Mario Lunetta in Poesia italiana oggi, Paperbacks poeti- New Compton Editori- 1981, pag. 17 della Introduzione: che ”Bisogna operare per la professionalità che non è puro e semplice professionismo, realizzando nel massimo dell’arbitrio il massimo del rigore, operando insomma per e con una letteratura di poesia che contenga sempre al suo interno polisenso la consapevole teoria critica del proprio prodursi”.

Quali siano i frutti di un rinnovamento linguistico non si sa. Ma intanto è lecito proporli salvaguardando le aspettative di un popolo in attesa di un nuovo panorama storico e linguistico. Il lettore silenzioso, che non esprime giudizi, è un critico che si autoesclude da una dialettica oziosa e ostativa, in attesa di documenti e tempi migliori. Il Novecento ha indubbiamente il suo peso maggiore senza escludere chi si attiva con le alternanze linguistiche.

C’è una idea che ci accomuna con la nuova ontologia. Ma anche questa va proposta nei limiti della persuasione estetica, badando ad armonizzare il tutto con un impianto pluricostruttivo attraverso i sistemi collaborativi e interdisciplinari.

—————-

Erika colleziona black days.
Non manda lettere agli amici.

Conserva le parole del signor Wilson
 come fossero marenghi d’oro.

-Va bene anche così-disse Charlotte,
conoscendo le incrinature di Erika.

In questo luogo e in questa casa
siamo rimasti abbastanza con l’ipnotico ideale.

Clelia si era seduta sul sofà
per seguire l’occhiolino della luna.

Vedrai che anche quest’anno verranno i Re Magi
senza lasciare  nulla nelle favelas.

Siamo  qui a percorrere le strade di ieri.
C’è chi gioca con l’Oblio.

Tu non balli, non prendi un Dufour, non pensi
al clima di Santo Domingo  e di Rio Chavòn.

L’uomo seduto sulla panchina
scambiò la cicuta per un Black Magic.

Non è che mi dispiaccia molto, ma anche i Fustemberg
non hanno gradito L’opera da tre soldi musicata da Kurt Weil.

Papà Modian ha rinunciato ai corsi della terza età
per un habitat ad Arquà Petrarca.

Mitos riconsidera  tutto d’accapo:
la luce, il buio, “la vita liquida” di Bauman.

Un bulldozer rimosse le ossa verniciate di bianco.
Ci fu chi cercò il killer ad Alexanderplatz.

La sera ha un gran da fare
nel chiudere le finestre nel cielo.

Signorina Klipster si accomodi qui,sono Sigmund,
lei sa quanti morti si porta dietro Godot?



venerdì 11 gennaio 2019

Commento critico di Giorgio Linguaglossa, da L’Ombra delle parole dell’8 GENNAIO 2019


Poesia di Cesare Pavese
I Mari del Sud (1930)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
un grand’uomo tra idioti o un povero folle
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera.
Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…”
mi ha detto “…ma hai ragione.
La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così”.
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.

Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallí il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
“Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza”.

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno
scrivo sul manifesto: ; Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo; e che la dicano
quei di Canelli”. Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell’altro
e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

Ho postato la poesia di Pavese con un commento sulla metrica usata nella poesia I mari del Sud (1930), perché quella poesia segna uno dei momenti più alti della poesia italiana del novecento. Ora, se facciamo un salto in avanti di circa 90 anni e leggiamo qualche poesia di Mario Gabriele, e le leggiamo in parallelo alla lettura della poesia di Pavese, avremo chiaro sia il quadro di riferimento dello stallo della poesia italiana avvenuto dopo il 1930, anno di pubblicazione della poesia di Pavese e il 2016, anno di pubblicazione del libro di poesia di Gabriele, L’erba di Stonehenge. Lo scarto è abissale. Possiamo dire che Gabriele risolve gran parte dei problemi metrici del «verso libero» che Cesare Pavese non era riuscito a risolvere per mancanza di terreno stabile sotto i piedi, per mancanza di una tradizione stilistica alternativa a cui far riferimento. Perché sia chiaro, una riforma del linguaggio poetico non nasce mai dal vuoto, ci deve sempre essere una tradizione (endogena o esogena) a cui far riferimento.

Penso sia indubbio che il lavoro di approfondimento delle problematiche del «verso libero» e del metro svolto in questi anni dalla nuova ontologia estetica abbia dato dei frutti, e i risultati sono qui, a portata di mano.

Cito dal retro di copertina del libro di Mario Gabriele L’erba di Stonehenge(Progetto Cultura, 2016) pubblicato nella collana da me diretta:
.
«L’elemento di distinguibilità della poesia di Mario Gabriele, sta nella rottura con i canoni dello sperimentalismo e con l’eredità della poesia post-montaliana del dopo Satura (1971), vista come la poesia da circumnavigare, magari riprendendo da essa la scialuppa di salvataggio dell’elegia per introdurvi delle dissonanze, delle rotture e tentare di prendere il largo in direzione di una poesia completamente narrativizzata, oggettiva, anestetizzata, cloroformizzata. Di qui le numerose citazioni illustri o meno (Mister Prufrock, Ken Follet, Katiuscia, Rotary Club, Goethe, busterbook, kelloggs al ketchup, etc.), involucri vuoti, parole prive di risonanza semantica o simbolica, figure segnaletiche raffreddate che stanno lì a indicare il «vuoto». Il tragitto, iniziato da Arsura del 1972, e compiuto con quest’ultimo lavoro, è stato lungo e periglioso, ma Gabriele lo ha iniziato per tempo e con piena consapevolezza già all’indomani della pubblicazione del libro di Montale [Satura, 1971 n.d.r.] che, in Italia, ha dato la stura ad una poesia in diminuendo».
.
È evidente che nella poesia di Gabriele l’elemento sonoro, fonologico, svolga una funzione accessoria: è la continuità ininterrotta delle immagini, dei luoghi nominati, dei toponimi, della nomenclatura ciò che fa una sequenza poetica, non la continuità dei suoni. La tridimensionalità acustica della poesia di Gabriele si comporta come una sorta di megafono della tridimensionalità delle immagini, con raffinati effetti, diciamo, di stereofonia; ma la loro funzione rimane quella servente, quella di accompagnare la tridimensionalità delle immagini in rapida successione. Il loro compito è quello di accompagnare l’immagine, non di suscitarla nella mente del lettore, come accade invece in una semplice poesia performativa orale di tipo narrativo o lirico o anche mimico-teatrale. Inoltre, un aspetto importante di questo tipo di poesia è la presa d’atto del «raffreddamento» delle parole e del verso tonale della tradizione; voglio dire che gli aspetti legati alla accentuazione delle parole nella poesia gabrielana assumono sempre minore importanza, ne assume, per contro la funzione delle immagini, queste sì offrono spazio fonetico di rinforzo delle parole. Voglio dire che l’aspetto isometrico del verso gabrielano viene dato per scontato e messo agli atti. La sua poesia nasce da questa presa d’atto.


Mario Gabriele da L’erba di Stonehenge 2016 Edizioni Progetto Cultura

.
(3)
.
La notte celò i morsi delle murene.
Tornarono le metafore e gli epistemi
e una folla “che mai avremmo creduto
che morte tanta ne avesse disfatta”:
Wolfgang, borgomastro di Dusseldorf,
Erich, falegname in Hamburg,
Ruth, vedova e madre di Ehud e di Sael,
Lothar e Hans, liutai.
.
Questa è la casa: -Guten Morgen, Mein Herr,
Guten Morgen-, disse Albert.
Qui curiamo le piante e le orchidee,
offriamo sandali e narghilè ai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostela.
Sui gradini dell’Iperfamila,
tra stampe di Kandinskij e barattoli di Warhol,
Moko Kainda sognava l’Africa di Mandela.
-“Doveva essere migliore degli altri
il nostro XX secolo”- scriveva Szymborska,
tanto che neppure Mss. Dorothy,
chiromante e astrologa,
riuscì a svelare le carte del futuro,
né Daisy si dolse del sole africano,
ma dei muri che chiudevano
le terre di Samuele e di Giuseppe.
E non era passato molto tempo
da quando Margaret e Jennifer
(che pure in vita dovevano essere
due anime perfette e pie),
volarono in cielo.
.
L’alba illuminava gli angoli bui, gli slums.
Era ottobre di canti e heineken
con la foto della Dietrich sul Der Spiegel.
Riapparve la luce,
ed era tuo il lampo sulle colline
bruciate dall’autunno.
.
Ma è malinconia, mammy,
quella che ha preso posto nella casa
dove neanche le preghiere ci danno più speranza.
Fuori ci sono il drugstore e il giardino degli anziani,
l’eucaliptus e il parco delle rimembranze,
la guardia medica per il tuo tremore Alzheimer.
.
Fra poco la neve coprirà il poggetto.
Ci sarà poco da raccontare
a chi rimane nella veglia,
dove c’è sempre qualcuno
che parla della lunga barba di Dio
come una cometa
nella notte più silente dell’anno,
quando il gufo da sopra il ramo
sbircia il futuro e vola via.





domenica 9 dicembre 2018

LUCIO MAYOOR TOSI


LUCIO MAYOOR TOSI

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).

– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.