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venerdì 11 gennaio 2019

Commento critico di Giorgio Linguaglossa, da L’Ombra delle parole dell’8 GENNAIO 2019


Poesia di Cesare Pavese
I Mari del Sud (1930)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
un grand’uomo tra idioti o un povero folle
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera.
Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…”
mi ha detto “…ma hai ragione.
La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così”.
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.

Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallí il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
“Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza”.

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno
scrivo sul manifesto: ; Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo; e che la dicano
quei di Canelli”. Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell’altro
e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

Ho postato la poesia di Pavese con un commento sulla metrica usata nella poesia I mari del Sud (1930), perché quella poesia segna uno dei momenti più alti della poesia italiana del novecento. Ora, se facciamo un salto in avanti di circa 90 anni e leggiamo qualche poesia di Mario Gabriele, e le leggiamo in parallelo alla lettura della poesia di Pavese, avremo chiaro sia il quadro di riferimento dello stallo della poesia italiana avvenuto dopo il 1930, anno di pubblicazione della poesia di Pavese e il 2016, anno di pubblicazione del libro di poesia di Gabriele, L’erba di Stonehenge. Lo scarto è abissale. Possiamo dire che Gabriele risolve gran parte dei problemi metrici del «verso libero» che Cesare Pavese non era riuscito a risolvere per mancanza di terreno stabile sotto i piedi, per mancanza di una tradizione stilistica alternativa a cui far riferimento. Perché sia chiaro, una riforma del linguaggio poetico non nasce mai dal vuoto, ci deve sempre essere una tradizione (endogena o esogena) a cui far riferimento.

Penso sia indubbio che il lavoro di approfondimento delle problematiche del «verso libero» e del metro svolto in questi anni dalla nuova ontologia estetica abbia dato dei frutti, e i risultati sono qui, a portata di mano.

Cito dal retro di copertina del libro di Mario Gabriele L’erba di Stonehenge(Progetto Cultura, 2016) pubblicato nella collana da me diretta:
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«L’elemento di distinguibilità della poesia di Mario Gabriele, sta nella rottura con i canoni dello sperimentalismo e con l’eredità della poesia post-montaliana del dopo Satura (1971), vista come la poesia da circumnavigare, magari riprendendo da essa la scialuppa di salvataggio dell’elegia per introdurvi delle dissonanze, delle rotture e tentare di prendere il largo in direzione di una poesia completamente narrativizzata, oggettiva, anestetizzata, cloroformizzata. Di qui le numerose citazioni illustri o meno (Mister Prufrock, Ken Follet, Katiuscia, Rotary Club, Goethe, busterbook, kelloggs al ketchup, etc.), involucri vuoti, parole prive di risonanza semantica o simbolica, figure segnaletiche raffreddate che stanno lì a indicare il «vuoto». Il tragitto, iniziato da Arsura del 1972, e compiuto con quest’ultimo lavoro, è stato lungo e periglioso, ma Gabriele lo ha iniziato per tempo e con piena consapevolezza già all’indomani della pubblicazione del libro di Montale [Satura, 1971 n.d.r.] che, in Italia, ha dato la stura ad una poesia in diminuendo».
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È evidente che nella poesia di Gabriele l’elemento sonoro, fonologico, svolga una funzione accessoria: è la continuità ininterrotta delle immagini, dei luoghi nominati, dei toponimi, della nomenclatura ciò che fa una sequenza poetica, non la continuità dei suoni. La tridimensionalità acustica della poesia di Gabriele si comporta come una sorta di megafono della tridimensionalità delle immagini, con raffinati effetti, diciamo, di stereofonia; ma la loro funzione rimane quella servente, quella di accompagnare la tridimensionalità delle immagini in rapida successione. Il loro compito è quello di accompagnare l’immagine, non di suscitarla nella mente del lettore, come accade invece in una semplice poesia performativa orale di tipo narrativo o lirico o anche mimico-teatrale. Inoltre, un aspetto importante di questo tipo di poesia è la presa d’atto del «raffreddamento» delle parole e del verso tonale della tradizione; voglio dire che gli aspetti legati alla accentuazione delle parole nella poesia gabrielana assumono sempre minore importanza, ne assume, per contro la funzione delle immagini, queste sì offrono spazio fonetico di rinforzo delle parole. Voglio dire che l’aspetto isometrico del verso gabrielano viene dato per scontato e messo agli atti. La sua poesia nasce da questa presa d’atto.


Mario Gabriele da L’erba di Stonehenge 2016 Edizioni Progetto Cultura

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(3)
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La notte celò i morsi delle murene.
Tornarono le metafore e gli epistemi
e una folla “che mai avremmo creduto
che morte tanta ne avesse disfatta”:
Wolfgang, borgomastro di Dusseldorf,
Erich, falegname in Hamburg,
Ruth, vedova e madre di Ehud e di Sael,
Lothar e Hans, liutai.
.
Questa è la casa: -Guten Morgen, Mein Herr,
Guten Morgen-, disse Albert.
Qui curiamo le piante e le orchidee,
offriamo sandali e narghilè ai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostela.
Sui gradini dell’Iperfamila,
tra stampe di Kandinskij e barattoli di Warhol,
Moko Kainda sognava l’Africa di Mandela.
-“Doveva essere migliore degli altri
il nostro XX secolo”- scriveva Szymborska,
tanto che neppure Mss. Dorothy,
chiromante e astrologa,
riuscì a svelare le carte del futuro,
né Daisy si dolse del sole africano,
ma dei muri che chiudevano
le terre di Samuele e di Giuseppe.
E non era passato molto tempo
da quando Margaret e Jennifer
(che pure in vita dovevano essere
due anime perfette e pie),
volarono in cielo.
.
L’alba illuminava gli angoli bui, gli slums.
Era ottobre di canti e heineken
con la foto della Dietrich sul Der Spiegel.
Riapparve la luce,
ed era tuo il lampo sulle colline
bruciate dall’autunno.
.
Ma è malinconia, mammy,
quella che ha preso posto nella casa
dove neanche le preghiere ci danno più speranza.
Fuori ci sono il drugstore e il giardino degli anziani,
l’eucaliptus e il parco delle rimembranze,
la guardia medica per il tuo tremore Alzheimer.
.
Fra poco la neve coprirà il poggetto.
Ci sarà poco da raccontare
a chi rimane nella veglia,
dove c’è sempre qualcuno
che parla della lunga barba di Dio
come una cometa
nella notte più silente dell’anno,
quando il gufo da sopra il ramo
sbircia il futuro e vola via.





domenica 9 dicembre 2018

LUCIO MAYOOR TOSI


LUCIO MAYOOR TOSI

Lui e Lei avevano due simil gatti:
Andersen e l’altro Eckersberg. Entrambi maschi.
E castrati.
Andersen amava le camicie bianche
Eckersberg il contatto con la nudità.
“Fetente ma raffinato”, così recitava
la pubblicità.
Ma Lei aveva a cuore Andersen.
Se lo teneva in braccio o sulle spalle,
anche stando in piedi mentre cucinava:
sapori dell’India per loro e bianchi
ma finti spaghetti per Gatto Eckersberg
il nudista.
Lei stava morendo. Lo faceva ogni giorno.
Lui se non aveva da leggere svitava
e avvitava qualsiasi cosa.
John Lennon, Miles Davis, Natasha Thomas.
Lei quei pontili sospesi sul lago. Ma senza nebbia
e nemmeno dragoni. Solo cose per Andersen.
(Se la noia non vi assale, penso io
vuol dire che siete fumatori).

– Tutta l’Europa del sud è un canile.
A cominciare da Courbet. Non è vero, Eckersberg?
Quell’Origine del mondo, appena concepito
con furore. Quel leccarsi le dita…
Lei non rispondeva (stava morendo).
Contemplava le forme molli di un cubo
le bollicine dell’axterol, le lancette
dell’orologio sull’ora e i secondi.
– Probabilmente il sole. Disse Lei.
E non tornarono sull’argomento.
Tranne un giovedì, allorché Lei disse:
– Credo che ad Andersen farebbe bene
un piatto di trippa ogni tanto.
Il cargo dei viveri Okinawa era in ritardo
ormai di tre settimane (sei mesi terrestri).
Salgari sarebbe già partito in missione
con a bordo almeno tre robot ambasciatori
di marca tedesca.
Ma era stagione di polveri.
Difficile poter comunicare, inutile sprecare
Metafore. Si sarebbero perse nel vuoto
tra le lune. Quindi Lui e Lei si misero d’accordo
per spedire un messaggio criptato
al sovrintendente dei beni umani,
Ork il maligno; in realtà un povero cristo
circondato da macchine, alcune a vapore
(per via della pelle che nella stagione delle polveri
gli si seccava. Puntualmente e orribilmente).
“Aghi OrK”, così iniziava il messaggio
“Le bdhko di lk snmlir8jk! Andersen bd in vgeytz!
Si dia una mossa”.
La risposta non si fece attendere:
“Mi sono informato: niente trippa sul cargo Okinawa.
Ma posso mettervi da parte dei pomodori irlandesi”.
E in un secondo messaggio aggiunse:
“Per il gatto ho un Mickey Mouse del ’63.
Il mio l’ha già letto. Lo so, non è divertente”.
Le quattro linee del tramonto si stavano fondendo
nel sogno turco di Moon light.
Lui si tolse le spalline di cristallo, si strofinò gli occhi
e senza dire una parola volle intrattenersi ancora un po’
con Lei, che nel frattempo aveva terminato
di raddrizzare, così diceva, tutti i rametti del prezzemolo.
Fecero programmi. Il letto scandinavo ondeggiava
rumorosamente.
Vista dal giardino lenticolare, la casa sembrava
un traforo di merletti. Ork il maligno, come al solito
stava trasmettendo pensieri sconclusionati.
Lo chiamava Ozio dei poveri. Oppure
a seconda del momento, solo ‘Zio.







sabato 20 ottobre 2018

EUGENIO MONTALE



La casa di Olgiate
(Mondadori, a cura di Renzo Cremante e Gianfranca Lavezzi, 2006).
…………………………………………………….
In quel tempo era ancora vivo
il piccolo Tonino nella casa
alta sul cavalcavia.
Io la vedevo, la casa, dall’autostrada,
ignorando te e lui: non mi balzava
il cuore come adesso.
L’ignoranza
mia occultava l’avvenire, il fil-
di-ferro del domani, là giunti, si troncava.
V’entrai molti anni dopo
(il bimbo era morto da tanto,
sussurrando”mi duole per te, mamma”),
conobbi l’orto, il giardiniere, il tuo
boudoir di diciottenne, disammobiliato,
l’impronta appena visibile di un cerchio sul muro –lo specchio-,
e non potevo parlare.
Tra quelle stanze
una parte alitante di te mi bastava.
Il trillo del tuo cardellino più tardi si spense
all’ombra del giglio rosso da me lasciato.
Famelico delle tue tracce mi affaccio su rettangoli
di verze, su cespugli dalie impolverate,
e il vecchio custode mi segue, più inebetito di me
nei corridoi, nel solaio mentre dal basso giunge
un crepitare isocrono di macchine,
ma non bava d’aria nell’afa.
Così i destini s’annodano, mia tigre, e intanto tu
dietro le lenti affumicate spii
nugoli pigri e sull’Olona putrido
l’efflorescenza dei disinfestanti.
Si snodano i destini.
Mai da me intraveduta,
la tua casa friulana ora s’allarga
nel desiderio, l’aia dove incontro al futuro
irruppe la tua infanzia, e già volava.
Eugenio Montale
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COMMENTO DI MARIO M. GABRIELE

Poesia che resiste nel tempo e ad ogni attacco della critica underground.
Le nuove generazioni poetiche dovrebbero partire da qui e poi irrobustirsi con la lettura  dei testi   di Sanguineti, Fortini, Lowell, Eliot, Milosz,  Frost, Ginsberg,
e via dicendo,senza preparare polpette linguistiche, prive di senso  col solo scopo di apparire sui Blog, con proposizioni  formali inattive,declassate dal linguaggio disoperante, sclerotizzato. Siamo veramente in una ideologia poetica ai margini della accettabilità,  con una sintassi poetica  che crea problemi nella comunicazione e nella serietà della poesia.Di tutto il Novecento poetico, salviamo solo il salvabile, senza resuscitare i morti già colliquati, o riproposti per una nuova pseudoresurrezione ingiustificata sul piano estetico.

mercoledì 12 settembre 2018

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE DA “REGISTRO DI BORDO”


Il cartello apriva il concerto su Cajkovskij.

Tre signore in prima fila leggevano il carnet
della  Sinfonieorchester Wuppertal.

Sul divano, a un passo dalla tortura a pendolo,
un croupier estraeva a sorte il condannato a morte.

Una discusione fra le quinte non portò a nessuna pace.
Ognuno parlava secondo la propria immagine.

All’uscita dal Forum riconoscemmo
il vecchio Jèròme a corto di orizzonti.

Oh Jèrome,  Piqueras è di un passo
davanti a te nel giardino dei fiori!

Salimmo sulla vetta più alta
a fermare il braccio di Adamo.

Ci si avvia al giorno delle mutazioni.
Il tulipano sa come accogliere la quiete di maggio.

-E’ veramente bello stare qui-
disse la donna venuta da Damasco

Dieci germogli e un frutto di bosco
 stavano al centro della tavola.
Milly bussò alla porta.
-Nonno Burges sta male-,disse.

Ogni anno Hendrius va a recuperare
le scarpine dei morti lungo la Senna.

Vestimmo Nonno Burges con abito grigio
e camicia Clay, lasciandogli tra le mani il Vangelo.

Siamo proprio in ritardo.
Nessuno capirà la nostra assenza.

Credi proprio alla via del ritorno?
E che viaggio è ? Chi l’ha detto, Padre Ray?

 -Creiamo una start-up di sola cannabis-,
disse Marceline dimenticando il paese di ciechi e storpi-.

Fra pochi mesi sarà Natale.
Caro Jenin vieni a trovarci.

Oggi le nostre anime sono così leggere
da sembrare condors nel cielo di dicembre.










venerdì 22 giugno 2018

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE da Registro di bordo

La struttura di questo testo si basa sui distici dove, con maggiore evidenza, si immette il frammento, con proprie sintesi  progettuali.

Fly Me To The Moon

Signora Stefford  i crickets sono andati via.
E’ rimasta solo l’upupa con i suoi up up up.

Non ce ne sbarazzeremo facilmente.
Ormai ha messo le ali sul tetto di Henry.

Ora ci si mette pure il cane Dillinger
a creare sobbalzi e paura.

La città  ha una nuova urbanistica con piani terra
dove a sera dorme l’uomo senza nome.

Helen Britt, vicina ai 9o anni,
ha donato la casa ad una onlus.

Nel book-room è diventato  best seller
il libro -50 sfumature di grigio- di  E.L. James.

Anni 40 e nuovo secolo: che altro aspetti?
Fly me to the Moon!

Andiamo da Mc Lee a interpretare le centurie.
Mary si è fatto un vestito il giorno prima degli esami.

La giornata non è tra le più belle. Piove.
C’è una Street Art sulla A 16. Sembra Warhol.

Due niggers aprono il libro della sera
archiviando Burundi e Burkina Faso.

Anche la notte è passata con le ore.
Il colloquio con Sophy non è stato brillante.

Suona papà Doc il blues del Cotton Club,
è morto il canarino del Wisconsin.

Meg lo diceva che in casa c’era un clarinetto,

ma nessuno l’ascoltava.


lunedì 23 aprile 2018

GIOCONDO COLANGELO

GIOCONDO COLANGELO

(11) Apparso per la prima volta con delle partiture poetiche inedite nell’antologia Poeti del Molise, Giocondo Colangelo (1954) ha fatto seguire, dopo la pubblicazione di queste sue scritture autobiografiche, una plaquette di versi e calembours dal titolo Senza recita, Casa Molisana del Libro, 1982, che tra neutralità dei vecchi schemi e alleanza a un dire nuovo, segna sulla carta della quotidianità le tangenziali dell’esistenza e le cifre del vissuto, tratteggiando il ricordo e il sogno verso punti di fuga e di morte, secondo suggestioni letterarie ben precise (Whitman e Rimbaud sono solo alcuni dei poeti presi a riferimento), tra motivi ora ironici, ora delicatamente memoriali, al di fuori di ogni riconferma e restaurazione di modelli archetipi senza, tra l’altro, sconfinare nei territori degli squilibri formali, per lasciare, come dice l’autore, le sue poesie alle spalle, per perderle e, secondo l’insegnamento di quel prete di un libro di Borges, Bioy Casares, che insisteva sulla necessità di perdere l’anima per salvarla, ritrovarle, all’interno del rapporto odio-amore, fino a dilacerare il tessuto esistenziale e ricucirlo da ogni strappo e ferita, prima della inevitabile resa o sconfitta.
Quanto alle ulteriori prove o verifiche, a livello di consistenza, di cui parlava Pasquale De Lisio, recensendo Senza recita su Proposte molisane 82/1, pag, 197, non crediamo che esse debbano costituire delle condizioni essenziali per riconfermare giudizi e chiavi di lettura. Senza recita resta, al di là delle (im)probabili sortite poetiche dell’autore, un momento altro o a sé di quel fervore letterario, come esperienza parallela degli avvenimenti culturali prodotti negli anni Settanta-Ottanta.
Con molta probabilità il documento poetico di Colangelo sta a indicare il rifiuto di una Forma declamata e artefatta, ovvero, la negazione al bel canto e allo stile delle cifre di Cocteau.
Senza recita propone nella sua struttura, momenti di vita vissuti nel silenzio e nella emarginazione, nel quadro delle varie esperienze fatte dall’autore. Da qui l’uso di una parola poetica che rifiuta il ninnolo tradizionale, l’idillio e l’arabesco, e che pure sta a dimostrare e a indicare una delle tante strade percorse dalla poesia nel conflitto dei segni e dei significati.

DEDICATO A UN PURO AMICO IMMAGINARIO

Ci siamo cacciati in un brutto pasticcio Fred,
non vedo come faremo a venirne fuori!
Queste ombre sanguinolente non ci mollano più,
il capezzale di morte è lì sul nostro cammino,
alla foce del fiume ci attendono, non ci andremo!
Ti dedico questi granuli di sabbia,
sabbia del deserto, deserto della mia stanza,
mentre fuori mille cervelli
stanno esplodendo in orgasmi di utopie,
domatori inferociti divorano i leoni,
(moro in facoltà fa l’occhietto al collettivo),
hare krishna infangato da calessi in corsa
piange sul ciglio della strada,
James Joyce urla nella tomba:Rivoglio le mie lettere,
Monsieur Bernard applaudito al comitato
rimpiange vecchie glorie,
“have a good time, baby” lanciato nello spazio
rientra dall’uscita d’emergenza,
“lascia andare le parole” sussurrato all’orecchio,
non ho molto tempo vuole dire.
Quest’ultima visione,
non mi rimane altro prima di partire.
Una stanza illuminata,
Mary col suo adolescente nudo sulle ginocchia,
“altri quindici giorni e poi sono fuori”,
un vecchio cortile circondato d’aiuole,
ci siamo lui io e tanti altri,
Mary col broncio perché si ride di lei;
-cento anni per capire che la chiave delle Illuminazioni
era lì, dietro la porta -.
Lui in divisa, intossicato di vita, sorride all’amico,
gli promette bevendo un lunghissimo spleen.
(Genzano 27.2.76)

Stanotte son di guardia alle stelle,
la luna non c’è,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

Il gatto nel cortile
gioca a rincorrere il coniglio,
mentre l’uccellino incollato
sta morendo sul muraglione.
Stanotte son di guardia alla luna,
le stelle non ci sono,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

In una simile notte
senza lucciole
dev’esser morto Esenin,
in una simile notte
sul muraglione scuro
il mio passerotto muore.

Ufficiale di picchetto chiudi bene
il cancello stanotte,
non lasciar passare i ricordi.

*

Ospemiles di Firenze
ad attendermi tutti burloni fiorentini.
il primo accenno a Ciapaqua
e i libri di Burroughs nella borsa.

Gli amici mi venivano a trovare.
Nicola mi portò l’assassino,
ne fumammo insieme
e ridemmo di Mary.

Vecchia Olanda nella mente.
Mary era sempre lì
col suo adolescente nudo sulle ginocchia.
La notte copulavamo felici.

Telecuore con esofago barrierato
dette esito negativo
e glicemia e azotemia
erano solo una scusa per succhiarmi del sangue.

Bronchite catarrosa subacuta
fu la carta vincente.
Con i miei quattordici giorni di convalescenza
nel taschino della giacca

salutai gli amici burloni e Firenze,
Nicola dietro il bancone e Mary.
“Altri quindi giorni e poi sono fuori”
furono le sue ultime parole.


Finalmente novembre,
sono quasi alla Fine.
-Bisogna aver rispetto
per tutto ciò che finisce -

Il mese è dedicato ai morti,
anche a te Pier Paolo
ucciso dalla tua sessualità.
Me l’ha detto quest’oggi

la mia radiolina,
è successo dalle parti di Ostia,
e pensavo che solo a gennaio
stavo in biblioteca, seduto, a parlare di te.

“ Non ho paura della morte, ne avevo
solo da ragazzo” allora dicevi.
E Cimo che continuava a ripetermi:
“ Deve essere proprio un intellettuale pazzo”.

“Era un trasgressore di tutti i codici”
scriverà di te un tuo amico.
Ora quest’Italia furfante
si è persino dimenticata di te,

che facevi tanto per scuoterla.
Ma non temere l’oblio,
i poeti vivranno in eterno,
e tu certo, non eri da meno..

*

Me chi mi ama? Dannazione!
Rinchiuso fin dall’infanzia in galere scolastiche
ad affogare il cervello nella noia
tamburellando masturbazioni
rincorrendo la vita, irragiungibile.
Sogno di essere felice ma non lo sono.
Me chi mi ama?
Trobar clus nella notte buia.
Lucio nella latrina di servizio a salmodiare poesia.
Dopo la sua partenza per Lucca non mi ha più salutato.
Ed ora…un cranio pieno di libri,
senza valore ormai.
Nei sogni pieni di incubi possono riviverli, se voglio.
Fantastiche storie dell’Aldilà.
Me chi mi ama?
Solo il gatto Manoski. Quando ha fame.
A chi mai confessarlo?
Il mio pensiero — precursore del vento —
mia sola dama di compagnia,
Sto vivendo nella mia mente.
Questo (ed altro) aspettando l’autobus
In un frizzante mattino autunnale,
a Roma.

A M.
Chi ucciderai ancora? Chi porterai alle stelle?
Che altre menzogne inventerai?
(Osip Mandelstam)


FIGHT ON

RITMO è la percussione
di questo pezzo di Peter Tosh
un reggae arrangiato
da musici e pittori fiamminghi del Cinquecento
Lacrima è quella che non hai versato
per me
Drogato è il ricordo
delle estenuanti attese
dagli addii di sasso
dalla tua lacrima non versata
ma non questo ritmo
oh come vorrei essere io l’alchimista
e a notte tarda dopo la serata
rincasare verso la mia donna di colore
io il giamaicano
l’arabo che languisce nel metrò parigino
il vecchio alcolizzato con l’armonica
che ogni sera suona alla Station olandese
giocondo colangelo figlio di Michelangelo
murato in queste quattro (mila) mura di libri
che se scrive una canzone per domani
è solo per ritrovare il fanciullo che era ieri.

Quanto al ”Taccuino del sognatore ” accluso a “Senza recita “, qualche tavola di lettura riteniamo di doverla recuperare, anche a costo di trasgredire sul piano metodologico, ma è un peccato veniale che vale la pena di commettere. In altri termini si vuole riportare in superficie da “Le impressioni parigine” tutto “ l’humus poetico” e il “ sentimento critico “ del poeta in relazione alla sua visita al Louvre e alla chiesa di Notre-Dame di Parigi , In effetti opera anche qui un vagabondaggio culturale sul mondo esterno, con una minuziosa descrizione sui fatti e gli avvenimenti che si presentano durante il giorno nella cosmopolita Parigi popolata di ambulanti e giocolieri, di colonie di arabi e di venditori di quadri e oppio, di clochard e di miserie grandi e piccole che si consumano all’ombra delle rues e delle bidonvilles:


da : “ IMPRESSIONI PARIGINE “

TUTTI VOGLIONO VEDERE

Tutti vogliono vedere . Alla chiesa di Notre-Dame la gente si accalca per vedere il Tesoro. L’ingresso è di tre franchi. Per gli studenti niente riduzione. Ai due lati della chiesa, dentro la basilica del Sacrè-Coeur si vendono i ricordini. Piccole dosi di religione da riportare a casa, agli amici. La chiesa di Cristo è trasformata in un mercato. Turisti dappertutto, i giapponesi con le macchine fotografiche perfino nelle orecchie. Fotografano Cristo. Una vecchina domanda a un sacerdote, nel suo strano dialetto spagnolo dove vendono dei crocifissi “Comment ?” è la risposta. La vecchina insiste:” por comprar de los crucifijos, por comprar Jesucristo “. Il prete capisce, sorride. Glielo indica. Questo secolo consumistico ha trovato il sistema di commercializzare pure Cristo. Lo si vende, si compra, si paga per guardarlo. Ce n’è per tutti i gusti. Il Cristo per i poveri, di pochi franchi, e il Cristo per i ricchi. Una massa di venduti che vendono. Ma , a parte il mercato, la basilica del Sacrè-Coeur ti colpisce per la grandiosità della rappresentazione religiosa. Entrando, di fronte a te, in alto, un Cristo immenso con le braccia allargate ti domina. Ai suoi lati, papi, santi. Sono molto piccoli rispetto a Lui. Però sempre più grandi di altri personaggi che seguono. L’autore di questa rappresentazione ha voluto creare una scala di valori nella gerarchia religiosa. L’ordine d’importanza nella gerarchia è dato dalla grandezza. Rappresentazione alquanto banale, ma efficiente. Si è dominati da questo Cristo immenso. In questa chiesa l’uomo non esiste. La prima volta che vi entrai stavano celebrando una messa. Il prete all’omelia dava l’idea di voler fare un discorso politico. Parlava con lo stesso ritmo e timbro di voce con cui si fanno i comizi. La politica in chiesa? Non c’è da stupirsi. Durante le guerre i francesi, popolo di nazionalisti, si radunavano in chiesa per pregare. Finite le guerre eccoli di nuovo in chiesa per “ celebrare “ la vittoria. Amen.

Barboni nella metropolitana, agli angoli delle strade, sdraiati nei giardini pubblici. Sembra la città dei pezzenti, Parigi. Puzzano d’alcool lontano un miglio, puzzano di morte. Tanti arabi. Vengono dalle ex - colonie. Fanno i lavori più umili. Uomini delle pulizie nel mètrò. Non vedono mai la luce. L’altro giorno al Jardin des plantes un arabo sdraiato su una panchina, solo. Triste, già morto. Consumava così le sue ore, i suoi giorni, i suoi anni. Sarebbe venuta voglia di andargli incontro, abbracciarlo. “Fratello, non lasciarti morire! Ritorna nella tua terra, sii felice”. Non l’ho fatto. Come potevo.. Sono andato via. E’ rimasto come l’avevo trovato. Un pezzo di Marocco venuto a morire in terra straniera, in terra francese.

Niente. E’ proprio vero, hanno trasformato le loro chiese, i francesi, in mercato. Mercoledì 22 agosto alle venti e trenta concerto per organo di Lionel Rogg. Prezzo quindi franchi. Portano Bach in chiesa e lo vendono, loro. Proprio come Cristo. Non c’è che dire. Mi sono imbucato. Non c’è che dire. Giorni fa per farmi i capelli, senza shampoo, nella lontana periferia, in un umilissimo coiffeur, 33 franchi ha voluto, lui, il barbiere. Trentatrè franchi, che equivalgono a seimilatrecentosessantanove dannate lire. Niente. E allora mi sono imbucato in chiesa. Bisogna rubare ai ladri, è l’unico sistema per sopravvivere, in un posto di ladri.

Esco dallo Studio Saint - Sèverin dopo aver visto per l’ottava volta il film - concerto di Bob Marley, quello del giugno 77 al Raimbow. Ho fumato nella toilette del cinema con due ragazzi arabi di Algeri. Prendo Rue Saint- Saint-Sèverin e taglio per Rue de la Harpe così sono subito a Boulevard St. Germain. Sono le venti circa. E’ l’ora in cui cominciano ad affluire sul boulevard i venditori ambulanti di oggetti fatti a mano, braccialetti, collanine, orecchini. Arrivano anche i venditori di quadri, di posters e i suonatori ambulanti, o occasionali, che cercano di svoltare la serata. Ogni sera così. Davanti alla chiesa St. Germain - des - Prés il circo. Il lanciatore di fiamme, il mimo, gli acrobati, il prestigiatore e l’uomo delle catene. E’ un ragazzo biondo ,quello. L’ho osservato per alcune sere. Sempre la stessa scena. Ogni sera. Si fa legare dai passanti una lunga catena di ferro intorno al corpo. La fa incastrare con due lucchetti e dopo dieci minuti, con le contorsioni del corpo, riesce a sfilarsela. La gente applaude. Poi è la volta dei vetri rotti. Vi si sdraia sopra con la schiena e si fa salire sul corpo dieci persone. Voilà. Il gioco è fatto. Nemmeno un taglio. Altri applausi. E’ infine la volta delle fiamme. La gente è contenta. Finito il numero passa con un cappello tra il pubblico, sono generosi. Lui ringrazia per ogni monetina che riceve. Dopo il tin metallico china la testa e cinguetta un merci. Se ne va. Anch’io. Faccio la rue de Rennes. All’angolo, davanti alla farmacia, i soliti invertiti. Sono ragazzi, si baciano e abbracciano tra di loro, per provocare i passanti. Ci sono anche lesbiche. Per strada sono come cullato dalla musica. Cammino come in un sogno di Dalì. Timothy Leary dice che è l’unico pittore dell’LS.D., senza L.S.D.. Sono solo e felice.Una volta tanto. E’ per via del fumo. Tutt’intorno è un luccicare di colori. Le macchine sfrecciano, superbamente. Le sento amiche. Sono arrivato in un attimo, in albergo. La musica si dissolve in ascensore, come in un sogno. Il Raimbow, Bob Marley, scomparsi. Però ogni tanto qualche nota ritorna. Mi aspettano ora il vino e il formaggio. Anche una pesca. E’ da ‘ sta mattina che non mangio. Sono fortunato. In Giamaica hanno qualcosa come meno di niente. L’ho visto al cinema. Solo la musica e tanto sole. Il resto è miseria. Bidonvilles.
Per ora basta. Spegnerò la luce su questo giorno. Leggerò Céline prima. Forse.

Volevo vendere due libri ai bouquinistes. Un totale di novantadue franchi. Non l’ho fatto. Volevano darmi massimo venticinque franchi, per i due libri, quei rabbini. Volevano speculare sulla mia miseria. In parole povere truffarmi. Quei ladri. Il furto legale è più schifoso di quello illegale. Ha le spalle coperte. Al sicuro.

L’ho scrutati subito, in fondo all’anima. Hanno pensato: “Ha bisogno di soldi, lo prenderemo alla gola“. Ma io non glieli ho dati. Ho intuito il gioco. Me ne sono andato. Prima li ho esaminati bene, però. Sono una marea di persone anziane, tra cui una buona metà ha superato l’età della pensione. Pochissimi giovani. La gran parte è composta di vecchie che non hanno alcuna intenzione di mollare. Se ne potrebbero stare tranquille in pensione, ma non lo fanno. Se ne stanno lì a farfugliare prezzi, a vendere cartoline sbiadite dal tempo e libri scritti da fantasmi. La morte le coglierà sul lungosenna, aggrappate all’ultimo franco, all’ultimo respiro. Una prece. Che tristezza. Nessuna mi ama. Sono piombato in un abisso di solitudine.

domenica 18 marzo 2018

COMMENTO DI ANTONIO SAGREDO SU UNA POESIA DI KARASEK



Riportiamo un testo poetico di Krzysztof Karasek pubblicato su L’Ombra delle parole del 14 marzo 2018, tradotto da Paolo Statuti, con un pregevole commento critico di Antonio Sagredo dalle ampie aperture oggettive, anche in rapporto al altre tematiche di  autori come Gottfried Benn, e  di pittori come Gauguin.

Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio.

Quando la parola sangue è assente in un verso?
La parola sangue è assente in un verso quando il sangue
è sospeso in aria, quando diventa pioggia. Quando le vene
non lo reggono più nell’ardente involucro del corpo e lo
mettono in libertà e nel futuro.

La parola sangue è assente, quando il vero sangue si
riversa sulle strade, allora malvolentieri si parla di sangue,
la parola sangue scompare dalle enciclopedie e dai dizionari,
i manuali diventano più pallidi, i giornali si ammalano di
anemia, le pagine di storia scompaiono in circostanze
misteriose, la sintassi diventa oggetto di scherni;

la parola sangue diventa antiestetica, non risponde alle
necessità delle convenzioni e delle poetiche, del lessico
e della sintassi, non risponde alle “reali” esigenze della
lingua, mentre l’uomo qualunque non distingue più un fiore
da una ferita da sparo (si dice allora: i papaveri sono fioriti
nel tempo sbagliato – poiché è inverno – oppure:
il succo di pomodoro si è sparso sulla spiaggia di una città
litorale – perché finisce l’estate, e le acque del golfo
si sono tinte di rosso).

La parola sangue è assente, quando coloro che hanno fatto
versare il sangue, non parlano più di prezzo, ma soltanto
dei profitti ottenuti grazie a questo sangue.

Impara a seguire il seme del sangue nelle pagine dei manuali
di storia e di grammatica, nelle fessure tra le frasi di un verso
irregolare, nelle fessure tra le parole. Impara a leggere dalla
sua presenza e assenza le impronte delle ruote della storia.
Lo schianto delle ossa spezzate e il grido della frase torturata,
che si è iniettata di sangue.

(1982)

COMMENTO DI ANTONIO SAGREDO

Nella poesia tutta di Krzysztof Karasek  la presenza di erbari e di bestiari è frequente. Non certo il bestiario che  allude al gladiatore romano che combatteva contro le bestie feroci  o allo schiavo che le teneva in custodia. E se si dovesse stabilire una analogia con questi due ultimi significati allora bisogna riferirsi ai versi di Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio, siccome versi che grondano sangue umano-urbano  a tutto spiano dalle periferie ai centri di tutte le metropoli del mondo, e dunque bestiario umanoide, ma non umano! E se nei suoi versi invece di sangue si dice succo di pomodoro, come non pensare al succo di mirtillo del poeta russo Aleksandr Blok.

Oppure riferirsi  ai versi di Agli animali piace la guerra, dove uccelli, cavalli, una volpe, una talpa, una puzzola, un lupo, non certo impagliati, invece incappati sui cavalli di Frisia dei campi di battaglia si straziano per le ossa frantumate e sono straziati dalle sanguinanti ferite, insomma un mattatoio a cielo aperto! E qui il poeta si sofferma a descriverci le terribili condizioni fisiche di ciascuna bestia  e nella descrizione pare compiacersi, ma di mala voglia, alla maniera di Gottfried Benn -, quando questo poeta della anatomia espressionista, ci descrive di corpi umani stavolta orribilmente amputati, trasformando i grandi tedeschi, poeti e filosofi, in fantocci impazziti e superbi che sguazzano in un rosso, che non sai se sangue o altro intruglio.

Ma nei versi di E se essere un cavallo la presenza di una rosa sembra lenire le visioni crudemente fratte di una natura innaturata – ma è una rosa ponsò  non la rosa comune e banale, che profuma e ci concilia l’anima  qualche volto col corpo una rosa ponsò che sa di essenza di cimice se dobbiamo dar retta quanto è scritto in un antico libro del 700,  che  la rosa ponsò (rosa eglanteria  Linneo) esala un odore di cimice. I suoi fiori non raddopppiano intieramente; ha questa una varietà a fiori gialli. Questo arbusto si alza ai 12 in 15 piedi.

E allora il giallo-cavallo di Gauguin e il fulvo-cavallo dell’Apocalissi si mescolano  con la cimice e il suo odore (dobbiamo immaginarlo soltanto?) puzzolento e purulento da non essere più distinti nemmeno dall’odore della vodka e non hanno se non valore effimero gli occhi degli oggetti anch’essi confusi dall’orrido mescolamento, tanto che il poeta alla fine non può che esclamare. Ciò si chiama vivere non nel proprio corpo.  Inumanesimo raggiunto in pieno!

Questa condizione di un  vivere mescolato ma non assurdo più e non più distinto, che più non sappiamo se umana o di bestia,  il poeta lo ha visto da bambino, e la disumanità successiva alla guerra ne ha completato, amputandolo, di una  visione armonica, eppure il poeta dice : gioia!, fino alla fine dello spasimo, come nella raccolta del 2015, La gioiosa conoscenza.

Bestiario, si, ma di creature che hanno smarrito la propria nobiltà, e si hanno: grilli, leopardi, farfalle con tre ali!  api, pesci, gatti, insetti, salamandre, lombrichi, grilli, sembrano farci dimenticare tutti gli autori, le località che il poeta cita per farci scordare di essere umani, e non il contrario!.

Il poeta vive l’illusione di un ritorno di un qualsiasi Rimbaud: un profeta amputato dai colori e dai suoni!

Non risulta difficile nei versi “Dalla vita degli insetti” di Krzysztof Karasek trovare un esatto riferimento alla celebre trilogia naturalistica del poeta e scrittore belga Maurice Maeterlinck, dedicata ai così detti insetti “sociali” : La vita delle api (1901), La vita delle termiti (1926), La vita delle formiche (1930); piace pensare, a me o a noi, che questi tre saggi siano il libro di cui recita:

Quando ero piccolo
andavo in biblioteca
e al libro restituito strappavo
l’ultima pagina
per lasciare spazio alla fantasia
di un lettore sconosciuto.


In questi tre stupendi studi naturalistici sugli insetti, nel comportamento di questi: ora meraviglioso, ora colmo delle più disparate crudeltà allo stato puro, ritroviamo il nostro comportamento che ostinatamente diciamo umano dando valenza univocamente positiva, ma non sappiamo ancora oggi dire se inumano, disumano o altro di terrifico… certo le guerre, dopo specie l’ultima, sono testimonianza di quanto di umano ci sia restato poco, se non nulla!

sabato 10 febbraio 2018

INEDITO 2018 DI MARIO M. GABRIELE



MARIO M. GABRIELE

Alla tredicesima ora non successe nulla,
né il Big Ben, né il suono della sirena.
L’orologio ripartiva dopo mezzanotte.
Il soggetto si era liquefatto.
Non bastavano i fantasmi, le acrimonie,
a scadenzare l’Essere nel Tempo,
il punto fermo da cui ricominciare.
la TAC era già un avviso di partenza.
Il cane Mingus chiedeva aiuto
prima di passare nell'altro giardinetto.
Il senso non ha vincoli,
si espande e annulla il finito e l’infinito,
 i frammenti in rovina:
dissolvimento  dei Fondamenti:
Tempo interno e Tempo esterno, il sensorio.
Tachicardia per il sangue che non arriva.
L’unica porta per non uscire
è il limbo prima del Fiat Lux.
Celeste, suorina nel monastero delle Trentatré
dove a sera accendi i candelabri
per la mensa dell’Abate,
fuori dalla clausura c’è la vera vita.
Amo il tuo foulard.
-Stai bene oggi? Eppure esisti
in ogni Benedicamus  Domino
et Deo gratias!. Un bel pasticcio
 -to be or not to be-.
Ieri, sono stato nel giardino dove cresce la cicuta.
Ora molte cose diventano chiare.
Non so cosa facessi nel cimitero.
Ma ci stavo per nonna Eliodora, e mammy,
e Virginia Wolf e tutte le filastrocche di Spoon River.


N.B. Sulla spinta delle idee su l’Essere e il Nulla di Giorgio Linguaglossa, ho tratte le premesse per articolare questo mio testo.

mercoledì 15 novembre 2017

L'USO DEL FRAMMENTO

Sull’uso del frammento nella struttura del testo, si potrebbero fare mille paragoni, definendoli scatti neuronali, frazioni del tempo e della mente,. fondo e superficie dell’inconscio,  schegge, geroglifici, lampeggiamenti, balbettii, punto e croce per interrompere il filo della narrazione, e ossigenare così le parafrasi, le metonomie, le metafore, ecc., uniformando il discorso con una implantologia estetica senza per questo creare fratture, disgiunzioni. Al fine di rendere questo discorso più esplicativo, ho ritenuto di presentare un ventaglio di esempi relativi al frammento tratti dalla raccolta In viaggio con Godot, snervandoli dalla struttura principale.

Esempi di n. 38 frammenti, che possono essere letti come un corpo a sé, ma anche come un’unica struttura, se si vogliono togliere le numerazioni.
………………………………..
1) Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.
Un abate ci invitò a salvare l’anima.

2) La stanza accumula fumi, si ridesta al mattino.
L’anno è passato.
I miei morti sono quelli che non ricordo.

3) Il decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare.
L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.

4) Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Uno raccontò la fuga d’amore di Greta con  Stokowski.

5) Miss Olson non è più tornata da noi.
Le spediamo una chiave.
Lei saprà a quale porta appartiene.

6) I fornelli hanno perso lo splendore.
Non c’è accordo tra notte e giorno.
Il vento agita le primule.
Sembra primavera ma non lo è.
7) Iris prepara le valigie, torna in  Ljubljana.
Mi duole il pianto a venire.

8) Oggi è il compleanno di Leo.
Lucy ha un ascesso parenchimale.
Difficile che arrivi a Natale.
Esagerato Colbert!
La blu Car è ferma al Comune.

9) Svolazzano i pensieri come arpie.
Nella subway saltano gli orari.
Ci fermammo alla settima stazione.
Uno cadde con la croce sulle spalle.
Si alzò. Chiese il treno per Linate.
Giselle contava le ore.
Mi manca come il Jolly del Jackpot.

10) Sullo schermo gigante torna Casablanca.
Il tempo si accorcia. Mi brucia dentro.
Ma ancora amo la rosa e la viola.

11) Ora anche i gerani hanno una voce.
Cerchiamo il filo d’erba.
Leggo Pound fino alle 18.
La garrota mi toglie il respiro.
Non muoverti. Stai fermo.
Sissi mi aiuta a sollevarmi da terra.
Suor Angelina ha figurine di Cristo velato.
Mesi per leggere i Canti Pisani.

12) I giorni  dell’école sono stati steli di granturco.
Milena sta bene. Ha rifatto la Tac.
Gino accorda l’ukulele.
Picchia alla porta. Ha vasetti di miele di acacia.
Un parapendio ci è venuto addosso.
Sono tornate le vertigini d’alta marea.

13) Sera d’estate con milk e guaranà
Quel che è passato ritorna.
Giantonino  esitò a darmi il te absolvo.
La rabbia dei canini prima della parola.
Che fai Picard? Leggi ancora Mario Faustino?
Sento che questo mese mi assassina.

14) Ramirez scrive lettere come Gramsci dal carcere.
Sono i pollini che danno più fastidio.
Il giardiniere ha messo il guinzaglio al mastino.
Uno stabsunterroffizier cercava Daniele.
Anni 60. Il bello dell’Hermitage.
Qualcuno doveva aver abbandonato
La Cappella Sistina e il  Ponte dei sospiri.

15) La Ragazza Carla mi lasciò un fil rouge.
Alle sette apriva il Magazine.
Nel fortilizio Gina attendeva uomini e cani.
Fu un inganno la Befana.
Ma per Jodie tutto era un teatro.

16) La signora Meyer non va più sul balcone
Ha un trenino per  Times Square.
Non aspetta il Natale.
Prepara l’acqua ai Re Magi.
Intinge la bocca ai moribondi.
-Dove tu morirai. dissi, -morirò anch’io-.

17) Linda guardò L’Origine del mondo di William Blake.
-In Principio era il Verbo-.
Poi venne la luce divisa dalle tenebre.
Il mare si popolò di meduse e il cielo di volatili.
Nel Giardino maturò l’inganno.
La carne divenne cenere e la notte eterna-.
Così parlò Oddone da Larino
Remember me!

18) Un inverno più crudele degli altri.
Vuote le chiese, deserti gli snack-bar.
Né Dio, né il Caso rimossero le foglie sul selciato.
Amelich citò dai Salmi i Capitoli 1-5-6.
Notte bianca prima della neve.          
Una modesta proposta ci venne incontro.
Furono gettate le reti a sinistra della barca,
fatte le oblazioni della sera.
C’era neve a New York, pioggia a Bangkok.

19) Il primo attore della Compagnia Arti e Mestieri
divagò sulle 12 maschere dell’anno.
Come un àspide tornò il dilemma inglese.
Provaci ancora Hamlet!

20) Milano ti chiama, Carlos.
Ogni giorno è una fuga.
Meglio tracciare ideogrammi sui vetri bagnati.
L’inverno prepara esche.

21) Un’orchestra senza archi e violini.
-Ma che musica è? -  disse Beethoven,
cercando la sinfonia in Re minore.
-E’ un funeral blues-, rispose zia Molly-,
-uno di quelli che suonano i niggers
nel quartiere di Queens-.

22) Le funivie da tempo sono in standby.
Questo viaggio non era da farsi.
La bella di marzo è tornata.
Ladra di notte, la luna ha celato la faccia.
Dal fronte del porto nessuno segnala avarie.

23) Da quale rovo sei venuta?
La stagione porta trappole.
Temi le Centurie, i mesi bisestili.
Un testamento è nel caveau.
Aspettami quando il leone e l’agnello
si saranno fermati all’ombra delle oasi.
Noè ha attraversato il Topanga Canyon.

24) Il frutto dell’albero è maturo.
E’ diventata cieca la memoria.
Una tettoia è finita sul selciato.
L’anfora è rotta Ubaldo!
L’anfora più bella è rotta.
25) Sono venuti già acqua e neve.
A tratti si è fermato l’anticiclone.
Il vecchio Osborne non se ne è accorto.
Sta a guardare il sole che nasce e muore.
Preghiamo per i nostri gelsomini.
Il Signore solleva dalla polvere il misero,
innalza il povero dalle immondizie.

26) E’ un giardino il tuo pensiero.
Primavera ci guazza dentro.
Si lamenta l’autunno senza il ruscus sui rovi.
La corda dell’altalena appesa al cielo.
Il signor Eliot ti manda un saluto.

27) Marisa ha ricaricato l’orologio.
Teme i cambi di stagione.
Miss Adeline si è smarrita in West Side Story.
Riprendiamo tu ed io la conversazione galante.


28) Con le stagiste di Arlington
parlammo di città medievali.
La profezia dei Maya.
Le statue sull’isola di Pasqua.
Nessun rosario a mezzanotte.

29) Trovammo reperti fossili
a Zimbabwe e a Kimberley.
Priscott ricordò le donne di Venosa.
Il passato è un’ombra nella mente.
Non c’è motivo per andare o restare.
Le ore passano, fanno il loro giro.

30) Loucy è serena non teme i cambi di voli.
Buttley che dice?
Neppure padre Vincent lo capisce
E’ una questione di spine e di sacrifici del cuore.
Ci sono in ogni città cimiteri e fontane.
Ma uno come Frank se ne sta alla larga.
Dice che è meglio così.

31) Questa mattina siamo stati nel giardino di Klingsor
a vedere come stanno le cose.
L’ingresso era chiuso.
La chiave gettata nel pozzo.
Ida da tempo non stava bene.

32)Lucy provvide a rimuovere il barbecue sul terrazzo.
Un grido si levò nella notte.
Al piano di sopra si udivano i calpestii.
La figlia di Alez correva nelle stanze.
Nulla che tu potessi fare per stare tranquilli,
neanche fermare il mese con i suoi arnesi da scasso.

33) La notte gelò i prodigi nel pineto.
Clarissa aspettava le benedizioni promesse.
Ai passeggeri del sogno
Furono condonati i peccati.
Balaam predisse oracoli oscuri.
Ci fù chi trovò la chiave dei testi di Timbuktu.
Al Tempio vennero profeti.

34) Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
Dora alle sette apre le imposte.
Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.

35) Non c’era la luce per le scale.
Si era fatto buio, spente le lampade Led.
Nel giardino sbiancava la fioriera.
Su uno stracciafoglio scrivemmo poesie.
Se ne vanno i giorni in  fila indiana.

36) Ci fu una rapina  di ostie nel ciborio.
Uno lasciò le impronte sul sagrato.
Un altro  donò corone alle moldave e alle maitrisse.

37) La signora Timberlane credeva che standomi accanto
tornasse il sole.- Come here!,
disse Miss Swedenborg, la principessa dei sogni.
-Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
-Ho timore, Madame, che tutto questo non basti!-.

38) Caroline ha cambiato epitaffio
da quando  ha letto Spoon River.
E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i Woodoo.