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mercoledì 2 agosto 2017

POESIA ITALIANA - INEDITO DI MARIO M. GABRIELE




Mi perfori l’anima.
Credevo appassiti i fiori di Corneile
come i pensieri di Leibniz,  e  I Cenci di Shelley
e quei maledetti giorni
in cui Romeo estrasse l’anima per Giulietta.
Deve essere accaduto qualcosa a Gelinda
se febbraio le ha ridotto giorni e ore.
 Quale ferita mi porti Ornella?
Pasqua ti riabilita, mette in repertorio
Take Five di David  Brubreck.
Questa notte non verrà nessuno
ad allinearci con i fantasmi,
prima che sia svanito il repairwear sul tuo viso.
Ci abbeveriamo alla fonte dei ricordi:
 un belvedere sugli sterpi della giornata.
Quel barbuto di Whitman
ha curato con amore le Foglie d’erba.
Non passerà profumo che tu non voglia.
Eduard ha finito di scrivere Les ciffres du temps.
passando le bozze  all’Harmattan.


Entra nel mio cuore e restaci  come il gheriglio nella noce.
La stagione non è da amare,  né da buttare.
E’ un ciclo che va e viene.
-Hai altro da dire, Signore, prima che faccia buio?-.
I niggers sdraiati sugli scalini
cantano  le canzoni del Bronx.
Le frasi non hanno  l’amo da pesca!.
Che vuoi che ti dica Eduard?
L’arte è come la natura dice Marina Cvetaeva.
Ne ho fatto una croce,
e sempre una stagione d’inferno  con i cappellini sulla testa.
Ci siamo imbarcati  sul Danubio
con una piccola barca senza Freud.
C’erano Dimitra, la zoppa,
Suares  con il cane,
e  Shultz, l’aguzzino di Erzegovina.
Una buccia di luna rischiara la tomba di Majakowsckij.
C’è più posto all’aperto ora che Blondi ha rimesso a nuovo
Via  delle Dalie e dei Gelsomini,
e la medium ha finito di parlare di Metafisica
e di Berlin Alexanderplatz.
Kerouac  ha finito di correre.
Ginsberg non ha più L’Urlo in gola.
Parlando con Beckett  ci è sembrato
di avere lo stesso peso d’anima di chi
ha solo il Nulla tra le mani:
spento aperto vero rifugio senza uscita.
Le notizie che arrivano , e perché mai
dovrebbero essere liete?
non hanno mai risolto il problema di Laura Palmer.
La nuvola nera su Taiwan oscura il fiume Gaoping.
La quiete è impossibile.
Anche le formiche si sono allarmate.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Ti stringerò  lo stesso, Natalie. Vedi?
Tutto è cominciato cadendo dalle scale.

venerdì 28 luglio 2017

POESIA ITALIANA - LUCIO MAYOOR TOSI



FAVELAS

La copia della copia di Narciso sventola
sul fiume rievocato di una reclam.
Nel sottopasso Margerita si rifà le ciglia.

(Uno brucia tutto quel che può durante il giorno
e la sera brucia se stesso. Il programma
è talmente perfetto che l’incognita ingigantisce)

Quindi, mentre il veleno affonda tra le vesti di Margherita
anche il suo ritratto impazzisce. Non una smorfia
ma il dettato seducente della verità mentre gioca

col rossetto. E scrive t’amo, come fosse carnevale
alle favelas di Rio De Janeiro. I ragazzi senza lambretta
le passeggiate su blocchi di cemento e nemmeno un bar.

Ho lasciato un pettirosso tra le fauci dei dobermann.
Non so come districare l’arsenico dalle ciglia.

Correre in soccorso alla luna che non ce la fa.

martedì 18 luglio 2017

POESIA IRLANDESE: SAMUEL B. BECKETT



1
Corpo minuto grigio come la terra il cielo le rovine
solo in piedi. Silenzio non un alito stesso grigio
dappertutto terra cielo corpo rovina. Spento aperto
quattro pareti all'indietro vero rifugio senza uscita.

2
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza
tempo nessun rumore. Spazi senza fine terra cielo
confusi tutto immobile non un rumore. Lo bagnerà la
pioggia come nei giorno benedetti dell’azzurro la
nuvola passeggera. Cielo grigio nessuna nuvola
nessun rumore tutto immobile terra sabbia grigio
cenere.

3
Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce
senza tracce nessun ricordo. Infinito senza rilievo
corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto
terra cielo corpo rovine. Rovine sparse confuse colla
sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo vero rifugio
finalmente quattro pareti all’indietro nessun rumore.
Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno
l’ora che passa. Sempre e soltanto aria grigia senza
tempo chimera la luce che passa.


Da Samuel Beckett www la-poesia.it / stranieri (inalesi / europei / Beckett /SB 28.4.2006.

lunedì 10 luglio 2017

POESIA ITALIANA -MARIELLA COLONNA



Affianchiamo ai testi personalissimi di Giorgio Linguaglossa, una poesia di Mariella Colonna che non si discosta molto dalle categorie estetico-linguistiche della NOE.

Un’ombra passa sul sole

un pensiero cade dal ramo e finisce
sulle scogliere di Dover.
Il vento grida parole sconnesse, è furioso.
“Odette non mi tentare con il laccetto alla caviglia”
sussurra Peter O’ Connor bevendo birra.
Il mare canta la sua gioia per essere
in perpetuo movimento, insieme a Betty, felice
per il vestito nuovo che si è comprata con una notte.
In un altro pensiero un cespuglio,
un uccellino caduto tra i rametti e le foglie.
E’ il canarino di Odette.
Il nulla che ho pensato ronza e squittisce
girando intorno a me, furioso come il vento.

Il canarino di Odette non sa nulla del nulla.
E nemmeno la signora Eleonora che ha l’Alzheimer.
Pensieri e ombre informi abitano la sua mente.

Nessuno si affaccia alle finestre vuote
delle case sventrate dalla guerra.
Nessuno può capire la sofferenza dell’altro.

Nelle balere ballano al suono blu
delle orchestre di paese: Marietta è felice
perché le piace ballare. Marietta non sa
o non vuole sapere della signora Eleonora
e neppure di Rita che ha perso un figlio
di quindici anni investito da un camion
sulla statale n.47.

Ho sentito il dolore del mondo nel grido
d’un uccello ferito. Sulle spiagge d’inverno.
Troppe cose accadono in una parte del mondo

dove io non sarò mai.

giovedì 6 luglio 2017

POESIA ITALIANA - GIORGIO LINGUAGLOSSA


IL CORVO E’ ENTRATO DALLA FINESTRA

Il corvo è entrato dalla finestra.
Una stanza. Atelier del pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
Il sole prende vita dal quadro e se ne va.
Nel quadro è rimasto solo il mare.
Anche il mare se ne va.
E resta un abito gessato bianco in una barca
Che rema verso una proda.
Il Campari rosso è nel calice di cristallo
Che il Signor K. Sorseggia.
Osservo il suo pomo di Adamo. Che va su e giù.
Un’ombra bianca si guarda il volto nello specchio.
Nello specchio il calice del Campari. E l’ombra.
Ombre bianche escono dalla tomba, nascono dal cimitero
E vanno verso il mare, i spogliano nude,
entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.
Il direttore d’orchestra ripiega le sue ali
Nere dietro le spalle, e chiede al musicista:
“Suonate qualcosa, Signore?”.
“Non c’è nessuno qui, sono tutti
Morti.”. “Non posso suonare”.
Finestre buie, finestre nere. Porte buie, porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.
Il musicista imbraccia l’archetto.
Il violino si avvicina al fuoco. Tra poco entrerà il ghiaccio.
Bussano a una porta. La maniglia di ottone
Gira con un flebile stridio: è il signor K.
“Vostra Grazia…”. Il Campari va verso le labbra del Signor K.
L’archetto cammina verso il violino
Le mie dita corrono verso l’archetto.
Il fuoco incespica, s’impenna, li insegue,
tra poco li raggiungerà.
“Quale “capriccio”, “Vostra Grazia?”.
“Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo”.


IL CORVO E’ ENTRATO DALLA FINESTRA

Di Giorgio Linguaglossa
Commento senza regole di Mariella Colonna

Questa singolare poesia di Giorgio Linguaglossa è stata letta da me come allegoria e breve Manifesto di una rivoluzione espressiva.
Leon Battista Alberti, nel De pictura definiva un quadro “Una finestra aperta sul mondo” Prendendo spunto dall’Alberti consideriamo la possibilità che il poeta abbia voluto indicare il “volo del corvo” come simbolo del passaggio dell’io dal mondo  (esteriorità) al la dimensione interiore.
E ancora Ortega y Gasset:
L’opera d’arte è un’isola immaginaria che fluttua, circondata dalla realtà da ogni parte […]. Le tele dipinte sono buchi di idealità praticati nella muta realtà della parete: brecce di inverosimiglianza a cui ci affacciamo attraverso la finestra benefica della cornice. D’altra parte, un angolo di città o di paesaggio, visto attraverso il riquadro della finestra, sembra distaccarsi dalla realtà e acquistare una straordinaria palpitazione di ideale […]” ( da “El espectador” )

Da queste due interessanti punti di vista prendiamo spunto per una delle tante interpretazioni che si possono dare alla poesia di Linguaglossa:
Il volo del corvo che entra dalla finestra equivale grido di un guerriero che dà avvio ad una battaglia  o...al suono del corno che apre una battuta di caccia;
fermiamoci sulla seconda ipotesi interpretativa. La misteriosa battuta di caccia (al tesoro) è  aperta da un personaggio altrettanto misterioso che inizialmente non si rivela, ma si nasconde (sembra) dietro un personaggio- chiave: il pittore, che inaugura la più inedita allegorico-simbolica mostra d’Arte che la Storia ricordi perché la mostra d’Arte è poesia di immagini e anche azione teatrale.
Prima opera in mostra e avvio dell’azione teatrale: Una stanza. Atelier del pittore  (che non c’è);
seconda opera e scena teatrale: un cavalletto e una tela bianca;
terza opera e sc. t. : il pittore si materializza e dipinge il mare e un sole livido;
quarta opera e sc. t. : Si verifica il cambio-attore da persona (pittore) a soggetto-opera: il sole, in piena autonomia,  prende vita dal quadro e se ne va;
quinta opera e sc. t. : un quadro dove si vede solo il mare;
sesta opera e sc. t. : Anche il mare se ne va;
settima opera e sc. t. : un abito gessato bianco in una barca / che rema verso una proda;

pausa e intermezzo: un Campari rosso in un calice di cristallo, sorseggiato dal Signor K
entrano in scena; il Signor K. È il personaggio misterioso della scena di caccia? Forse...
un secondo personaggio misterioso osserva il pomo di Adamo del Signor K. che va su e giù...è un nuovo segnale , dopo il corvo nero, e annuncia un colpo di scena: il Signor K. scompare, al suo posto un’ombra bianca si guarda nello specchio (elemento di grande valore simbolico) dove appare anche il calice del Campari e ha inizio la corsa surreale delle
ombre bianche:
escono dalla tomba, nascono dal cimitero.
E vanno verso il mare, si spogliano nude,
entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
Breve partita a dama (diversa da quella tradizionale) tra ombre bianche e ombre nere:
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.

Si crea un nuovo equilibrio e gli spettatori-lettori scoprono che il corvo nero della battuta di caccia iniziale si è mascherato da direttore d’orchestra e chiede al musicista:
“Suonate qualcosa, Signore?”
L’azione teatrale si addensa nella risposta del musicista... dice che non può perché
“Non c’è nessuno qui,  sono tutti
Morti” . “Non posso suonare”.
A brevi colpi di pennello è poi tratteggiato il mondo dei morti:
Finestre buie, finestre nere. Porte buie, porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.

Colpo di scena. Ci troviamo ancora una volta nella galleria della mostra d’Arte- scena teatrale. C’è una novità: il musicista imbraccia l’archetto!
Ottava opera e scena teatrale, di nuovo gli oggetti-soggetti: Il violino si avvicina al fuoco. Tra poco entrerà il ghiaccio;
nona opera sc. t.:  Bussano a una porta. La maniglia di ottone
                          gira con un flebile stridio;
decima opera-scena sonora: è il signor K!;
undecima opera sc. t.: L’archetto cammina verso il violino...
colpo di scena! dodicesima opera sc. t.: Le mie” dita corrono verso l’archetto.
CONCLUSIONE della battuta di caccia (al tesoro): il corvo-musicista-direttore- d’orchestra-Signor K-(e, forse, anche)-pittore è...l’autore della rivoluzione espressiva!
ALT!!!...NON è ANCORA FINITA!
Tredicesima opera sc.t.: Il fuoco incespica, si impenna, li insegue,
                                        tra poco li raggiungerà.

Quale fuoco? Il fuoco dell’ARTE, della Nuova Ontologia Estetica? Forse...o meglio, a questo punto possiamo dire: SI’;
Quattordicesima Opera sc.t. : “Quale “capriccio, “vostra Grazia”?
                                                “Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo”.
In quest’ultima opera sc.t. chi rivolge la domanda a Vostra Grazia? Quale dei tanti personaggi? Non si sa di sicuro ma, poiché sappiamo che i tanti personaggi sono UNO, cioè l’autore della poesia, non è difficile immaginare la risposta: è sempre Giorgio Linguaglossa! E nessuno mi venga a dire che mi sono inventata qualcosa!

FINE dell’ALLEGORIA-BREVE MANIFESTO della Nuova Ontologia Estetica.

Vorrei ora parlare di alcune parole-chiave o simboli particolarmente significativi nella poesia: la finestra. Abbiamo letto quale importanza abbia la finestra come apertura dello spazio chiuso a quello aperto, che il passaggio dall’aperto all’interno della stanza significa
conquista dell’interiorità; ma può anche significare, in senso opposto, conquista della libertà. Sul piano della prospettiva e misura spaziale la finestra “incornicia” il paesaggio
e lo rende più suggestivo: analogamente la cornice, delimitando il quadro, mette in evidenza la sua separazione dalla realtà e il valore di mondo ideale, alternativo dell’opera.
Anche la presenza dello specchio ha un valore di metafora o di simbolo: si dice “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, oppure (l’innamorato) “mi voglio vedere nello specchio dei tuoi occhi”. Il rapporto tra specchio e mondo alternativo, ma soprattutto tra specchio ed anima è molto diffuso anche a livello popolare. Ho voluto rappresentare la poesia di Linguaglossa come un insieme di quadri ...perché lo stesso autore ha suggerito in una bella immagine dinamica: “Il sole prende vita dal quadro e se ne va”. Questa è una metafora,ma è anche un’espressione realistica: so per esperienza diretta che un’opera di pittura ben riuscita ha il potere di  animare il soggetto dipinto a tal punto che il soggetto acquista una sua vita autonoma: rimane nella memoria e negli occhi di chi lo ha visto...e può avere successo anche a prescindere dall’artista che l’ha creato. La Pietà di Michelangelo giovane commuove tutto il pubblico che la contempla, anche i meno colti che ignorano tutto dello scultore che l’ha fatta nascere dal marmo.
Credo che aver immaginato le sequenze in versi e scandito la poesia “Il corvo è entrato dalla finestra” in tanti quadri d’autore, è stato positivo perché ne ha evidenziato il valore anche separatamente, cioè non considerandoli nell’insieme: cosa che, da una parte completa e arricchisce la visione, ma dall’altra distrae dal particolare che può avere valore determinante.
In quest’opera di Linguaglossa ho trovato in piena e organica connessione gli elementi che connotano la Nuova Ontologia Estetica: perché ogni immagine o figura retorica è in sintonia con l’essere delle cose e dell’autore che dona la sua energia interiore, la sua anima profonda ad ogni momento o aspetto della poesia; la dimensione estetica è nelle immagini e nelle situazioni a tal punto che queste ultime si possono considerare soggetti di altrettante opere d’arte pittorica paragonabili ad opere di grandi autori contemporanei come  Savinio Carrà Magritte Escher o anche di importanti pubblicitari che, oggi, sono i più avanzati per immaginazione e design. Ma la dimensione estetica va oltre:
la finestra da cui entra la luce in Caravaggio, per esempio, è simbolo del “divino” che raggiunge l’umano attraverso la luce. La dimensione estetica deve far riferimento alla Bellezza, nella Nuova Poesia (e Arte) in modo nuovo, cioè in modo che il bello si avvicini più possibile al vero. Secondo alcuni per Platone “il bello è lo splendore del vero”,
anche se altri dicono che l’espressione non è di Platone, io credo che, comunque,  renda bene l’idea della verità che, nella sua perfezione (che trova nel cosmos la sua immagine, più significativa,) è così “vera”, evidente, perfetta da ispirare sensazioni emozioni sentimenti che “danno” luce come le stelle del firmamento, anche se lontanissime o spente. Questa poesia di Linguaglossa rende l’idea del “bello” in armonia con il “vero” e quindi con l’Essere.

Quando i versi di un poeta offrono un’infinità di percorsi o sentieri interpretativi che si dividono e intrecciano moltiplicando i significati della poesia, ci accorgiamo della memoria profonda che alimenta nutre o pietrifica ogni simbolo, metafora, segno, idea, moto dell’anima; ci accorgiamo se un poeta è dentro la sua opera quando essa diventa una parte del suo corpo, come gli occhi o le mani, o dell’anima che abbraccia tutto l’essere: perché questa è la novità che si evince dalle poesie di Linguaglossa: sono fatte con il corpo e l’anima, in tutta la loro estensione spaziotemporale (e altre dimensioni), ma è l’anima che racchiude il corpo, non viceversa come in generale si crede in relazione all’essere umano. Il “corpo” è la parte materiale della poesia, i suoni, i fonemi che, aggregandosi ad altri fonemi danno vita a nuovi significati; e le parole, investite dall’anima del poeta, acquistano una loro vitalità, emanano energia colore e calore, li trasmettono a chi legge innescando quella dialettica di scambio comunicativo e conoscitivo in una spirale, aperta verso tutte le direzioni (come nella forma della conchiglia, tanto cara all’Arte-Architettura barocca spagnola e italiana) da cui nasce la storia letteraria delle parole, il loro destino, talvolta la loro fortuna nei secoli.
La Bellezza: è il risultato di un insieme di scelte, condizioni, stati emozionali, vibrazioni dell’Essere captate dall’essere umano che possiede il delicato carisma di individuarla ed esprimerla: ma ci sarà sempre, tra l’Artista e la Bellezza a cui egli aspira, un limite insuperabile che si sposta continuamente, destinato a non risolversi mai: croce e delizia di poeti e artisti di grande levatura, sempre scontenti delle proprie conquiste.


A volte , come in Giorgio Linguaglossa, il viaggio verso la Bellezza passa attraverso il deserto del nulla e il labirinto del caos, si svolge per itinerari complessi legati alla sua capacità di percepire il dramma dell’umanità contemporanea, lo sfacelo dei rapporti umani, la caduta di tutti i valori, le rovine di una civiltà che in passato splendeva orgogliosa di se stessa e delle proprie creazioni. Perciò, nell’anima del nostro poeta, la presenza del nulla, del vuoto e della morte, anche nella poesia, ha generato un baratro, una specie di morte simbolica capace di trascinare tutto nell’abisso, una sorta di Apocalisse. Questo sprofondamento insieme all’uomo e all’umanità ha reso più complessa ma anche nuovissima e attuale nel poeta la ricerca della Bellezza: egli ha compiuto una sorta di discesa agli inferi, ma poi ha tentato di riemergere dalla profondità del mare e, sulla riva rocciosa ove è approdato, ha raccolto le  pietre per costruire la Nuova Cattedrale. Anche nella poesia che stiamo esaminando si delinea un percorso in frammenti gioiosi e dolorosi che si addensano nelle immagini-simbolo da cui emanano schegge di luce, presentimenti della Nuova Poesia e Nuova Estetica, che si riversano ovunque facendo risplendere anche ciò che è immerso nell’ombra: la finestra da cui entra il “corvo”, il sole che prende vita dal quadro, il mare (che prende vita dal quadro?) e se ne va, il Campari rosso nel calice di cristallo, lo specchio in cui si riflette il calice e appare un’ombra bianca! Bella questa dialettica tra la luce e l’ombra che avviene all’interno dell’ombra. Può essere bianca un’ombra? Certamente, se il poeta ci vuole anticipare una visione surreale degli inferi alternando il bianco al nero nel “gioco a dama” tra le ombre. E continua, mescolando immagini suggestive: lo stormo delle ombre bianche corre verso il mare, si spoglia (!!!), entrano in mare, bevono il sonno dell’oblio  (le bianche il nero, le nere il bianco). Il corvo –direttore d’orchestra invoca la musica: e il musicista rivela che non si può suonare perché ...”Qui sono tutti morti”. Dopo il regno dei morti in nero, la vita riprende a modo suo (della vita secondo Linguaglossa): il musicista imbraccia l’archetto, il violino si avvicina al fuoco, arriva il Signor K., il Campari va verso le labbra del Signor K., L’Archetto cammina verso il violino, le dita di...corrono verso l’archetto....e il fuoco (dell’Arte)  li insegue, presto raggiungerà tutti! Il finale in musica è affidato all’immaginazione che certo è più che mai dentro la vita. Sarà merito dell’anima del Poeta che abbraccia tutto?
Questa poesia potrebbe essere realizzata come Mostra  d’Arte - scenografie  poetiche per uno Spettacolo nella Galleria - unica nella sua originalità – dell’Ombra delle parole, più che mai adatta a portare in giro per il mondo la Novità della NOE, che non è l’ARCA di NOE’, ma potrebbe anche esserlo se pensiamo e crediamo, al di là di ogni logica veteroaristotelica, che sarebbe capace di portarci in salvo dal vuoto, dalla noia e dall’insignificanza. (E in compagnia degli...animali, tanto amati da La Rochefoucauld, di cui in parte condivido il pensiero, da fargli dichiarare: “Più conosco gli uomini...più amo le bestie”).


sabato 24 giugno 2017

POESIA ITALIANA: TESTO UNIFORME ALLA NOE


MARIO M. GABRIELE

La filosofia della religione e il razionalismo ateo hanno sempre destato vivaci scontri a partire dalla filosofia greca, passando per Tommaso d’Aquino con le Cinque Vie, fino a coinvolgere le moderne teorie sollevate dai vari Schrodinger ed Heisemberg.
La modernità dell’Essere dipende da come l’Uomo è visto nel Mondo: se creatura di Dio o del Nichilismo. L’Aufklarung si snocciola contro tutta la concezione fideistica, mentre la religione vivacizza  il giro del divenire che non è mai la condizione  del non Essere. Il disvelamento delle cose attraverso l’uso della ragione ha sottratto alla spiritualità il monopolio delle credenze, che altrove e in altri pulpiti ha una sua esposizione. Nella NOE, ossia nella Nuova Ontologia Estetica, la poesia si sottrae ad ogni illusione ed esercita una attività linguistica ed esistenziale molto diversa. Scrive Peter Atkins:”l’ateismo rappresenta il trionfo dell’Illuminismo su Micromega n. 7/2010 da pag. 3 a p. 15, con traduzione di Laura Franza: “Un ateismo attento al progresso scientifico rispetta  il potere dell’intelletto umano di lottare per conseguire nei modi opportuni la conoscenza. La scienza rispetta l’essere umano. La religione, malgrado le sue affermazioni  in senso contrario, le disprezza. Il compromesso, un accomodamento con la religione è una alleanza improponibile” E qui, in questo discorso di controversa dialettica, si innestano operatori del dissenso, avvocati d’ufficio, che tentano con i loro esiti propositivi, di far riconvertire i sostenitori del Nichilismo alla pura Spiritualità: una forzatura e attacco al libero pensiero, di autentica inciviltà culturale, che viola la libertà di espressione e di scelta etico-morale. (Mario M. Gabriele).

 Testo inedito di Mario M. Gabriele da: In viaggio con Godot.
…………………………
La cena fu come la voleva Lilly:
un tavolino con candele e fiori
e profumo Armani.
Le chiesi come stava Guglielmo.
-Di lui- disse, è rimasto un volume
e un segnalibro a pag. 21-.
Monika, più sobria dopo il lifting,
prese la mano di Beethoven
per un tour Vienna - Berlino.
Declinando il futuro di Essere e Avere
le gote di Miriam si fecero rosse.
Sui muri della U2
splendeva il museo di Auschwitz.
Averna era suggestiva con l’abito blu.
In un angolo giocatori d’azzardo
puntavano  sull'eclissi lunare.
-Allora, posso andare, Signora?-
disse la governante.
-Ho chiuso tutte le porte e le finestre.
Può stare tranquilla-.
Raccogliemmo  il riverbero di luce
nella stanza con profumo di violetta, e ligustro.
Una serata all'aperto, come clochard
e nessuna chiatta o pagaia alla riva
se non la fuga e il ritorno dopo il check-up.
E’ stata lunga l’attesa nell’Hospital day.
Il truccatore di morte
si è creata una Beautiful House
a pochi passi dal quartiere San Giovanni.
A Bilderberg  la povertà si arricchisce di nulla.
Tomasina rivede i conti
con le preghiere del sabato sera.
Un giorno verrà fuori chi ha voluto l’inganno.
Se metti mano all'album vedi solo ologrammi.
Un quadro di Basquiat al Sotheby's di Londra
ha dato luce all'Africa Art.

Bisogna rimetterla in piedi la statua caduta.



venerdì 9 giugno 2017

POESIA ITALIANA - LUCIO MAYOOR TOSI

LUCIO MAYOOR TOSI



Ecco un poeta, Lucio Mayoor Tosi che vi invito a leggere, e a conoscere anche se è già presente su http://mariomgabriele.altervista.org/, e sull'Ombra delle Parole, con testi  di evidente ricercatezza estetica e linguistica. Se ne trovano pochi, di questi autori e in queste stagioni di magro raccolto poetico. Qui desidero  riportare un esempio di poesia aperta  verso più orizzonti  che si fondono in un unicum narrativo a più ripiani segmentati dal frammento, secondo un discorso che lascia trasparire sottostanti momenti di riflessione  all'interno di una chiara esposizione psicoestetica.


Dow Jones

Il sempre presente sa battere a macchina.
La scrivania è piena di vecchi robot.
Giocattoli mai messi in ordine.
– Ci sono difetti strutturali nel linguaggio.
Si potrebbe dire che le parafrasi appartengano
tutte all’io. All’io bravo e all’incapace.
– Non vedo altro che cose intorno a me.
A tu per tu con il vuoto, dovendo affrontare
il comune pensiero di morte. Lunga pausa.
Interviene il biberon di un neonato sul pacchetto
delle sigarette. – Un fragile tentativo d’incanto,
amici miei cari barattoli.
Nei mercati finanziari sale il prezzo del pesce.
– Il vostro linguaggio mi sta mandando in confusione.
Urge modellare una poesia confidando nel tempo.
Tempo e luce. Primi passi di libertà:
L’atmosfera è un composto di tempo
La fine è annunciata, Dow Jones!

*
Senti-mentale

Oltre la siepe una fontanella di voci.
Non intorno, né sopra né sotto. Da qualche parte nella testa.
Verde fantasma di primavera. Vuota una brezza di vento.
Parole rigide come legnetti. Di seguito: volti che si girano
riflessi nel senza luce piccole ustioni. Impronte chiare
di palazzi persi abbandonati come piroscafi navigando
senza orizzonte. Luoghi di molte paure.
Alcune amiche.
Si fingeva di uscire.
Trepidanti.
Ombre di tutti i colori.
Fuori, in cortile sono stato per qualche minuto in compagnia
della bambina di due anni che abita nella casa di fronte.
Abbiamo comunicato a gesti. Ci siamo molto divertiti.
D’improvviso il buio si accende di limoni. Sorride il conducente.
Se ne va piano piano la luce.
Non vedo le carezze.
Mi si strangola dolcemente.

Ti bacio sul becco.

giovedì 1 giugno 2017

POESIA ITALIANA: UGO PISCOPO

UGO PISCOPO


Il surrealismo rimane nel fascino di molti poeti uno dei tanti modi di automatizzare la scrittura del sogno, superando il realismo stesso nel momento in cui appare insignificante il razionalismo dell’arte borghese, a favore di un linguaggio derivante dall’inconscio, tra istintività e automatismo verbale, come quelli espressi da Ugo Piscopo (1934), e consequenziali di un Io, diviso tra mondo patriarcale e mondo contemporaneo, nell’addensarsi di esperienze esistenziali e private, e di realtà socio-ambientali, d’autentica connotazione meridionale, come in Catalepta (1963), con i suoi andirivieni ermetico-neorealistici, a più ripiani poetici e convergenze figurative, o in — e — (1968), “ che non è la vocale di Rimbaud…ma la congiunzione di interrelazione, il continuo inceppo di tante parole….comunque, sempre una descrizione, quasi una storiografia, ma alla maniera dei cronisti medievali che raccoglievano tanta roba”, pag.5: tutta una commistione di inserti plurilinguistici, sigle pubblicitarie, note contabili, minime citazioni, passaggi dialettali e stilemi vari che spianano la strada al volume Jetteratura, Lacaita, Manduria, 1984: un repertorio poetico caratterizzato da collages, brevi inserti da tabloids, forme verbali evolutive e iperesometriche; in un canto a tenuta poematica armonizzato da un poeta del Sud, che sente a modo suo e drammaticamente, l’insoluta problematica dell’essere tra coscienza ed evanescenza, tra mondo rurale e mondo industriale, dove si incastonano spazi figurativi e psicologici di schietta trasmissione reale e memoriale: “Più sicuro sarei dietro il tronco materno di un pioppo /con la polpa buona per la madia bianca per il pane / e con la corteccia spaziosa a culla o piroga / Più felice sarei che all’ombra screpolata di quest’olmo antico / fra questo spreco di ricordi di cieli lagunari thomasmanniani / dove teneri riccioli dell’ora d’opale si versavano in latte / sulla traccia bianca del mattino “ (pag.21).
L’occasione poetica è spesso densa di sollecitazioni culturali di fronte ad una società irretita dai messaggi della civiltà dei consumi. Da qui la co-gestione di progetti verbali che vanno a misurarsi in stili e tematiche diverse: formando un piccolo avamposto di scrittura realizzata secondo le suggestioni di linguaggi multiculturali: tra estratti di prosa dei fratelli Grimm e di G. Anders: un libro certamente non provvisorio per via di quell’accumulazione timbrica che si fonde nella giusta coesione del rapporto poemetto-prosa, dove spesso la parola è oggetto di accentuata polimetria, e di pura manipolazione lessicale (consonantica, allitterativa), in cui la memoria, che è la parte più vitale e meno disgregatrice, si dipana linguisticamente in una vivace successione del “pensiero parlato”, vicina a tratti, al dinamismo presqu’automatique surrealista. (Luigi Fontanella, Poesia a Napoli negli anni Sessanta. Una Campionatura, La poesia a Napoli 1940-1987, pag.170). In effetti, e soprattutto in Jetteratura, più che nel volume Catalepta e in quello dal titolo — e —, si condensano variazioni tematiche che spaziano lungo le strade della nostra civiltà, tra ironia e sarcasmo: un vero e proprio materiale di genetica letteraria, attraverso un discorso che rivisita luoghi e culture diverse messi sotto esame e criticamente relazionati.
Di diverso approdo semantico è il volume Quaderno a Ulpia (la ragazza in mantello di cane), Alfredo Guida Editore 2002, che sembra distendersi su piani formali meno complessi che si uniscono in un unico discorso memoriale per la morte di Ulpia, docile cagnetta che rappresenta per il poeta il tacito legame di complicità tra uomo e bestia nella “pena di vivere” (Gennaro Savarese, Prefazione al volume Ulpia).
“Mistero” e “grazia figurata” sono invece i termini di una crittografia vegetale riportati nel recente volume Haiku del loglio (Guida, 2003), nel quale il Piscopo riesce a creare un sorprendente erbario da cui ricava correlazioni verbali d’illuminante rifrazione.
La campionatura poetica che presentiamo, è apparsa su Secondo Tempo — Libro Tredicesimo - Marcus Edizioni, Napoli 2001, ritenendo i testi un ulteriore passo in avanti della variegata transizione linguistica di Piscopo, il quale recupera alcuni incipit a cadenza tradizionale come”Torna a fiorir la rosa o la favola della parola” o “Volge al fin la sera del dì di festa” incastonati in una struttura lirica, accanto ad altri esiti con i paesaggi, desolati e maledetti e i tratti verbali metaforici “Cane è questo vecchio Sud “Cane nero dentro il vento che scroscia la furia / al crocevia che porta a Crotone”, tutti grafitati come supplemento di lettura e di proiezione dell’esistente.
All’attività di poeta e di narratore, il Piscopo ha fatto seguire interessanti contributi di critica letteraria e d’arte con i volumi Alberto Savinio (1973),Vittorio Pica. La protoavanguardia in Italia (1982), Futuristi a Napoli. Una mappa da riconoscere (1983), Diego Valeri (1985), Massimo Bontempelli. Per una letteratura dalle pareti lisce, (2001).

Fughe e silenzi germina la parola

Torna a fiorir la rosa o la favola della parola
mattutino risveglio della sera strazia in rossi barbagli
roride ombre disegna d’acque e di trinati capelvenere
controluce sulla bianca redola educata tra le aiuole

Ma noi noi tu e io in avaria alla gialla deriva
ci sconnette e arretra e assenta fuori campo oltre la scena
ombre vane che siamo d’un incarnato d’echi
non si sa dove soli soli eravamo e senza

Smarrita la donna in sé s’acciambella e fugge
strappato alla grazia il garbo di luna degli occhi
tanto può bellor di rosa il tuffo d’un bouquet
che irrompe a la chiusa imposta con un ramicel di fiori

In villa al crocevia dove arsi silenzi controvento
si dissolvono come in specchi labili postille
e illuse orme simulano indizi tracce intrighi
un frullo d’ali di cristallo marezza luci decembrine. (1990)

Compagnonnage

Volge al fin la sera del dì di festa
più lunghe l’ombre più sfuggente il canto
ho preso campo anch’io in Piazza Grande
solitario compagno di tenda
d’argonauta intento allo specchio del sogno
se mai la curva lossodromica cambiasse segno

Per conto suo d’un altro montagne di parole
scavai che fiorissero atolli nei mari del Sud
doveva svegliare il cane che dorme nel cerchio del Silenzio
cacciare gazzelle di suoni manguste dell’ombra che danza
aveva scelto ai dadi d’essere uno
ora è solo uno che essere poteva

L’ho visto essiccarsi in vitro fluorilucente
farsi geometria di rughe nel vento del tempo
per lui bracciante invano fui e giornaliero
voce che invoca cava dagli abissi
eco che tonfa in miniere abbandonate
e mette in fuga sciami d’anime morte
con le pupille roche e sabbiose dei diseredati (1991)

Stazione di Dugenta

Sei scattata stoppino scazonte
a un supposto richiamo
alto sulle pozze di pioggia
della stazione di Dugenta
che suona di carta d’argento
a offrire a chi
lo scopino d’una zampetta rattratta

Partito il treno t’ho lasciata
musino puntato a indagare
se un filo passi nonostante tutto
invisibile di seta che sale (1998)

martedì 16 maggio 2017

POESIA ITALIANA: GIOSE RIMANELLI

GIOSE RIMANELLI


 Ad una ampia campionatura di immagini-sensazioni e resoconti autobiografici, dove la sopravvivenza psicoemotiva di profondi soliloqui si alterna con i luoghi della memoria domestica e storica, tra visi, gesti, luoghi geografici diversi, come diverse ma non disgiunte da tutto il corpus poetico sono le due figure rappresentate dalla vita e dalla morte, che tra l’altro appaiono dominanti nella raccolta dal titolo: “Sonetti per Joseph” Caramanica Editore, 1998, s’affida Giose Rimanelli, tutto portato sul versante di un umanesimo illimitato e assoluto nella esaltante dichiarazione di un perduto bene che permane anche quando le rapine della morte mettono a soqquadro cuore e ragione e fanno della generosa illusione dell’esistere un delirio-rovello esplicato attraverso un lessico lirico assai singolare nella operazione di collegamento dei sentimenti , sia se si tratti di discorso neutrale che partecipe dei fatti e degli eventi. “Sonetti per Joseph” lancia messaggi psicoemotivi e linguistici che vanno al cuore della dialettica esistenziale, in una atmosfera familiare fatta di cronache e di racconti, di confessioni e delusioni , che si riannodano in un unico bozzolo dal quale fuoriescono filamenti memoriali, come disperato bisogno di ricucitura del tessuto quotidiano attraverso un’ampia galleria di personaggi, come la figura della madre, del Reverendo Mich ed i suoi cantori, di doppi se stesso del poeta, che riaffiorano come isole nel grande mare delle dispersioni con una febbrile volontà di esistere, anche dentro il “male di vivere”, non importa se poi tutto questo si riduce a uno smarrimento dell’io e a uno stupore delle cose passate e presenti.

RITORNO
LIII
Mia madre muore a Windsor, nell’Ontario,
in una casa abbandonata all’ombra.
L’abbraccio, la vezzeggio, non s’adombra:
lei sa d’esser sola nel suo santuario.

Qui a suo modo ognuno fa il solitario,
come a intrattenersi con la penombra
che a poco a poco invade i vetri, e sgombra
d’ogni residuo d’olio il lucernario.

Nella mia terra abbarbicata ai muri,
mia madre visse un riluttante esilio.
Ora qui siamo, nella sua: duri

da rompere col rimpianto, l’ausilio
dell’incognita, la testa agli scuri….
La Gloria? Passa sotto il peristilio.

Windsor, Ontario
Domenica 5 novembre 1995

MIA MADRE
XLVI
Joseph, non è morta , anche se lo penso.
Ha perso quasi tutte le sue piume
e il gesto, la parola. Già l’incenso
tinge la sua stanza di là del fiume.

Alla sua vita non c’è alcun compenso,
eccetto un pensiero: ci è stata lume,
porta aperta sul mondo in quel suo denso
ipotecare la speranza. Schiume

d’ignoto pianto battono le sponde
d’America, fino alla patria Italia,
e sfumano. Nessuno mai risponde.

Vanno e vengono, aggobbiti d’alia,
figli e nipoti e parlan di Laonde
la mamma/nonna, stelo della dalia.

Pompano Beach, Florida Martedì, 31 ottobre 1995

SALVE REGINA

XLIX
Aspetto la mia morte con lo sguardo
di mio padre, a cui sempre più somiglio:
chiaro, con tutta una sua grazia; il cardo
che pungeva è perso, tra grano e miglio.

Aspetto la mia morte, col ritardo
mitico dei treni, nel ripostiglio
della mia gloria; odorerà di nardo
e farro, vuota quanto uno sbadiglio.

La morte è rito solo per chi resta:
per me c’è il canto del Salve Regina
nella Valletta dove ognuno appresta

una tela sospirosa , in sordina;
e dove incontrerò te pure, in testa,
Joseph, a una brigata d’albaspina.

Pompano Beach, Florida
Giovedì, 2 novembre 1995


LA ROSA
XXXIII
Per i tuoi settanta, sapienza e amore
te ne danno appieno….venti di meno;
e, Dio voglia, ce ne saranno almeno
cent’anni ancora a salutare altre ore

di lieto conversare, di sereno
scrivere nel reciproco pallore;
è questa la vita, è questo il suo odore?
La barca cerca altra sponda, il seno

sempiterno che ci ripaghi a fondo
d’ogni umano dolore — quella spola,
Joseph, che tesse o inceppa il girotondo.
La rosa odora una giornata sola,
(come la nostra vita in questo mondo,)
e Amore canta, ride e se ne vola.

Election Day Pompano Beach, Florida Martedì, 6 novembre 1994

SIS
XVII
Mangiavano peperoni salati
sotto il fusto d’una palma, in un fosso
di fango e rettili, semi affogati
nei loro tatuaggi; e nient’altro addosso.

Uno d’essi si rosicchiava un osso,
ed un altro i capelli insanguinati
d’un terzo che piangeva, “Ummm, yes, ti posso…”
e mormorava un blues di stralunati.

“Yes mama, mama look at Sis, lei è fuori
on the levee, facendo il doppio salto
col Reverendo Mich ed i suoi cantori”.

“Rum in here, you little sow, lo smalto
sulle unghie is bad, girl, you know how? Se muori,
you little sow, mama too vola in alto.

Jacksonville, Florida
Sabato mattina, 17 settembre 1994

PREGHIERA

XXIII
La pioggia che ti sfruscia nel pineto,
e quella che t’affoga nei diluvi
è la stessa che monda e ti disseta,
è la stessa pioggia che carezza e urla.

Sei come il passerotto che si burla
sul filo del giorno giunto a compieta,
e si stordisce al buio negli effluvi
di paludi che vegliano il canneto.

Joseph, aiuto! Sempre stessa storia
on Television, da mattina a sera:
soap opera, politica, violenza.

Questa porosa cosa, la mia scoria,
(permetti?) eleva ancora una preghiera:
che presto arrivi l’ultima partenza.

Jacksonville, Florida
Martedì, 11 ottobre 1994

VENTURA

XXV
Ognuno costruisce la sua casa
nel deserto, ed ara, scava e coltiva.
Poi — passa un giorno passa un anno — arriva
il vento e l’acqua o il fuoco e la travasa.

C’era sempre un fiore sulla cimasa
che ci donò guidogozzano: estiva,
con i colori di Domani, e viva…
come i bei sogni morti in quella casa.

Ora la gente passa e mi domanda:
“Di cosa ti lamenti, la paura?”
Tutta la vita è fatta di chi sbanda,

o arranca, cercando la via sicura.
Ma poi si affonda. Paura? La banda
suona al solito il blues e la ventura.

Jacksonville, Florida
Sabato, 15 ottobre 1994

CATULLIANA V

XLVIII
Godiamo in santa pace il nostro amore
perché la vita è luce che si spegne.
Lo dico a Bimba con aperto ardore
siccome a lei non vanno le consegne,

le morali delle favole, le ore
attorte e un tantino pregne alle insegne
delle scuole, o assorte nel luccicore,
Joseph, di tutte quelle cose degne.

Ho perso sempre tutto nella vita,
Joseph rispose , eccetto la mia croce.
Vi sono entrato come in una gita,

petto in fuori, melodica la voce.
Onestamente, me la son goduta:
godendo anche l’amaro della noce. (66)

Pompano Beach, Florida

Mercoledì, 1 novembre 1995

lunedì 17 aprile 2017

POESIA ITALIANA: N.O.E. - NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA


DUE ESEMPI DI POESIA N.O.E. 

GIORGIO LINGUAGLOSSA

(da Risposta del Signor Cogito inedito, 2014)

Il corvo è entrato dalla finestra
Il corvo è entrato dalla finestra.
Una stanza. Atelier del pittore.
C’è solo l’ombra del pittore distesa sul pavimento.
Un cavalletto e una tela bianca.
Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
Il sole prende vita dal quadro e se ne va.
Nel quadro è rimasto solo il mare.
Anche il mare se ne va.
E resta un abito in gessato bianco in una barca
che rema verso una proda.
Ma la stanza è vuota, il mare non c’è.
Il Campari rosso è nel calice di cristallo
che il Signor K. sorseggia.
[…]
Osservo il suo pomo di Adamo, che va su e giù.
Un’ombra bianca si guarda il volto nello specchio.
Nello specchio il calice del Campari. E l’ombra.
Ombre bianche escono dalla tromba delle scale
(al trentunesimo piano della Fifth avenue)
nascono dal cimitero chiamato terra
e vanno verso il mare. Si spogliano nude.
Entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
[…]
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.
Il direttore d’orchestra ripiega le sue ali nere
dietro le spalle, e chiede al musicista:
«Suonate qualcosa, Signore?».
«Non c’è nessuno qui, sono tutti
morti». «Non posso suonare».
[…]
Finestre buie, Finestre nere. Porte buie. Porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.
Il musicista imbraccia l’archetto.
Il violino si avvicina al fuoco.
Tra poco dalla finestra entrerà il ghiaccio.
[…]
Bussano a una porta. La maniglia di ottone
gira con un flebile stridio: è il Signor K.
«Vostra Grazia…».
Il Campari si dirige verso le labbra del Signor K.
L’archetto cammina verso il violino
le mie dita corrono verso l’archetto.
Il fuoco incespica, s’impenna, li insegue,
tra poco li raggiungerà.
[…]
«Quale “capriccio”, Vostra Grazia?».
«Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo».
*
MARIO M. GABRIELE

(da L’erba di Stonehenge, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016)

La notte celò i morsi delle murene.
Tornarono le metafore e gli epistemi
e una folla “che mai avremmo creduto
che morte tanta ne avesse disfatta”:
Wolfgang, borgomastro di Dusseldorf,
Erich, falegname in Hamburg,
Ruth, vedova e madre di Ehud e di Sael,
Lothar e Hans, liutai.
Questa è la casa: -Guten Morgen, Mein Herr,
Guten Morgen-, disse Albert.
Qui curiamo le piante e le orchidee,
offriamo sandali e narghilè ai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostela.
Sui gradini dell’Iperfamila,
tra stampe di Kandinskij e barattoli di Warhol,
Moko Kainda sognava l’Africa di Mandela.
-“Doveva essere migliore degli altri
il nostro XX secolo”- scriveva Szymborska,
tanto che neppure Mss. Dorothy,
chiromante e astrologa,
riuscì a svelare le carte del futuro,
né Daisy si dolse del sole africano,
ma dei muri che chiudevano
le terre di Samuele e di Giuseppe.
E non era passato molto tempo
da quando Margaret e Jennifer
(che pure in vita dovevano essere
due anime perfette e pie),
volarono in cielo.
L’alba illuminava gli angoli bui, gli slums.
Era ottobre di canti e heineken
con la foto della Dietrich sul Der Spiegel.
Riapparve la luce,
ed era tuo il lampo sulle colline
bruciate dall’autunno.
Ma è malinconia, mammy,
quella che ha preso posto nella casa
dove neanche le preghiere ci danno più speranza.
Fuori ci sono il drugstore e il giardino degli anziani,
l’eucaliptus e il parco delle rimembranze,
la guardia medica per il tuo tremore Alzheimer.
Fra poco la neve coprirà il poggetto.
Ci sarà poco da raccontare
a chi rimane nella veglia,
dove c’è sempre qualcuno
che parla della lunga barba di Dio
come una cometa
nella notte più silente dell’anno,
quando il gufo da sopra il ramo

sbircia il futuro e vola via.

martedì 14 febbraio 2017

POESIA ITALIANA - MARIO M. GABRIELE


MARIO M. GABRIELE

Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti  furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare.
L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n. 1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile.Il viso di Marilyn sul Time.
-Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è?-,
chiese un turista.
-E’ la mano del mondo vicina all’indice di Dio-,rispose un abatino.
Allora, che salvi Barbara Strong,
e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
e i morti per acqua e solitudine,
e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
e che ci sia una sola primavera
di verdi boschi e alberi profumati,
come in un trittico di Bosch.
Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.
---
Ci  furono  mostre  di calici sugli altari,
libri di Padre Armeno e di Soledad,
e un concerto di Rostropovic.
Usciti  all’aperto prendemmo  motorways. .
Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di  morire
c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
A San Marco di Castellabate
 la stagione dei concerti era appena cominciata.
Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
di fronte alle arti visive di Cornelis Esher.
Un relatore rimandò  ad una nuova lettura
I Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez.
Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.

Et c’est la nuit, Madame, la Nuit!. Je le jure, sans ironie.

da In viaggio con Godot


domenica 29 gennaio 2017

POESIA ITALIANA - GIORNO DELLA MEMORIA


Da L'Ombra delle parole del 29 gennaio 2017, si riportano i testi di alcuni poeti italiani in onore della Giornata della memoria


Mario M. Gabriele
da Ritratto di signora, Nuova Letteratura, 2014


Il tuo sorriso non risuona nelle stanze,
e il fiore di Tarquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci,
più non c’è riparo al volo di pipistrelli,
un giglio dura ancora nel giardino:
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino?
pure ci abbandonano i velari del passato,
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili,
come serenate al chiar di luna,
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla,
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list,
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento;
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte,
il male nel codice genetico,
chi l’ha spenta la lampada votiva?
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi.

Flavio Almerighi

Nella baracca X

Non è bastato inghiottire pianto
e silenzi nel carmelo di Dachau,
sembrare bambino per essere uomo
gente senza mandibola batte ancora i denti,
la morte è ingiusta per chi non ha vissuto.
Manca verità nelle leggi, tutte l’omettono.
E voi rami secchi, invisi alle vostre donne,
siete gli unici a non averlo creduto,
i vostri nati hanno torto il viso da voi
mentre lasciavate fare,
ordinando preventivi per nuove case sfatte.
Pensavate di tacciare il male con epigrafi
in tutte le lingue, ma i demoni resistono
Doveva essere Mai più in tutto il mondo,
invece nella baracca X l’uomo batte i denti,
paga pegno a una civiltà in ostaggio.


Giuseppe Talia

Nacht und Nebel 

Amavo Vincent. Una mattina la Gestapo bussò alla mia porta.
Stavo preparando la colazione. Vincent era ancora nel tepore
Del letto. Drinner oder draussen! La porta si chiuse alle mie spalle
Un treno e la neve che non finiva mai. Vincent e il tepore del letto
Un ricordo lontano lontano. Mi cucirono sul petto un triangolo rosa.
La pelle attaccata all’osso. Fame e stenti nei capannoni dissenterici.
Quanti siamo? Quanti saremo? Il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee?
Lontano lontano. Ogni tanto scambio qualche parola con Adna. Mi mostra
Il suo triangolo nero. Mi racconta delle serate al Dorian Gray, al Flauto Magico
Io chiudo gli occhi. Vincent Vincent. Dove sei? E una sera Vincent mi venne in sogno:
Otgeschlagen – Totgeschwiegen

Lucio Mayoor Tosi

Mangia qualcosa, Josef.

Il piatto si riempie di acqua e cenere.
La tartaruga cammina cammina finché
s’ingroppa la forchetta. Il tavolo si riempie
di formiche, c’è del sangue rappreso
di cane impazzito. Preghiamo:
Fai che finisca presto. E portaci il sapone.
Amen.
Sul ripiano del frigorifero
le mani annerite di Joseph Hassid, il violinista
che suonava a memoria: il futuro in Site of Burr Hole.
Comprese le scarpe e i denti.
Non sapere se siamo ancora qui, muti tra le scansie
di un drugstore, oppure fantasmi.
Nel giardino dei Dobermann tengono sempre
le luci accese.

Gino Rago

I poeti del Novecento amarono gli Armeni.
Ma non perché gli Armeni specchiassero se stessi
nelle nevi eterne d’Ararat.
I poeti amarono gli Armeni
perché qualcuno pensò d’incenerirli
proprio in quanto Armeni.
I poeti del Novecento amarono gli zingari,
i diversi, i comunisti
per le stesse ragioni per cui prima amarono
gli Armeni. I poeti amarono gli Ebrei.
Perché qualcuno pensò
di cancellarli dalla faccia della terra
proprio perché Ebrei. I camini di Auschwitz
a perpetuare il ciclo del Carbonio.
Nel tempo. Nello spazio. Nel sonno imperdonabile
dell’intelligenza. I poeti del Novecento amano
le anime costrette nella morsa di Gaza.
Perché qualcuno pensa d’annientarli?
I poeti amano i Palestinesi
proprio come amarono gli Armeni, gli zingari,
i diversi, gli Ebrei, i comunisti.
I poeti amano i sommersi
perché chi resta vivo in mezzo ai morti
non si vergogni più d’essere un uomo.

Giorgio Linguaglossa

Preambolo del Signor K. «La «nuova poesia ontologica»?, 
suvvia Cogito, siamo seri…»

Il treno è in viaggio. Porta soldati con l’elmo a punta. 
Verso il fronte russo.
Il Signor K. siede nel vagone ristorante,
ha con sé la valigetta diplomatica.
Cogito ha nella tasca interna della giacca 
la fotografia di Enceladon.
Il Signor K. misurò con ampi passi lo spazio del vagone ristorante.
«L’ideale sarebbe far fuori i tipi come Lei, Cogito,
voi siete dei rompiscatole, con tutto il rispetto
per il vostro ruolo. 
La bellezza di Enceladon? Suvvia, Cogito, non sia ridicolo.
Che vuole, sarebbe semplice per me 
far premere il grilletto da uno dei miei sodali, 
ma, sarebbe, appunto, eccessivamente ludico,
ed io detesto le soluzioni rapide, 
preferisco complicare ciò che è semplice. 
Giocare con Lei, Herr Cogito,
tutto sommato, mi diverte, è come il gioco con il gatto e il topo.
Del resto, in fin dei conti, l’arte è un’attività onanistica.
Ha qualcosa dello specchio da toeletta, rammenta 
lo specchio ustorio… 
Qualcosa di disdicevole…»
«A cosa devo la sua visita?», chiede Cogito sopra pensiero 
mentre fuma un sigaro italiano.
«Ecco, diciamo – rispose il Signor K. – 
che interverrò, di persona,
di quando in quando, a secondo dei miei umori atrabiliari
negli eventi del mondo.
Lei, Mario Gabriele e Steven Grieco Rathgeb? 
Sì, possiamo prendere un caffè insieme. La «nuova 
poesia ontologica»?, 
suvvia Cogito, siamo seri… 
Mi congedo, e mi prendo la libertà di comparire.
E scomparire…».

Adam Vaccaro

Memorie del futuro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa 
batte batte dentro al cuore come 
blatta che non volerà rimarrà
a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima
diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e
di oggi che sappia pesare 
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca
offerta al dio di tutti 
i popoli di tutte le terre 
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti
di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti 
assediate da cumuli di blatte
affamate impazzite – 
se questo è un uomo

Paolo Carlucci

Il viaggio curioso dell’Est

Il futuro, ricordando, si gioca i selfies … 
Testamento digitale, forse un assedio
l’innocenza di ieri è già perduta.
S’animava l’infanzia, là a Terezin,
impertinente e viva, sulla soglia 
annoiata dell’occhio, il pettine del vento 
disordinò trasparenza ai miei pensieri.
Ecco, scorreva nuovo e sconosciuto
come fiume il tuo viso intriso d’ombra:
luce che accolse nell’estro di ghiaccio
dei ricordi, soffice e calda la prima neve.
Maestra ancora acquerellando giostre 
d’aquiloni rintanati nella memoria: 
si fa più larga madre, ora la notte. 
Ha braccia aperte di storia, ascolta, risale 
nuovi i passi veloci di tanta indifferenza.
Fiume che scorre a lampi d’ozio turistico, 
tra bianche, flessuose betulle, bivacca 
sarcasmi il viaggio curioso dell’Est.
S’adagia poi a marmaglia tra le nuvole 
l’inverno oggi si gioca i selfies …