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venerdì 22 giugno 2018

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE da Registro di bordo

La struttura di questo testo si basa sui distici dove, con maggiore evidenza, si immette il frammento, con proprie sintesi  progettuali.

Fly Me To The Moon

Signora Stefford  i crickets sono andati via.
E’ rimasta solo l’upupa con i suoi up up up.

Non ce ne sbarazzeremo facilmente.
Ormai ha messo le ali sul tetto di Henry.

Ora ci si mette pure il cane Dillinger
a creare sobbalzi e paura.

La città  ha una nuova urbanistica con piani terra
dove a sera dorme l’uomo senza nome.

Helen Britt, vicina ai 9o anni,
ha donato la casa ad una onlus.

Nel book-room è diventato  best seller
il libro -50 sfumature di grigio- di  E.L. James.

Anni 40 e nuovo secolo: che altro aspetti?
Fly me to the Moon!

Andiamo da Mc Lee a interpretare le centurie.
Mary si è fatto un vestito il giorno prima degli esami.

La giornata non è tra le più belle. Piove.
C’è una Street Art sulla A 16. Sembra Warhol.

Due niggers aprono il libro della sera
archiviando Burundi e Burkina Faso.

Anche la notte è passata con le ore.
Il colloquio con Sophy non è stato brillante.

Suona papà Doc il blues del Cotton Club,
è morto il canarino del Wisconsin.

Meg lo diceva che in casa c’era un clarinetto,

ma nessuno l’ascoltava.


lunedì 23 aprile 2018

GIOCONDO COLANGELO

GIOCONDO COLANGELO

(11) Apparso per la prima volta con delle partiture poetiche inedite nell’antologia Poeti del Molise, Giocondo Colangelo (1954) ha fatto seguire, dopo la pubblicazione di queste sue scritture autobiografiche, una plaquette di versi e calembours dal titolo Senza recita, Casa Molisana del Libro, 1982, che tra neutralità dei vecchi schemi e alleanza a un dire nuovo, segna sulla carta della quotidianità le tangenziali dell’esistenza e le cifre del vissuto, tratteggiando il ricordo e il sogno verso punti di fuga e di morte, secondo suggestioni letterarie ben precise (Whitman e Rimbaud sono solo alcuni dei poeti presi a riferimento), tra motivi ora ironici, ora delicatamente memoriali, al di fuori di ogni riconferma e restaurazione di modelli archetipi senza, tra l’altro, sconfinare nei territori degli squilibri formali, per lasciare, come dice l’autore, le sue poesie alle spalle, per perderle e, secondo l’insegnamento di quel prete di un libro di Borges, Bioy Casares, che insisteva sulla necessità di perdere l’anima per salvarla, ritrovarle, all’interno del rapporto odio-amore, fino a dilacerare il tessuto esistenziale e ricucirlo da ogni strappo e ferita, prima della inevitabile resa o sconfitta.
Quanto alle ulteriori prove o verifiche, a livello di consistenza, di cui parlava Pasquale De Lisio, recensendo Senza recita su Proposte molisane 82/1, pag, 197, non crediamo che esse debbano costituire delle condizioni essenziali per riconfermare giudizi e chiavi di lettura. Senza recita resta, al di là delle (im)probabili sortite poetiche dell’autore, un momento altro o a sé di quel fervore letterario, come esperienza parallela degli avvenimenti culturali prodotti negli anni Settanta-Ottanta.
Con molta probabilità il documento poetico di Colangelo sta a indicare il rifiuto di una Forma declamata e artefatta, ovvero, la negazione al bel canto e allo stile delle cifre di Cocteau.
Senza recita propone nella sua struttura, momenti di vita vissuti nel silenzio e nella emarginazione, nel quadro delle varie esperienze fatte dall’autore. Da qui l’uso di una parola poetica che rifiuta il ninnolo tradizionale, l’idillio e l’arabesco, e che pure sta a dimostrare e a indicare una delle tante strade percorse dalla poesia nel conflitto dei segni e dei significati.

DEDICATO A UN PURO AMICO IMMAGINARIO

Ci siamo cacciati in un brutto pasticcio Fred,
non vedo come faremo a venirne fuori!
Queste ombre sanguinolente non ci mollano più,
il capezzale di morte è lì sul nostro cammino,
alla foce del fiume ci attendono, non ci andremo!
Ti dedico questi granuli di sabbia,
sabbia del deserto, deserto della mia stanza,
mentre fuori mille cervelli
stanno esplodendo in orgasmi di utopie,
domatori inferociti divorano i leoni,
(moro in facoltà fa l’occhietto al collettivo),
hare krishna infangato da calessi in corsa
piange sul ciglio della strada,
James Joyce urla nella tomba:Rivoglio le mie lettere,
Monsieur Bernard applaudito al comitato
rimpiange vecchie glorie,
“have a good time, baby” lanciato nello spazio
rientra dall’uscita d’emergenza,
“lascia andare le parole” sussurrato all’orecchio,
non ho molto tempo vuole dire.
Quest’ultima visione,
non mi rimane altro prima di partire.
Una stanza illuminata,
Mary col suo adolescente nudo sulle ginocchia,
“altri quindici giorni e poi sono fuori”,
un vecchio cortile circondato d’aiuole,
ci siamo lui io e tanti altri,
Mary col broncio perché si ride di lei;
-cento anni per capire che la chiave delle Illuminazioni
era lì, dietro la porta -.
Lui in divisa, intossicato di vita, sorride all’amico,
gli promette bevendo un lunghissimo spleen.
(Genzano 27.2.76)

Stanotte son di guardia alle stelle,
la luna non c’è,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

Il gatto nel cortile
gioca a rincorrere il coniglio,
mentre l’uccellino incollato
sta morendo sul muraglione.
Stanotte son di guardia alla luna,
le stelle non ci sono,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

In una simile notte
senza lucciole
dev’esser morto Esenin,
in una simile notte
sul muraglione scuro
il mio passerotto muore.

Ufficiale di picchetto chiudi bene
il cancello stanotte,
non lasciar passare i ricordi.

*

Ospemiles di Firenze
ad attendermi tutti burloni fiorentini.
il primo accenno a Ciapaqua
e i libri di Burroughs nella borsa.

Gli amici mi venivano a trovare.
Nicola mi portò l’assassino,
ne fumammo insieme
e ridemmo di Mary.

Vecchia Olanda nella mente.
Mary era sempre lì
col suo adolescente nudo sulle ginocchia.
La notte copulavamo felici.

Telecuore con esofago barrierato
dette esito negativo
e glicemia e azotemia
erano solo una scusa per succhiarmi del sangue.

Bronchite catarrosa subacuta
fu la carta vincente.
Con i miei quattordici giorni di convalescenza
nel taschino della giacca

salutai gli amici burloni e Firenze,
Nicola dietro il bancone e Mary.
“Altri quindi giorni e poi sono fuori”
furono le sue ultime parole.


Finalmente novembre,
sono quasi alla Fine.
-Bisogna aver rispetto
per tutto ciò che finisce -

Il mese è dedicato ai morti,
anche a te Pier Paolo
ucciso dalla tua sessualità.
Me l’ha detto quest’oggi

la mia radiolina,
è successo dalle parti di Ostia,
e pensavo che solo a gennaio
stavo in biblioteca, seduto, a parlare di te.

“ Non ho paura della morte, ne avevo
solo da ragazzo” allora dicevi.
E Cimo che continuava a ripetermi:
“ Deve essere proprio un intellettuale pazzo”.

“Era un trasgressore di tutti i codici”
scriverà di te un tuo amico.
Ora quest’Italia furfante
si è persino dimenticata di te,

che facevi tanto per scuoterla.
Ma non temere l’oblio,
i poeti vivranno in eterno,
e tu certo, non eri da meno..

*

Me chi mi ama? Dannazione!
Rinchiuso fin dall’infanzia in galere scolastiche
ad affogare il cervello nella noia
tamburellando masturbazioni
rincorrendo la vita, irragiungibile.
Sogno di essere felice ma non lo sono.
Me chi mi ama?
Trobar clus nella notte buia.
Lucio nella latrina di servizio a salmodiare poesia.
Dopo la sua partenza per Lucca non mi ha più salutato.
Ed ora…un cranio pieno di libri,
senza valore ormai.
Nei sogni pieni di incubi possono riviverli, se voglio.
Fantastiche storie dell’Aldilà.
Me chi mi ama?
Solo il gatto Manoski. Quando ha fame.
A chi mai confessarlo?
Il mio pensiero — precursore del vento —
mia sola dama di compagnia,
Sto vivendo nella mia mente.
Questo (ed altro) aspettando l’autobus
In un frizzante mattino autunnale,
a Roma.

A M.
Chi ucciderai ancora? Chi porterai alle stelle?
Che altre menzogne inventerai?
(Osip Mandelstam)


FIGHT ON

RITMO è la percussione
di questo pezzo di Peter Tosh
un reggae arrangiato
da musici e pittori fiamminghi del Cinquecento
Lacrima è quella che non hai versato
per me
Drogato è il ricordo
delle estenuanti attese
dagli addii di sasso
dalla tua lacrima non versata
ma non questo ritmo
oh come vorrei essere io l’alchimista
e a notte tarda dopo la serata
rincasare verso la mia donna di colore
io il giamaicano
l’arabo che languisce nel metrò parigino
il vecchio alcolizzato con l’armonica
che ogni sera suona alla Station olandese
giocondo colangelo figlio di Michelangelo
murato in queste quattro (mila) mura di libri
che se scrive una canzone per domani
è solo per ritrovare il fanciullo che era ieri.

Quanto al ”Taccuino del sognatore ” accluso a “Senza recita “, qualche tavola di lettura riteniamo di doverla recuperare, anche a costo di trasgredire sul piano metodologico, ma è un peccato veniale che vale la pena di commettere. In altri termini si vuole riportare in superficie da “Le impressioni parigine” tutto “ l’humus poetico” e il “ sentimento critico “ del poeta in relazione alla sua visita al Louvre e alla chiesa di Notre-Dame di Parigi , In effetti opera anche qui un vagabondaggio culturale sul mondo esterno, con una minuziosa descrizione sui fatti e gli avvenimenti che si presentano durante il giorno nella cosmopolita Parigi popolata di ambulanti e giocolieri, di colonie di arabi e di venditori di quadri e oppio, di clochard e di miserie grandi e piccole che si consumano all’ombra delle rues e delle bidonvilles:


da : “ IMPRESSIONI PARIGINE “

TUTTI VOGLIONO VEDERE

Tutti vogliono vedere . Alla chiesa di Notre-Dame la gente si accalca per vedere il Tesoro. L’ingresso è di tre franchi. Per gli studenti niente riduzione. Ai due lati della chiesa, dentro la basilica del Sacrè-Coeur si vendono i ricordini. Piccole dosi di religione da riportare a casa, agli amici. La chiesa di Cristo è trasformata in un mercato. Turisti dappertutto, i giapponesi con le macchine fotografiche perfino nelle orecchie. Fotografano Cristo. Una vecchina domanda a un sacerdote, nel suo strano dialetto spagnolo dove vendono dei crocifissi “Comment ?” è la risposta. La vecchina insiste:” por comprar de los crucifijos, por comprar Jesucristo “. Il prete capisce, sorride. Glielo indica. Questo secolo consumistico ha trovato il sistema di commercializzare pure Cristo. Lo si vende, si compra, si paga per guardarlo. Ce n’è per tutti i gusti. Il Cristo per i poveri, di pochi franchi, e il Cristo per i ricchi. Una massa di venduti che vendono. Ma , a parte il mercato, la basilica del Sacrè-Coeur ti colpisce per la grandiosità della rappresentazione religiosa. Entrando, di fronte a te, in alto, un Cristo immenso con le braccia allargate ti domina. Ai suoi lati, papi, santi. Sono molto piccoli rispetto a Lui. Però sempre più grandi di altri personaggi che seguono. L’autore di questa rappresentazione ha voluto creare una scala di valori nella gerarchia religiosa. L’ordine d’importanza nella gerarchia è dato dalla grandezza. Rappresentazione alquanto banale, ma efficiente. Si è dominati da questo Cristo immenso. In questa chiesa l’uomo non esiste. La prima volta che vi entrai stavano celebrando una messa. Il prete all’omelia dava l’idea di voler fare un discorso politico. Parlava con lo stesso ritmo e timbro di voce con cui si fanno i comizi. La politica in chiesa? Non c’è da stupirsi. Durante le guerre i francesi, popolo di nazionalisti, si radunavano in chiesa per pregare. Finite le guerre eccoli di nuovo in chiesa per “ celebrare “ la vittoria. Amen.

Barboni nella metropolitana, agli angoli delle strade, sdraiati nei giardini pubblici. Sembra la città dei pezzenti, Parigi. Puzzano d’alcool lontano un miglio, puzzano di morte. Tanti arabi. Vengono dalle ex - colonie. Fanno i lavori più umili. Uomini delle pulizie nel mètrò. Non vedono mai la luce. L’altro giorno al Jardin des plantes un arabo sdraiato su una panchina, solo. Triste, già morto. Consumava così le sue ore, i suoi giorni, i suoi anni. Sarebbe venuta voglia di andargli incontro, abbracciarlo. “Fratello, non lasciarti morire! Ritorna nella tua terra, sii felice”. Non l’ho fatto. Come potevo.. Sono andato via. E’ rimasto come l’avevo trovato. Un pezzo di Marocco venuto a morire in terra straniera, in terra francese.

Niente. E’ proprio vero, hanno trasformato le loro chiese, i francesi, in mercato. Mercoledì 22 agosto alle venti e trenta concerto per organo di Lionel Rogg. Prezzo quindi franchi. Portano Bach in chiesa e lo vendono, loro. Proprio come Cristo. Non c’è che dire. Mi sono imbucato. Non c’è che dire. Giorni fa per farmi i capelli, senza shampoo, nella lontana periferia, in un umilissimo coiffeur, 33 franchi ha voluto, lui, il barbiere. Trentatrè franchi, che equivalgono a seimilatrecentosessantanove dannate lire. Niente. E allora mi sono imbucato in chiesa. Bisogna rubare ai ladri, è l’unico sistema per sopravvivere, in un posto di ladri.

Esco dallo Studio Saint - Sèverin dopo aver visto per l’ottava volta il film - concerto di Bob Marley, quello del giugno 77 al Raimbow. Ho fumato nella toilette del cinema con due ragazzi arabi di Algeri. Prendo Rue Saint- Saint-Sèverin e taglio per Rue de la Harpe così sono subito a Boulevard St. Germain. Sono le venti circa. E’ l’ora in cui cominciano ad affluire sul boulevard i venditori ambulanti di oggetti fatti a mano, braccialetti, collanine, orecchini. Arrivano anche i venditori di quadri, di posters e i suonatori ambulanti, o occasionali, che cercano di svoltare la serata. Ogni sera così. Davanti alla chiesa St. Germain - des - Prés il circo. Il lanciatore di fiamme, il mimo, gli acrobati, il prestigiatore e l’uomo delle catene. E’ un ragazzo biondo ,quello. L’ho osservato per alcune sere. Sempre la stessa scena. Ogni sera. Si fa legare dai passanti una lunga catena di ferro intorno al corpo. La fa incastrare con due lucchetti e dopo dieci minuti, con le contorsioni del corpo, riesce a sfilarsela. La gente applaude. Poi è la volta dei vetri rotti. Vi si sdraia sopra con la schiena e si fa salire sul corpo dieci persone. Voilà. Il gioco è fatto. Nemmeno un taglio. Altri applausi. E’ infine la volta delle fiamme. La gente è contenta. Finito il numero passa con un cappello tra il pubblico, sono generosi. Lui ringrazia per ogni monetina che riceve. Dopo il tin metallico china la testa e cinguetta un merci. Se ne va. Anch’io. Faccio la rue de Rennes. All’angolo, davanti alla farmacia, i soliti invertiti. Sono ragazzi, si baciano e abbracciano tra di loro, per provocare i passanti. Ci sono anche lesbiche. Per strada sono come cullato dalla musica. Cammino come in un sogno di Dalì. Timothy Leary dice che è l’unico pittore dell’LS.D., senza L.S.D.. Sono solo e felice.Una volta tanto. E’ per via del fumo. Tutt’intorno è un luccicare di colori. Le macchine sfrecciano, superbamente. Le sento amiche. Sono arrivato in un attimo, in albergo. La musica si dissolve in ascensore, come in un sogno. Il Raimbow, Bob Marley, scomparsi. Però ogni tanto qualche nota ritorna. Mi aspettano ora il vino e il formaggio. Anche una pesca. E’ da ‘ sta mattina che non mangio. Sono fortunato. In Giamaica hanno qualcosa come meno di niente. L’ho visto al cinema. Solo la musica e tanto sole. Il resto è miseria. Bidonvilles.
Per ora basta. Spegnerò la luce su questo giorno. Leggerò Céline prima. Forse.

Volevo vendere due libri ai bouquinistes. Un totale di novantadue franchi. Non l’ho fatto. Volevano darmi massimo venticinque franchi, per i due libri, quei rabbini. Volevano speculare sulla mia miseria. In parole povere truffarmi. Quei ladri. Il furto legale è più schifoso di quello illegale. Ha le spalle coperte. Al sicuro.

L’ho scrutati subito, in fondo all’anima. Hanno pensato: “Ha bisogno di soldi, lo prenderemo alla gola“. Ma io non glieli ho dati. Ho intuito il gioco. Me ne sono andato. Prima li ho esaminati bene, però. Sono una marea di persone anziane, tra cui una buona metà ha superato l’età della pensione. Pochissimi giovani. La gran parte è composta di vecchie che non hanno alcuna intenzione di mollare. Se ne potrebbero stare tranquille in pensione, ma non lo fanno. Se ne stanno lì a farfugliare prezzi, a vendere cartoline sbiadite dal tempo e libri scritti da fantasmi. La morte le coglierà sul lungosenna, aggrappate all’ultimo franco, all’ultimo respiro. Una prece. Che tristezza. Nessuna mi ama. Sono piombato in un abisso di solitudine.

domenica 18 marzo 2018

COMMENTO DI ANTONIO SAGREDO SU UNA POESIA DI KARASEK



Riportiamo un testo poetico di Krzysztof Karasek pubblicato su L’Ombra delle parole del 14 marzo 2018, tradotto da Paolo Statuti, con un pregevole commento critico di Antonio Sagredo dalle ampie aperture oggettive, anche in rapporto al altre tematiche di  autori come Gottfried Benn, e  di pittori come Gauguin.

Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio.

Quando la parola sangue è assente in un verso?
La parola sangue è assente in un verso quando il sangue
è sospeso in aria, quando diventa pioggia. Quando le vene
non lo reggono più nell’ardente involucro del corpo e lo
mettono in libertà e nel futuro.

La parola sangue è assente, quando il vero sangue si
riversa sulle strade, allora malvolentieri si parla di sangue,
la parola sangue scompare dalle enciclopedie e dai dizionari,
i manuali diventano più pallidi, i giornali si ammalano di
anemia, le pagine di storia scompaiono in circostanze
misteriose, la sintassi diventa oggetto di scherni;

la parola sangue diventa antiestetica, non risponde alle
necessità delle convenzioni e delle poetiche, del lessico
e della sintassi, non risponde alle “reali” esigenze della
lingua, mentre l’uomo qualunque non distingue più un fiore
da una ferita da sparo (si dice allora: i papaveri sono fioriti
nel tempo sbagliato – poiché è inverno – oppure:
il succo di pomodoro si è sparso sulla spiaggia di una città
litorale – perché finisce l’estate, e le acque del golfo
si sono tinte di rosso).

La parola sangue è assente, quando coloro che hanno fatto
versare il sangue, non parlano più di prezzo, ma soltanto
dei profitti ottenuti grazie a questo sangue.

Impara a seguire il seme del sangue nelle pagine dei manuali
di storia e di grammatica, nelle fessure tra le frasi di un verso
irregolare, nelle fessure tra le parole. Impara a leggere dalla
sua presenza e assenza le impronte delle ruote della storia.
Lo schianto delle ossa spezzate e il grido della frase torturata,
che si è iniettata di sangue.

(1982)

COMMENTO DI ANTONIO SAGREDO

Nella poesia tutta di Krzysztof Karasek  la presenza di erbari e di bestiari è frequente. Non certo il bestiario che  allude al gladiatore romano che combatteva contro le bestie feroci  o allo schiavo che le teneva in custodia. E se si dovesse stabilire una analogia con questi due ultimi significati allora bisogna riferirsi ai versi di Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio, siccome versi che grondano sangue umano-urbano  a tutto spiano dalle periferie ai centri di tutte le metropoli del mondo, e dunque bestiario umanoide, ma non umano! E se nei suoi versi invece di sangue si dice succo di pomodoro, come non pensare al succo di mirtillo del poeta russo Aleksandr Blok.

Oppure riferirsi  ai versi di Agli animali piace la guerra, dove uccelli, cavalli, una volpe, una talpa, una puzzola, un lupo, non certo impagliati, invece incappati sui cavalli di Frisia dei campi di battaglia si straziano per le ossa frantumate e sono straziati dalle sanguinanti ferite, insomma un mattatoio a cielo aperto! E qui il poeta si sofferma a descriverci le terribili condizioni fisiche di ciascuna bestia  e nella descrizione pare compiacersi, ma di mala voglia, alla maniera di Gottfried Benn -, quando questo poeta della anatomia espressionista, ci descrive di corpi umani stavolta orribilmente amputati, trasformando i grandi tedeschi, poeti e filosofi, in fantocci impazziti e superbi che sguazzano in un rosso, che non sai se sangue o altro intruglio.

Ma nei versi di E se essere un cavallo la presenza di una rosa sembra lenire le visioni crudemente fratte di una natura innaturata – ma è una rosa ponsò  non la rosa comune e banale, che profuma e ci concilia l’anima  qualche volto col corpo una rosa ponsò che sa di essenza di cimice se dobbiamo dar retta quanto è scritto in un antico libro del 700,  che  la rosa ponsò (rosa eglanteria  Linneo) esala un odore di cimice. I suoi fiori non raddopppiano intieramente; ha questa una varietà a fiori gialli. Questo arbusto si alza ai 12 in 15 piedi.

E allora il giallo-cavallo di Gauguin e il fulvo-cavallo dell’Apocalissi si mescolano  con la cimice e il suo odore (dobbiamo immaginarlo soltanto?) puzzolento e purulento da non essere più distinti nemmeno dall’odore della vodka e non hanno se non valore effimero gli occhi degli oggetti anch’essi confusi dall’orrido mescolamento, tanto che il poeta alla fine non può che esclamare. Ciò si chiama vivere non nel proprio corpo.  Inumanesimo raggiunto in pieno!

Questa condizione di un  vivere mescolato ma non assurdo più e non più distinto, che più non sappiamo se umana o di bestia,  il poeta lo ha visto da bambino, e la disumanità successiva alla guerra ne ha completato, amputandolo, di una  visione armonica, eppure il poeta dice : gioia!, fino alla fine dello spasimo, come nella raccolta del 2015, La gioiosa conoscenza.

Bestiario, si, ma di creature che hanno smarrito la propria nobiltà, e si hanno: grilli, leopardi, farfalle con tre ali!  api, pesci, gatti, insetti, salamandre, lombrichi, grilli, sembrano farci dimenticare tutti gli autori, le località che il poeta cita per farci scordare di essere umani, e non il contrario!.

Il poeta vive l’illusione di un ritorno di un qualsiasi Rimbaud: un profeta amputato dai colori e dai suoni!

Non risulta difficile nei versi “Dalla vita degli insetti” di Krzysztof Karasek trovare un esatto riferimento alla celebre trilogia naturalistica del poeta e scrittore belga Maurice Maeterlinck, dedicata ai così detti insetti “sociali” : La vita delle api (1901), La vita delle termiti (1926), La vita delle formiche (1930); piace pensare, a me o a noi, che questi tre saggi siano il libro di cui recita:

Quando ero piccolo
andavo in biblioteca
e al libro restituito strappavo
l’ultima pagina
per lasciare spazio alla fantasia
di un lettore sconosciuto.


In questi tre stupendi studi naturalistici sugli insetti, nel comportamento di questi: ora meraviglioso, ora colmo delle più disparate crudeltà allo stato puro, ritroviamo il nostro comportamento che ostinatamente diciamo umano dando valenza univocamente positiva, ma non sappiamo ancora oggi dire se inumano, disumano o altro di terrifico… certo le guerre, dopo specie l’ultima, sono testimonianza di quanto di umano ci sia restato poco, se non nulla!

sabato 10 febbraio 2018

INEDITO 2018 DI MARIO M. GABRIELE



MARIO M. GABRIELE

Alla tredicesima ora non successe nulla,
né il Big Ben, né il suono della sirena.
L’orologio ripartiva dopo mezzanotte.
Il soggetto si era liquefatto.
Non bastavano i fantasmi, le acrimonie,
a scadenzare l’Essere nel Tempo,
il punto fermo da cui ricominciare.
la TAC era già un avviso di partenza.
Il cane Mingus chiedeva aiuto
prima di passare nell'altro giardinetto.
Il senso non ha vincoli,
si espande e annulla il finito e l’infinito,
 i frammenti in rovina:
dissolvimento  dei Fondamenti:
Tempo interno e Tempo esterno, il sensorio.
Tachicardia per il sangue che non arriva.
L’unica porta per non uscire
è il limbo prima del Fiat Lux.
Celeste, suorina nel monastero delle Trentatré
dove a sera accendi i candelabri
per la mensa dell’Abate,
fuori dalla clausura c’è la vera vita.
Amo il tuo foulard.
-Stai bene oggi? Eppure esisti
in ogni Benedicamus  Domino
et Deo gratias!. Un bel pasticcio
 -to be or not to be-.
Ieri, sono stato nel giardino dove cresce la cicuta.
Ora molte cose diventano chiare.
Non so cosa facessi nel cimitero.
Ma ci stavo per nonna Eliodora, e mammy,
e Virginia Wolf e tutte le filastrocche di Spoon River.


N.B. Sulla spinta delle idee su l’Essere e il Nulla di Giorgio Linguaglossa, ho tratte le premesse per articolare questo mio testo.

mercoledì 15 novembre 2017

L'USO DEL FRAMMENTO

Sull’uso del frammento nella struttura del testo, si potrebbero fare mille paragoni, definendoli scatti neuronali, frazioni del tempo e della mente,. fondo e superficie dell’inconscio,  schegge, geroglifici, lampeggiamenti, balbettii, punto e croce per interrompere il filo della narrazione, e ossigenare così le parafrasi, le metonomie, le metafore, ecc., uniformando il discorso con una implantologia estetica senza per questo creare fratture, disgiunzioni. Al fine di rendere questo discorso più esplicativo, ho ritenuto di presentare un ventaglio di esempi relativi al frammento tratti dalla raccolta In viaggio con Godot, snervandoli dalla struttura principale.

Esempi di n. 38 frammenti, che possono essere letti come un corpo a sé, ma anche come un’unica struttura, se si vogliono togliere le numerazioni.
………………………………..
1) Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.
Un abate ci invitò a salvare l’anima.

2) La stanza accumula fumi, si ridesta al mattino.
L’anno è passato.
I miei morti sono quelli che non ricordo.

3) Il decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare.
L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.

4) Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Uno raccontò la fuga d’amore di Greta con  Stokowski.

5) Miss Olson non è più tornata da noi.
Le spediamo una chiave.
Lei saprà a quale porta appartiene.

6) I fornelli hanno perso lo splendore.
Non c’è accordo tra notte e giorno.
Il vento agita le primule.
Sembra primavera ma non lo è.
7) Iris prepara le valigie, torna in  Ljubljana.
Mi duole il pianto a venire.

8) Oggi è il compleanno di Leo.
Lucy ha un ascesso parenchimale.
Difficile che arrivi a Natale.
Esagerato Colbert!
La blu Car è ferma al Comune.

9) Svolazzano i pensieri come arpie.
Nella subway saltano gli orari.
Ci fermammo alla settima stazione.
Uno cadde con la croce sulle spalle.
Si alzò. Chiese il treno per Linate.
Giselle contava le ore.
Mi manca come il Jolly del Jackpot.

10) Sullo schermo gigante torna Casablanca.
Il tempo si accorcia. Mi brucia dentro.
Ma ancora amo la rosa e la viola.

11) Ora anche i gerani hanno una voce.
Cerchiamo il filo d’erba.
Leggo Pound fino alle 18.
La garrota mi toglie il respiro.
Non muoverti. Stai fermo.
Sissi mi aiuta a sollevarmi da terra.
Suor Angelina ha figurine di Cristo velato.
Mesi per leggere i Canti Pisani.

12) I giorni  dell’école sono stati steli di granturco.
Milena sta bene. Ha rifatto la Tac.
Gino accorda l’ukulele.
Picchia alla porta. Ha vasetti di miele di acacia.
Un parapendio ci è venuto addosso.
Sono tornate le vertini d’alta marea.

13) Sera d’estate con milk e guaranà
Quel che è passato ritorna.
Giantonino  esitò a darmi il te absolvo.
La rabbia dei canini prima della parola.
Che fai Picard? Leggi ancora Mario Faustino?
Sento che questo mese mi assassina.

14) Ramirez scrive lettere come Gramsci dal carcere.
Sono i pollini che danno più fastidio.
Il giardiniere ha messo il guinzaglio al mastino.
Uno stabsunterroffizier cercava Daniele.
Anni 60. Il bello dell’Hermitage.
Qualcuno doveva aver abbandonato
La Cappella Sistina e il  Ponte dei sospiri.

15) La Ragazza Carla mi lasciò un fil rouge.
Alle sette apriva il Magazine.
Nel fortilizio Gina attendeva uomini e cani.
Fu un inganno la Befana.
Ma per Jodie tutto era un teatro.

16) La signora Meyer non va più sul balcone
Ha un trenino per  Times Square.
Non aspetta il Natale.
Prepara l’acqua ai Re Magi.
Intinge la bocca ai moribondi.
-Dove tu morirai. dissi, -morirò anch’io-.

17) Linda guardò L’Origine del mondo di William Blake.
-In Principio era il Verbo-.
Poi venne la luce divisa dalle tenebre.
Il mare si popolò di meduse e il cielo di volatili.
Nel Giardino maturò l’inganno.
La carne divenne cenere e la notte eterna-.
Così parlò Oddone da Larino
Remember me!

18) Un inverno più crudele degli altri.
Vuote le chiese, deserti gli snack-bar.
Né Dio, né il Caso rimossero le foglie sul selciato.
Amelich citò dai Salmi i Capitoli 1-5-6.
Notte bianca prima della neve.          
Una modesta proposta ci venne incontro.
Furono gettate le reti a sinistra della barca,
fatte le oblazioni della sera.
C’era neve a New York, pioggia a Bangkok.

19) Il primo attore della Compagnia Arti e Mestieri
divagò sulle 12 maschere dell’anno.
Come un àspide tornò il dilemma inglese.
Provaci ancora Hamlet!

20) Milano ti chiama, Carlos.
Ogni giorno è una fuga.
Meglio tracciare ideogrammi sui vetri bagnati.
L’inverno prepara esche.

21) Un’orchestra senza archi e violini.
-Ma che musica è? -  disse Beethoven,
cercando la sinfonia in Re minore.
-E’ un funeral blues-, rispose zia Molly-,
-uno di quelli che suonano i niggers
nel quartiere di Queens-.

22) Le funivie da tempo sono in standby.
Questo viaggio non era da farsi.
La bella di marzo è tornata.
Ladra di notte, la luna ha celato la faccia.
Dal fronte del porto nessuno segnala avarie.

23) Da quale rovo sei venuta?
La stagione porta trappole.
Temi le Centurie, i mesi bisestili.
Un testamento è nel caveau.
Aspettami quando il leone e l’agnello
si saranno fermati all’ombra delle oasi.
Noè ha attraversato il Topanga Canyon.

24) Il frutto dell’albero è maturo.
E’ diventata cieca la memoria.
Una tettoia è finita sul selciato.
L’anfora è rotta Ubaldo!
L’anfora più bella è rotta.
25) Sono venuti già acqua e neve.
A tratti si è fermato l’anticiclone.
Il vecchio Osborne non se ne è accorto.
Sta a guardare il sole che nasce e muore.
Preghiamo per i nostri gelsomini.
Il Signore solleva dalla polvere il misero,
innalza il povero dalle immondizie.

26) E’ un giardino il tuo pensiero.
Primavera ci guazza dentro.
Si lamenta l’autunno senza il ruscus sui rovi.
La corda dell’altalena appesa al cielo.
Il signor Eliot ti manda un saluto.

27) Marisa ha ricaricato l’orologio.
Teme i cambi di stagione.
Miss Adeline si è smarrita in West Side Story.
Riprendiamo tu ed io la conversazione galante.


28) Con le stagiste di Arlington
parlammo di città medievali.
La profezia dei Maya.
Le statue sull’isola di Pasqua.
Nessun rosario a mezzanotte.

29) Trovammo reperti fossili
a Zimbabwe e a Kimberley.
Priscott ricordò le donne di Venosa.
Il passato è un’ombra nella mente.
Non c’è motivo per andare o restare.
Le ore passano, fanno il loro giro.

30) Loucy è serena non teme i cambi di voli.
Buttley che dice?
Neppure padre Vincent lo capisce
E’ una questione di spine e di sacrifici del cuore.
Ci sono in ogni città cimiteri e fontane.
Ma uno come Frank se ne sta alla larga.
Dice che è meglio così.

31) Questa mattina siamo stati nel giardino di Klingsor
a vedere come stanno le cose.
L’ingresso era chiuso.
La chiave gettata nel pozzo.
Ida da tempo non stava bene.

32)Lucy provvide a rimuovere il barbecue sul terrazzo.
Un grido si levò nella notte.
Al piano di sopra si udivano i calpestii.
La figlia di Alez correva nelle stanze.
Nulla che tu potessi fare per stare tranquilli,
neanche fermare il mese con i suoi arnesi da scasso.

33) La notte gelò i prodigi nel pineto.
Clarissa aspettava le benedizioni promesse.
Ai passeggeri del sogno
Furono condonati i peccati.
Balaam predisse oracoli oscuri.
Ci fù chi trovò la chiave dei testi di Timbuktu.
Al Tempio vennero profeti.

34) Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
Dora alle sette apre le imposte.
Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.

35) Non c’era la luce per le scale.
Si era fatto buio, spente le lampade Led.
Nel giardino sbiancava la fioriera.
Su uno stracciafoglio scrivemmo poesie.
Se ne vanno i giorni in  fila indiana.

36) Ci fu una rapina  di ostie nel ciborio.
Uno lasciò le impronte sul sagrato.
Un altro  donò corone alle moldave e alle maitrisse.

37) La signora Timberlane credeva che standomi accanto
tornasse il sole.- Come here!,
disse Miss Swedenborg, la principessa dei sogni.
-Solo con me puoi tornare alle notti di luna-.
-Ho timore, Madame, che tutto questo non basti!-.

38) Caroline ha cambiato epitaffio
da quando  ha letto Spoon River.
E’ venuto Arturo con l’amuleto contro i Woodoo.




venerdì 13 ottobre 2017

DUE INEDITI DI MARIO M. GABRIELE



  
1

Non era un Cantico dei Cantici,
ma un Jazzymood di raps & blues.
Patsy toglieva la polvere
quando entrò il nibbio
guardando le donne di Picasso.

Giusy non lesse più il Deuteronomio,
mise all’asta la casa che fu degli avi,
aprendo un book-room.  

Ripariamo i giorni slabbrati.
Madre mia, passata al punto zero,
la rugiada è sopra il mondo.
Ti chinavi oscuramente al domani
come la sera s’inarca ai colli.

2

Oh le bionde treccine a Dachau
neppure il vento le ha disperse.
Laura  ha lavorato  trent’anni.
Si è fatta una casa con mobili Ikea.
Torna Hayden nella notte di marzo
 con la ballata della rimembranza.
Novembre si è trascinato dietro
Quattro matrimoni  e un funerale.
Siamo preoccupati per Daniela
che ha finito lo stage  
e non è ancora tornata in Italia.
Berryman è passato come un soffio di vento
lasciando  i  Collected Poems.
Chi ha tolto le croci  sul Calvario?
Koning Eizenberg ha ridato viso alle case.
La Trahison des images sconvolge
L’Essere e il Nulla.

La notte ci si può perdere per strada
da St.Just  ai giardini di Baiderbecke
e chi arriva ha poco da raccontare.
C’è chi attende i portatori  d’acqua e di caffè,
chi scrive epitaffi sulle pagine di Carver.
Una ragazza sorride portando Chardonnay.
Difficile Mr  Swanson
passare per Dresda e Muhelberg.
Non ci sono voli sicuri,
né oggi, né domani. Sorry!
A Nord e a Sud  solo voli low cost
e almanacchi,
 almanacchi nuovi,Signori,
con amuleti  e Dora Markus!

domenica 17 settembre 2017

A GIOSE RIMANELLI di Mario M. Gabriele



Graffiti riaffiorano nel tempo.
Ur –Macchina  giace nel cassetto
”manoscritto inutile” e poi Detroit Blues:
tra dolore, esilio, rancore,
e Sonny Boy e Alien, passenger  tra Città-States
e Regione-Mondo, lontani dal “crudo Molise”
come un fossile del passato.
A sentire Hewitt dopo  We Took Our Paradise,
si direbbe una storia  di sangue e amore
tra i Bloods e i Crips per una ragazza di nome Maria,
che ci ha aiutato a vivere
con le  parole che sono state lampade accese
come lucciole nel giardino di Laura Marcello.
Le Terzine estorte dal silenzio,
chi le legge, Giose? sono viadotti dell’anima:
“….adesso , nel mezcal, quella tua cura
insana nel rimescolare amore
-puerta  del ser – con quanto trasfigura
o infogna, il breve ponte del dolore,
ma il viaggio va al di là della  figura,
oltre lo scandire battito delle ore”.
Non abbiamo un’àncora di salvezza
né piroghe per attraversare il mare.
America di Caryl Chessman e Martin Luther King,
di Angela Davis e dei Black Power.
Ma sempre americano è il condor dell’Oklahoma!
Un nero fumo di fuoco
avvolge  questa estate di rogo Fahrenheit.
E’ orribile, Giose!
Anche Il diavolo fa festa
nei boschi e nelle valli di questa Italy
dove Il tempo nascosto tra le righe,
e Il tè in casa Picasso,
celano l’ansia e il volto di Bambolino,


martedì 12 settembre 2017

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE


Non è proprio una bella giornata, Edmund,
se oggi il colore bianco è uguale al nero
e il silenzio è un chiasso  nel cielo di settembre.
Fuggono le Erinni,
qualcuna resiste sul picco del Matese.
Ci hanno stancato le braccia, le gambe senza osso.
Statico è l’occhio di Averna, fisso alla finestra
a guardare chi è fuori e dentro il tempo.
Forse un addio dovevamo dirlo  a Sullivan
quando partì per Burkina Faso.
Se ripenso a Joyce
torna  Molly Bloom,
 donna pretty come in To mother di Lowell
quando ne fece un quadro underground,
così pure per Josephine Beaubarnais,
la femme  militaire
sulla soglia del dolore e della dolce vita.
Pretty, ma se fosse così anche la morte
le regaleremmo un vasetto Revitalift
sulle rughe del viso.
Con queste vendette del tempo
non andiamo al di là dell’Ipermercato,
 con i coupons  e Postepay a comprare
tutto il buono del Paese e le valigette
con colori a cera  e acquerelli,
per dipingere di nuovo il Mondo,
bianco e senza macchie,
come  il picco alto di Annapurna.    
                                                                        

domenica 27 agosto 2017

PASSIONE, ARTE, MESTIERE DEL TRADUTTORE


 Riceviamo e pubblichiamo questo lavoro di Adeodato Piazza Nicolai e una poesia .
                                                        I.      
         In Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione Umberto Eco scrive: “È vero che, nell’interpretare il mondo che ci circonda (e quelli reali o possibili di cui parlano i libri che traduciamo), ci muoviamo già all’interno di un sistema semiotico che la società, la storia, l’educazione hanno organizzato per noi. Tuttavia se fosse soltanto così, allora la tra-duzione di un testo che provenga da un’altra cultura dovrebbe essere in teoria impossibile. Ma se le diverse organizzazioni linguistiche possono apparire mutualmente incommensurabili, esse rimangono peraltro comparabili.” [1]
         Un esempio di comparabilità che viene in mente è quello di un vinaiolo francese esperto nel coltivare un ottimo cabernet sauvignon mentre l’esperto italiano produce un magnifico sangiovese. Un poeta d’oltralpe, attraverso la sua educazione ecc., ha imparato a infondere un boquet particolare ai suoi versi che differisce alquanto da quello di un poeta italiano. Un esperto di vini sarà capace di “comparare” la fragranza particolare dei due vini. Lo stesso vale per il traduttore. L’aroma parti-colare di ciascun vino viene anche modificata dal “contenitore” del parti-colare vino: se il produttore francese imbottiglia il suo cabernet in un contenitore di ceramica mentre quello italiano lo conserva in una bottiglia di particolare vetro fumè, il prodotto verrà alquanto “condizionato” dalla “forma” e dal “materiale” del contenitore adottato. Se traduco Dante in inglese, sia contenuto che forma saranno “comparabili” cioè “quasi la stessa cosa” anche se mai potrà essere “la medesima cosa”. Perciò l’arte, il mestiere la passione del tradurre è comparabile a quello del “travasare” da un contenitore (la lingua originale del poeta) a quella di un simile contenitore (cioè la lingua ricevente —l’inglese).
         Innegabili le varianti della storia, lingua, educazione cultura ecc. di ogni poeta. Resta essenziale riconoscere la sua particolare “voce”. Oltre alle tematiche, le strutture semantiche, i stili del periodo storico, rimane la “voce” a distinguere un poeta da un altro. La “voce” di Dante è asso-lutamente distinguibile da quella del Petrarca, e così via. Pensiamo alla voce di Ungaretti messa a fianco di quella di Saba o di Montale.
         Il traduttore (che sia anche lui/lei poeta oppure no) assolutamente deve conoscere e riconoscere la voce del poeta che sta traducendo, oltre che a tutte le varianti sopraindicate. Ma questo non basta. Deve essere conscio di come la propria voce andrà ad impattare su quella del poeta che sta traducendo. Diventa una operazione difficile tanto quanto quella del travasare dall’originale a un altro contenitore linguistico. Essere poeta/ traduttore diventa così un vantaggio/tranello: dissociarsi dalla propria voce ed ascoltare quella del poeta che sta traducendo rimane la vera sfida. Forse in questo senso un traduttore che non è poeta e/o scrittore viene avantaggiato.
         Tuttavia la sfida suprema per il traduttore è immane: essere fedele alla voce dell’originale, travasare le opere in un diverso “contenitore” (lingua) cercando di tradire il minimo possibile. Not a small challenge!

                                                        II.
         La seconda parte propone di tracciare un breve sommario storico delle traduzioni statunitensi della Divina Commedia dantesca, concen-trandosi specificamente nel rintracciare come “la voce” del traduttore produca un notevole impatto sulll’opera tradotta. Il poeta, critico e romanziere Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) è stato il primo americano che ha tentato di “travasare” la Divina Commedia in anglo-americano (1867). Il suo linguaggio facilmente comprensibile, le storie pure e gentili dalle quali sono bandite le forti passioni, il tono dolce e rassicurante delle sue poesie vengono trasmesse nella sua versione della Commedia. Qualità queste identificate con il periodo storico del trascen-dentalismo che non si addicono al crudo realismo del linguaggio dantes-co, specialmente nell’lnferno.  Forse il miglior traduttore di Dante del ventesimo secolo, John Ciardi (1916-1986) dirà che la versione di Long-fellow “era incapace di offrire sia la voce della poesia moderna americana sia il vero senso del mondo dantesco.”[2]
         Seguendo Longfellow, vari autori inglesi hanno tradotto la Com-media, come Lawrence Binyon nel 1933 e Dorothy Sayers nel 1949 ma con evidenti forzature nei loro tentativi di trasporre la terza rima dan-tesca nella lingua inglese, assai più povera dell’italiano nel costruire versi in rima. Tuttavia anche in questi autori/traduttori la propria “voce” si inserisce e a volte domina il mestiere di tradurre l’originale.
         Negli anni ’40 John Ciardi, lo sconosciuto ma talentuoso poeta/tra-duttore, si impegna nella “trasposizione” dell’Inferno in anglo-americano. Infatti è convinto che una traduzione è attualmente una “trasposizione.” [Vedi le sue “Note del Traduttore”]. Intraprende questa difficile sfida poiché, come professore a Harward nel dopoguerra, è sempre più insoddisfatto delle versioni da usare come testi base per l’insegnamento della Divina Commedia. Fin dall’inizio ha capito l’impossibilità di fare una traduzione “word-by-word”, cioè ricostruendo parola per parola in ingle-se i versi danteschi.  Questa procedura falsificherebbe la vera natura della poesia, perciò la “trasposizione” è l’unica cosa che si avvicina alla “tradu-zione”. Per illustrare la sua teoria usa una splendida metafora musicale: “Quando il violino ripete le note appena suonate dal piano, non può ricreare gli stessi suoni, può soltanto avvicinarsi alle stesse corde.” [3]. E in questo caso pure la vasta conoscenza poetica di Ciardi, in combina-zione alle sue opere di poesia, inserisce sfumature della sua “voce” nei versi danteschi tradotti.
         Il noto dantista Archibald MacAllister, professore sia all’Università di Yale che alla Brown, ha confermato che “la scelta di Ciardi nell’adottare una versione originale della terza rima (cioè far rimare il primo e il terzo verso di ogni stanza) riproducevano più fedelmente il senso e suono dell’originale.  Ha anche apprezzato come Ciardi usa un linguaggio di alto e di basso tono che rispecchia l’originale dantesco.” [4] E rinomati traduttori come Dudley Fitts, Richmond Lattimore, il poeta-e-critico Randall Jarrell e il poeta John Crowe Ransom hanno tutti elogiato la bravura, il virtuosismo ciardiano di traduttore o, usando la sua stessa terminologia, di “traspositore”.
         Robert Pinksy (1940), poeta, critico e traduttore statunitense la cui versione della Commedia ha suscitato scalpore, ha optato per una sintesi dell’approccio di Ciardi con la propria “voce” e stile, prevalentemente free verse. A mio parere nessun poeta/traduttore è sempre esonerato dall’influenza della propria voce nel “ricreare” le opere di altri autori.

                                                        III. 
         Come “travasare” e/o “trasporre” metafore, simili, immagini ecc., presenti nella lingua originale ma non perfettamente corrispondenti nella lingua tradotta? Lo stesso per strutture linguistiche, morfologiche ecc.? È proprio qui che il “traghettatore” dev’essere attento a non diventare “tra-ditore”. Analizziamo l’esempio offerto dal poeta e critico Giorgio Lingua-glossa nel caso specifico di una poesia di Samuel Beckett (1906-1989).

Vorrei attirare l’attenzione dei lettori sulla problematicità del tradurre questa poesia che, apparentemente, sembra semplice, e invece nasconde grandi difficoltà per il traduttore. Ecco qui due altre traduzioni (di cui una mia) molto diverse da quelle di Frasca. Io nel mio modesto tentativo di rendere la quartina originale in italiano ho puntato sulla forza dei verbi italiani declinati al gerundio… ma, ovviamente, ci possono essere una infinità di altre soluzioni espressive… Questo per rispondere indirettamente a chi ripete meccanicamente la tesi del Beckett minore in poesia, quando invece bisognerebbe leggere la poesia di Beckett come a se stante, come una modalità espressiva diversa da quelle del teatro e del romanzo…

 A Francesca Diano (se ci legge) esperta traduttrice dall’inglese, sarei curioso di conoscere il tuo parere circa questa traduzione. Analogo invito lo rivolgo a Steven Grieco Rathgeb, se ci legge.

 «Un giorno, studiando la filosofia del ’600, [Beckett] ebbe un’illuminazione – simile al lampo remoto perso in una notte profonda. Sfogliò le opere del filosofo belga Arnold Geulincx (1624-69) e vi trovò scritto: «Ubi nihil vales, ibi nihil velis» ossia, facendo eco allo stoicismo di Epitteto: dove nulla puoi, niente devi volere. Fu una grande scoperta: il modo migliore per non suicidarsi era non volere. Il modo migliore per affrontare i conflitti della volontà (compresi quelli di emancipazione personale) era l’abolizione stessa della volontà. Si applicò a questo credo da giovanissimo e così l’ebbe vinta sulle pulsioni suicide».

Gnome

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning

Traduzione mia:

Gnomo

Scorrono gli anni dell’esperienza dissipando
il coraggio per gli anni vagabondando
attraverso un mondo che gentilmente ruotando
dalla volgarità dell’apprendimento

Traduzione di Frasca:

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento

Altra traduzione:*

Gettar via gli anni di apprendistato nello scialacquio
del coraggio al posto di anni di vagabondaggio
attraverso un mondo che educatamente gira attorno
la volgarità d’imparare.   [5]

Gnomo

Anni spesi imparando a sprecare
il coraggio per anni girovagando
in un mondo che fugge con garbo
dal grezzo imparare.

[ “trasposizione”  di A. P. Nicolai ]

                La “voce” del traduttore/traduttrice senza dubbio impatta ogni versione citata. Come dice sopra l’autore: “ci possono essere una infinità di altre soluzioni...” Per esempio, ho scelto di tradurre “politely turning” con “fugge con garbo”: “turning from” può essere interpretato come fuggire; la frase “the loutishness of learning” con “dal grezzo imparare”. [6] Tuttavia è facile individuare la voce, il timbro di ogni “travasatore” di questa quartina beckettiana .
Questo non diminuisce le tante difficoltà, le insidiose sfide affrontate da ogni traduttore/traspositore. Anche questa è la bellezza dell’arte, del mestiere e della passione del tradurre.

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, Domenica 6 agosto 2017


_____________________
NOTE

1.            Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, p. 350-1. Studi Bompiani. Il campo semiotico, a cura di Umberto Eco. © 2003 RCS Libri S.p.A., Milano.
2.            John Ciardi, commenti, The Inferno, p. 293 (Signet Classics, published by New American Library, a Division of Penguin Books, New York). © 1982 John Ciardi.
3.            Ibid., p. 294.
4.            Ibid., p. 295.
5.            Ringrazio Giorgio Linguaglossa editore/traduttore,” La Scialuppa di Pegaso”, come pure gli altri traduttori citati (Frasca, Diano e Rathgeb), per la loro gentile concessione di usufruire delle loro versioni.


6.            Applicando gli insegnamenti di John Ciardi, nella mia variante ho seguito “my gut feelings” (i miei istinti) oltre che l’esperienza di traghettaore/travasatore per più di quaranta anni
         


COHELET e VERMEER

               Oh, la nera bellezza del tuo cantare, Qohelet!
                   Piove  piove ininterrottamente da giorni
                   e questa è una notte ancora più cupa,
                   tutto inghiottito da compatta tenebra:
                   annuncio e figura dell’altra Notte che viene? [1]

                   Mostro della luce, Vermeer, sempre nella stessa stanza
                   dove invita le sue modelle, le posiziona, mette a fuoco
                   la luce che filtra dalle tre finestre, poi dipinge, dipinge.
                   Il pennello fotografa soggetti, i suoi occhi accarezzano
                   gli altri occhi, la pelle ruvida, rosata, incarnadina. Oggetti
                   e soggetti con sfondi creati dalla sua mente. Non mente
                   il pennello. Guarda, apprezza, riscopre se stesso nei suoi
                   pesonaggi riconosciuti da altre vite, da vecchie e cancellate
                   forse sublimate situazioni. Vermeer, jazzista di luci e colori
                   sfiorati nel ghetto e depositati con tenera-ruvida bellezza
                   sulle ragnatele del tempo/non tempo ora sbiadito. Ecco
                   la sua folle magia. Qualche critico moderno ha dichiarato
                   che i suoi dipinti peccano di staticità. Forse intendeva
                   di elettricità: ogni scatto fissato su tela, su carta su cera
                   pecca di staticità, mio caro signore! Nei suoi ritratti
                   le donne fanno le cose quotidiane e lui le dipinge, dipinge.
                   Passano gli anni, lui se ne va nell’oltranza forse mai prima
                   svelata o dipinta. Negli atelier, musei, pinacoteche, nelle
                   stanze private dei collezionisti vivono ancora le sue colorate
                   visioni.
                  
                    Qual’è il segreto,
                   il suo mistero? Indescrivibile, irriproducibile la qualità di
                   quella luce. Fotografi e pittori moderni hanno tentato, cercato
                   sognato di riprodurla ma senza fortuna. La luna resta sempre
                   la luna: lo scatto matto non la ricrea, la copia solamente.
                   “La ragazza con gli orecchini di perla” e quella con il cappellino
                   rosso forse con lui hanno affossato una relazione amorosa?
                   Nessuno lo saprà. Amore sbocciato con la prima penellata...
                   Lei guarda un po’ persa fuori dalla finestra, lui entra dentro
                   quegli occhi grigio-verdi e lì ci resta assopito per tanto tempo,
                   possibilmente per sempre.
                   Luce è vita raccolta su tela anche se fuori sfarfalla la neve ...

                   © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
                   Vigo di Cadore, 24-5 agosto.
                   Tutti i Diritti Riservati