mercoledì 4 novembre 2009

POESIA FRANCESE
ANDRE’ FRENAUD
(1907-1993)


HO COSTRUITO LA CASA IDEALE


Ho preferito la mia casa in pietre asciutte
perché i gattini ci nascano, nella mia casa;
perché i sorci ci stiano bene, nella mia casa,
perché i piccioni vi si intrufolino, perché l’ora inoperosa
vi borbotti a fuoco lento
quando i gran soli vi ammiccano nei cantucci
perché i bambini vi giochino con nessuno
ovverossia col vento caldo i castagni

E’ per questo che non c’è tetto sulla mia casa
né tu né io nella mia casa
né schiavi né padroni né ragioni
né statue né palpebre né la paura
né lacrime né armi né la religione
né alberi, né spesse mura né nulla che per ischerzo
E’ per questo che la mia casa è così ben costruita

Andrè Frènaud
(Da: Quaderno di traduzioni a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 1977)

JUDE STEFAN
(1930)


JUDE E JUDITH


E l’inverno Jude? L’inverno è oblio
della primavera ancora qui sotto la neve
dei lillà (o tempo bianco lugubre
uffizio come un bacio rassomiglia
all’odio violentato su belle
labbra abbiette di ladruncola schiacciata
contro un albero mentre rauche
in lento grido svolazzano le cornacchie
essa l’occhio e la carne io la loro sbattente
ossessione!). E questi giusti nomi
d’estate, autunno? La furia di maturare
poi di colpo appassire.

Iude Stefan
(Da Quaderno di traduzioni, a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 1977)




DEL TEMPO PRESENTE

Per pietà che mi si dia del tempo! Ma dove mai
sono gli istanti non fuggenti ? Dove
siete voi bei segni del tempo voi qui
ragazze presenti Denise dalle mani
troppo rosse Agnese dai grossi polpacci
Viviane la silvestre, Margot
Irene la gatta la linguetta rude
d’Agathe Bora? In quale paese di gesta
in quale anno di regno ? Dove i vostri occhi quando
da lungi vi si chiama? Dove mai sono i momenti
presenti?


Jude Stefan
(Da Quaderno di traduzioni, a cura di Sergio Solmi Einaudi, 1977)

GERARD NOIRET
(1948)


*
Prima di partire un’occhiata alle luci
infili la testa nella stanza delle figlie
due, a stretto intervallo perché non soffrano
per i puzzles tristi della tua infanzia
Il loro odore più forte
per il fatto che rimangono dai suoceri
il loro odore di biberon, d’urina, di peluches, di lacrime
ti stringe nella sua contraddizione di calma felicità
e d’angoscia.
Dal parto in poi nulla è come prima.


Gerard Noiret
(Dal rumore dei vivi, traduzione di Fabio Scotto, su Poesia , anno XV, Luglio –Agosto, 2002 n. 163, Crocetti Editore)

lunedì 2 novembre 2009

POESIA GRECA
ANTONIS FOSTIERIS
(1953)


IL PLENILUNIO

Niente, non aspetto piú niente da te, cielo,
Dovunque mi aggrappi cado con fragore
Dal tuo tetto d’aria colmo di conchiglie
Dal mazzo arrugginito delle tue stelle;
Una luna spropositata sorge in me
S’ingrossa minacciosa sui miei crinali
Sorgerà un plenilunio a frantumarmi.

Antonis Fostieris
Traduzione di Nicola Crocetti

Nostalgia del presente a cura di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 2000

venerdì 30 ottobre 2009

POESIA INGLESE
JAMES LASDUN
(1958)


LO SPETTRO

Jetlag, un brusco taglio all’alba,
stempera inebetito un rosa, spolverio
di petali o mattoni, fitta
di memoria, mugugno esausto dell’insonne
giugno, il peggio dell’assenza è ritornare,
ridiventare ancora quello che una volta

quasi fosti…le cose dimenticate
si dimenticano di sé, gli specchi delle tue brame
appisolati sognano sabbia. Sogna un gran ciarpame
il libro che chiudi. Li svegli una alla volta all’anno,
e ogni anno è più dura.

Ora delicata,
luna di mica, diafana,
tinta quaresimale (falsa) sulle finestre addormentate,
vai ai giardini comunali: chiusi,
ma ci si entra per una casa in demolizione,

e resti lì nel verde eroso del passato,
fra il laghetto e la panchina dove sedeva il cieco;
i castani che arano la luce – cupola di pietrisco
smeraldino – e una pioggia canterina d’uccelli che farfuglia
una lingua che non parli o non capisci più.

James Lasdun
(Traduzione di V. Andreoni, su Poesia del Novecento in Italia e in Europa, a cura di Edoardo Esposito, II volume, Feltrinelli, 2000)

mercoledì 28 ottobre 2009

PHILIP LARKIN
(1922-1985)



VENTO NUZIALE

Il vento soffiò per tutto il giorno delle mie nozze,
e la mia notte di nozze fu la notte del gran vento;
e una porta della stalla sbatteva e ribatteva
tanto che lui dovette andare a chiuderla, lasciandomi
intontita a lume di candela, a sentire la pioggia,
a vedermi la faccia nel candeliere ritorto,
senza però vedere un bel nulla. Quando rientrò,
disse che i cavalli erano inquieti, e io fui triste
che quella notte ci fosse uomo o bestia senza
la felicità che io avevo

Ora che è giorno,
tutto sotto il sole si scompiglia alle raffiche del vento.
Lui è andato a vedere la piena, e io
porto un secchio sbreccato nel pollaio,
lo poso a terra, e guardo intorno. Tutto è vento,
vento che batte per nuvole e boschi, che sferza
il mio grembiule e i panni stesi sulla corda.
Si può reggere a questa gioia raffigurata dal vento,
su cui i miei gesti ruotano come grani su un filo
di collana? Potrò dormire ora
con questo mattino perpetuo che condivide il mio letto?
Potrà mai la stessa morte disseccare
questi laghi nuovi e felici, o porre termine
al nostro chinarci come armenti su prodighe acque?

Philip Larkin

(Traduzione di V. Gentili, da: Poesia del Novecento in Italia e in Europa, a cura di Edoardo Esposito,
II Volume Feltrinelli, 2000)

martedì 27 ottobre 2009

WILLIAM SHAKESPEARE
(1564-1616)


Di William Shakespeare si riporta il più celebre dei monologhi: quello di “Essere, o non essere”, che ha visto nel corso degli anni varie traduzioni. Qui lo si propone nella versione della prima edizione in quarto del 1603, per la prima volta tradotta in italiano da Alessandro Serpieri, assieme alla versione definitiva, tratta dal volume in quarto del 1605.
“Da un secolo e mezzo la critica si domanda se le due versioni del dramma siano entrambe di Shakespeare. Il testo più breve, solo ora tradotto in italiano è probabilmente la prima stesura, scritta di getto del grande capolavoro della maturità:

I
Essere, o non essere, sì questo è il punto:
morire, dormire, ed è tutto? Si, tutto.
No, dormire, sognare, sì, certo, qui è il nodo
poiché in quel sogno di morte, quando ci svegliamo
e siamo condotti davanti a un Giudice eterno,
da cui nessun passeggero è mai ritornato,
il paese inesplorato, alla cui vista
i giusti sorridono e i maledetti sono dannati….
Se non fosse per questo, la gioiosa speranza di questo,
chi sopporterebbe gli scorni e le lusinghe del mondo —
chi disprezzato dai ricchi, chi ricco maledetto dai poveri,
la vedova oppressa, l’orfano maltrattato —
e il sapore della fame, o il regno di un tiranno,
e mille altre calamità in aggiunta,
per imprecare e sudare sotto questa faticosa vita,
quando ci si potrebbe dare piena quietanza
con un semplice stilo? Chi sopporterebbe questo,
se non per una speranza di qualcosa dopo la morte,
che sconcerta il cervello, e confonde la mente,
che ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che volare ad altri che non conosciamo?


II
Essere o non essere , questa è la domanda:
se sia più nobile per la mente sopportare
i sassi e le frecce della oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, finirli. Morire, dormire….
nient’altro, e con un sonno dire fine
alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali
che eredita la carne: è una consumazione
da desiderare devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Ah qui è l’intoppo.
Perché in quel sonno di morte, quali sogni
possano venire , dopo che ci siamo cavati
di dosso questo groviglio mortale,
deve farci esitare. Ecco il motivo
che dà alla sventura così lunga vita.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli insulti
del tempo, il torto degli oppressori,
l’offesa degli arroganti, gli spasimi
dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando da solo potrebbe darsi quietanza
con un semplice stilo? Chi vorrebbe portare pesi,
imprecare e sudare sotto una faticosa vita,
se non fosse che il terrore di qualcosa
dopo la morte, il paese inesplorato
dal cui confine nessun viaggiatore ritorna,
sconcerta la volontà e ci fa sopportare
i mali che abbiamo piuttosto che volare
ad altri che non conosciamo?

DALLA SPERANZA AL TERRORE

“L’Amleto curato da Alessandro Serpieri per i Classici Marsilio è un avvenimento culturale perché consente per la prima volta al lettore italiano di affrontare direttamente i problemi testuali del dramma più famoso della letteratura mondiale. C’è un solo Amleto o ce ne sono due? Shakespeare scrisse l’Amleto all’inizio della sua carriera e lo rielaborò più di dieci anni dopo, all’apice della maturità? Non è solo un problema da filologi, perché nel principe Amleto, incunabolo dell’uomo moderno, troviamo qualcosa di ognuno di noi .
Maestro della filologia shakespeariana — dalla grande impresa del “Laboratorio di Shakespeare “ (Pratiche) all’edizione esemplare dei “Sonetti” (Classici Rizzoli) e recentemente al “Macbeth” per i classici Giunti --- Serpieri racconta… il suo punto di vista sul “giallo” di Amleto. Unico per lunghezza (dura come due Macbeth), profondità filosofica e popolarità, Amleto lo è anche perché esiste in tre versioni, l’In folio postumo del 1623 e due volumetti autonomi formato in quarto: Q2 (questa è la sigla scientifica in uso) pubblicato nel 1605, che fornisce il testo più completo e autorevole, e Q1, di due anni precedente ma scoperto solo nel 1823, molto più breve e scorretto ma anche profondamente diverso nel testo e nella struttura drammatica. Dal 1823 gli studiosi si dividono in due campi fieramente avversi: Q1 è una versione d’autore, sia pure giovanile e vicina al suo modello (sappiamo con certezza che esisteva un Amleto precedente a Shakespeare, anche se il testo è perduto), o un testo pirata ricostruito a memoria da un attore della compagnia e ceduto a un editore senza scrupoli? E’ una prima stesura o un testo posteriore tagliato e corrotto? Se la prima ipotesi fosse vera, Amleto sarebbe l’unico dramma che permetta di seguire in concreto, attraverso due testi diversi e lontani nel tempo, la maturazione di Shakespeare . Le due tesi restano in equilibrio per tutto l’Ottocento. Poi prevale la tesi dell’edizione “pirata” , che nel secondo dopoguerra finisce per diventare senso comune. Ma recentemente i difensori dell'’autenticità del “primo Amleto” sono venuti alla riscossa. Tra questi si schiera autorevolmente Serpieri, che traduce, annota e pubblica in due volumi separati entrambi i testi , aggiungendovi una rassegna e una discussione critica di tutti gli argomenti pro e contro. Ma la tesi della versione d’autore ha ragioni molto forti. Come potrebbero essere “errori di memoria” i nomi diversi dei personaggi (Polonio si chiamava Corambis), il diverso ruolo drammatico della regina, che in Q1 si schiera nettamente dalla parte del figlio, la diversa età di Amleto che ha vent’anni in Q1 e trenta in Q2 (nel frattempo, infatti, era cambiata l’età dell’attore che lo interpretava il grande Richard Burbage), lo spostamento di scene essenziali, come il monologo: in Q1 la tentazione del suicidio è contrastata dalla speranza, in Q2 dal terrore di ciò che verrà dopo la morte. E’ un errore di memoria, o non è piuttosto la visione dell’autore a essere cambiata, dalle speranze giovanili al pessimismo della maturità?”(8) (Nota introduttiva di Andrea Casalegno a: “Il dilemma dei due Amleti” di Alessandro Serpieri su: “Il Sole 24 Ore” del 18.05.1997.)

IL DILEMMA DEI DUE AMLETI

“Di Shakespeare non ci restano manoscritti. A parte qualche firma su documenti vari, l’unica traccia della sua mano sembra essere stata individuata in una scena di circa centocinquanta righi aggiunta a un dramma non suo, “The Book of Sir Thomas More”, databile al 1592-94, opera di Anthony Munday, con la collaborazione di Henry Chettle, Thomas Dekker, Thomas Heywood e appunto Shakespeare, che non aggiunse mai le scene perché fu bloccata dalla censura (se ne veda l’edizione curata da Giorgio Melchiori e Vittorio Gabrieli, Manchester 1990): Il reperto, pur di indubbio interesse, non getta tuttavia gran luce sui modi in cui il nostro autore lavorava nello stendere i suoi drammi.
E per secoli ha aleggiato nella critica un mito alquanto inverosimile, quello per cui la mano di Shakespeare fosse dotata di una facilità quasi divina. Nel loro appello ai lettori, premesso alla prima edizione quasi completa delle sue opere, il primo In folio del 1623, i curatori, e già attori della sua compagnia, John Heminges e Henry Condell, testimoniavano che “ la sua mente e la sua mano andavano di pari passo”; e il suo collega drammaturgo, Ben Jonson, annotava nei suoi taccuini di aver saputo dagli attori di Shakespeare che “nei suoi scritti, qualsiasi cosa buttasse giù, non ne cancellava mai neanche un rigo”, e aggiungeva sarcastico: “ La mia risposta è stata, ne avesse cancellati un migliaio”. In assenza di manoscritti queste dichiarazioni hanno fatto per lungo tempo pensare che Shakespeare scrivesse di getto e non modificasse più sostanzialmente le proprie opere. Rimaneva tuttavia un inciampo di fronte a tale credenza quasi mistica in una scrittura immediata e definitiva. Di quasi una ventina dei suoi drammi erano state infatti pubblicate edizioni singole, in formato in quarto, già a partire dagli anni 90 del Cinquecento: e in quasi tutti i casi il confronto tra le versioni In folio del 1623 e quelle precedenti mostrava differenze non solo sul piano delle molte varianti morfologiche, lessicali e sintattiche ma anche su quello della stessa struttura drammaturgica.
Come spiegare tali discrepanze? Fino a pochi decenni fa i filologi e, con loro, i critici continuavano a credere, nonostante tutto, che Shakespeare avesse scritto una versione definitiva di ogni suo dramma, le cui variazioni nelle prime edizioni a stampa sarebbero state dovute a errori di composizione o a manipolazioni non autoriali, talchè il compito della filologia doveva essere quello di ricostruire quella versione originaria. La recentissima “New Philology” ritiene, invece, che quei drammi non furono mai stabiliti dall’autore una volta per tutte, ma furono da lui rivisti più volte: erano testi teatrali, mobili per eccellenza, e sottoposti a continue possibili modifiche, nonché a possibili corruzioni e interpolazioni nel corso delle varie messe in scena .La purezza dell’originale, secondo questa nuova prospettiva, va dimenticata una volta per tutte.
Il caso di Amleto è poi del tutto particolare, in quanto è l’unico dramma di cui ci restano ben tre versioni d’epoca. Fino al 1823 se ne conoscevano solo due, quella pubblicata in edizione in quanto nel 1604-5 ( e ristampata con poche varianti, nello stesso formato, nel 1611 e nel 1622 e quella — in parte diversa, a causa di tagli e aggiunte, oltre che di molte varianti morfologiche e lessicali — apparsa nell’In folio del 1623. E i grandi filologi settecenteschi avevano già avuto il loro daffare nello stabilire il testo presuntivamente più vicino all’originale dell’autore oppure alle sue “intenzioni finali” . Ma in quell’anno dell’Ottocento fu fatta una scoperta che mise a rumore il mondo di tutti gli studiosi e gli appassionati di Shakesspeare.
Un certo Sir Henry Bunbury rinvenne in uno stanzino della sua casa di Barton un vecchio volumetto mancante dell’ultima pagina: si trattava di un Amleto pubblicato nel 1603, e dunque prima della prima edizione fino allora conosciuta del dramma. Il frontespizio attribuiva l’opera a Shakespeare e ne indicava una già lunga vita teatrale in rappresentazioni fatte sia a Londra che a Cambridge , Oxford e altrove. Ce n’era abbastanza per incuriosire chiunque , soprattutto perché il testo differiva vistosamente da due fino allora conosciuti. Si sviluppò subito un acceso dibattito sulla sua natura. Si trattava di una prima stesura d’autore: (caso unico in tutto il canone shakespeariano ) o, anche, di una riscrittura giovanile di quel dramma su Amleto, il cosiddetto Ur-Hamlet, da molti attribuito a Thomas Kyd, l’autore della tragedia spagnola) che indubbie testimonianze d’epoca fanno risalire almeno al 1589, ben una dozzina d’anni prima della probabile stesura dell’Amleto classico ? O era da considerarsi un testo piratesco, stenografato durante le rappresentazioni del dramma, o malamente ricostruito a memoria da un attore minore della compagnia, che l’avrebbe venduto sottobanco all’editore? L’unica cosa certa era che quel “primo” Amleto (che tale è, almeno per precedenza cronologica) presentava un’opera molto più breve delle successive due, più rozza, più elementare e, se si vuole, barbarica, mal composta e forse in alcuni passi corrotta, ma dotata di una sua coerenza drammaturgica ed indubbia forza teatrale.
In più punti mostra un diverso montaggio delle azioni. Per fare solo un esempio, la scena -dell’Essere, o non essere- (atto III, scena prima dell’Amleto classico) , cui segue l’incontro tra Amleto e Ofelia, provocato ad arte e spiato da Polonio e dal re per appurare se la follia di Amleto sia davvero follia d’amore, in questo “primo” Amleto ha luogo, coerentemente, subito dopo la “scoperta” di Polonio (che qui, tra l’altro, si chiama Corambis; e altri nomi sono diversi o modificati), mentre nei testi classici viene dopo la lunghissima e seconda scena del II atto .
Alle variazioni delle sequenze drammaturgiche si aggiungono le diverse caratterizzazioni dei personaggi. Il “giovane” Amleto, come in più punti viene definito, è un ventenne mentre negli altri due testi la sua età risulta stranamente spostata ai tremt’anni , e i suoi monologhi, se già ne segnalando lo spaesamento e la vana ricerca di un ruolo e di un senso, appaiono diversamente argomentati (come nell’-Essere, o non essere-) e abbondano di anacoluti e di improvvisi scarti del pensiero.
Quanto al re, appare più unilaterale, più rozzo, e, se possibile, più cattivo. La regina è, invece, meno ambigua, e quindi più innocente, cosicchè nella scena culminante con Amleto può dirsi all’oscuro dell’assassinio del marito e schierarsi decisamente dalla parte del figlio affinchè ne vendichi la morte.
Più coerente per certi aspetti, ma anche più approssimativo, e certo molto inferiore ai due testi classici, questo fantasma testuale ricomparso dopo più di due secoli sembra reclamare a tutt’oggi che si faccia i conti con la sua paternità.
Dal momento della sua scoperta fino a oggi innumerevoli studiosi hanno cercato di risolvere il “giallo” filologico-critico; ma sembra ben difficile che si possa mai chiudere il caso. Troppo incerti, e spesso contraddittori sono gli elementi di cui si deve tenere conto: dati documentali disparati, attestazioni più o meno credibili, riscontri bibliografici dubbi, indizi macro testuali, micro testuali e interstuali interpretabili ad libitum.
L’opera è composita, in più punti quasi un palinsesto va studiata in sé e per sé ma inevitabilmente reclama anche un confronto serrato con i due testi più autorevoli. La critica testuale si trova di fronte a un enorme puzzle, in cui sembra impossibile far combaciare tutti i pezzi in modo che ne emerga la figura dimostrativa inconfutabile. Pertanto, tutti quelli che vi si sono confrontati non hanno potuto fare altro che gli avvocati di parte, ognuno con la sua linea argomentativa di difesa o di accusa; e non si è ancora presentato alcun giudice in grado di emettere un verdetto definitivo.
Proseguendo nella metafora giudiziaria, questo testo è da molti ritenuto “colpevole” in quanto rabberciature dell’opera completa perpetrata da un reporter senza scrupoli, mentre da altri viene considerato “innocente” in quanto prima abbozzo del capolavoro. Anch’io sono stato attirato dentro a questo mistero testuale. All’inizio, la mia posizione è stata quella di semplice spettatore della grande querelle. Ma, man mano che approfondivo l’indagine, mi sono sentito quasi costretto a prendere partito, e, pur non pretendendo di avere scoperto a mia volta dati inconfutabili, ho optato per l’ipotesi della prima stesura autoriale (non importa se condotta su un dramma precedente).
A quel punto, ho ritenuto che il modo migliore di verificare la sensatezza intrinseca di questo testo fosse proprio quello di tradurlo, e conseguentemente di annotarlo, per cercare di carpirne in un’altra lingua i segreti. Tradurre un testo drammatico vuol dire affrontarne non soltanto la semantica discorsiva, ma anche il senso scenico implicito, e cioè la correlazione tra la parola e la mimica, la gestualità, l’azione. Ed è stato proprio alla luce della sua teatralità che questo testo mi è sembrato mostrare, anche nei passi più confusi e corrotti, una sua sostanziale coerenza, una sua autonomia e una sua arcaica bellezza.
Con ciò non intendo dire che tutto fili liscio, né che non si profili qua e là una manipolazione esterna. Ma sta proprio nelle zone d’ombra che ripropone, oltre qualsiasi argomentazionie filologica-critica, il fascino persistente di questo testo. E’ una versione comunque efficace (come hanno dimostrato alcune sue recenti rappresentazioni in Inghilterra, Stati Uniti e Svezia) di una delle più celebri opere drammatiche, una versione che forse costituisce l’unico reperto che possa rivelarci, visto che ci mancano i suoi manoscritti, come lavorava la mente di Shakespeare nella fase embrionale di un capolavoro." (da: “Il dilemma di due Amleti,” — di Alessandro Serpieri su:“Il Sole 24 ore”- del 18/ 05/ 1997 )

mercoledì 21 ottobre 2009

W. B. YEATS
(1865-1939)


VOLTA LE BAMBOLE CON LA FACCIA AL MURO

Poiché oggi è una festa religiosa
C’è stato un prete a dir Messa, e perfino la Giapponese
Col tacco alzato e il peso sulle punte, ha dovuto voltarsi
verso il muro
-Pedante nella passione, dotta in antiche cortesie,
-Veemente e arguta ci era parsa-; la dama Veneziana
Che sembrava andar scivolando verso un qualche
Convegno con le scarpette rosse,
Il domino, la gonna a guardinfante copiata dal Longhi;
Il critico meditabondo; tutti sono in punta di piedi,
Anche la nostra Bella coi pantaloni turchi.
Poiché al prete come ad ogni cane spetta la sua giornata
Altrimenti ci terrà tutti desti abbaiando alla luna,
A noi e alle nostre bambole, che non siamo che il mondo,
conviene star via.

W.B. Yeats
(Da: Quaranta poesie, Traduzione di Giorgio Melchiori, Einaudi, 1965)

venerdì 16 ottobre 2009

POESIA AMERICANA
TED BERRIGAN

(1934)


69

Così, in conclusione, potrei dire
che è così che va la vita qui
bevi un po’ di caffè, dormi un poco
è tutto campato in aria
specialmente noi
che siamo io.

70

Ora
in mezzo a tutto questo
qualcuno che amo è morto
e io non so nemmeno “come”
pensavo che lei mi appartenesse.
Come riempiva la mia vita quando mi sentivo vuoto.
Come mi riempie adesso.

72

Che eccitazione
Traversare Saint Mark’s Place
viso freddo nell’aria
stanotte
quando
quel qualcuno vago che salutava
in bicicletta mi ha fatto voltare
e tornare indietro.

73

Ciò che più mi tocca, direi
di un mattino sereno
è essere solo
con tutti quelli che amo
e attraversare la 6^ e la 1^
nel gelo delle 6
da dove torno a casa
con due bignè alla crema,
pepsi e il New York Times.

74

La gioia è ciò che mi piace.
Questo è l’amore.

Ted Berrigan
(Da:Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973)

BILL KNOTT
(SAINT GERAUD)
(1940)

Da fine agosto a inizio novembre
per Helene Knox, poetessa


Se la mia tomba si fa troppo penosa, che dovrei fare?
Perché i vestiti mi s’incollano agli organi interni?
Che significa quando mi addormento e, invece, di sogni,
tutto quel vedo sono le parole “Dati Insufficienti?”

E’ tempo di affidarsi al manuale di- sopravvivenza
della poesia,
di leggersi le istruzioni sui tronchi d’albero, la scienza
delle erbe.
Che provviste portare -10 200 sudari-.
Se sfrego insieme due ricordi, accenderò forse
una strofa?-
quali radici e bacche della fantasia sono buone
e quali sono la mia vita?

Dati insufficienti. Ogni foglia appassita
di mille fiorellini
entra nel computer del suolo.
Risponde aprile:
la bellezza è la coscienza dei nostri sensi;
il poeta è la tomba di tutto ciò che non si può seppellire.

Io cancello continuamente il mio certificato di nascita,
le api mi bombardano con gocce di amnesia fusa –
“Tu sei
la chiaro -veggente” dico a una ragazza-


Bill Knott (Saint Geraud)
(Da: Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, Einaudi Editore, 1973)
EDNA St. VINCENT MILLAY
(1892- 1950)


CANTO D’AUTUNNO

Ora l’autunno ha brividi
nel gambo della rosa.
Alte e lontane scale
s’appoggiano tra i flutti.

L’autunno ora s’arrampica
sull’intrecciata trama
e la rosa ricorda la polvere
da cui fu generata.

Più lucente del fiore
sul cespuglio di rosa
è la bacca arancione,
ora avvizzita, amara,

in ozio la bellezza non sa stare,
tutto accade in suo nome,
ma la rosa ricorda la polvere
da cui fu generata.
Edna St. Vincent Millay
(Da: L’amore non è cieco, a cura di Silvio Raffo, Crocetti Editore , 1991.2001)

giovedì 15 ottobre 2009

POESIA CUBANA
EXCILIA SALDANA
(1946)



AUTOBIOGRAFIA

Tanto per cominciare deve sapere tutto
non vale più la pena di mantenere il segreto.
Nacqui un 7 di agosto del 1946
un anno e un giorno dopo il fatto di Hiroshima
(ricorda? una bravata dei nostri vicini).
Nacqui perché non c’era l’aborto
e perché fui testarda anche in questo
mio padre un ragazzo stravagante
(così si diceva allora quando il figlio
di famiglia veniva fuori un magnaccia)
infine non fu colpa sua
come neppure il fatto che fumasse marijuana
giocasse e fornicasse
si immagini le circostanze
mia madre tremante
il buco.
Il fatto è – come le dicevo –
che mio padre era un poco stravagante...
e che io nacqui.
Quando mi videro tutti vollero dire la loro:
mia madre, medico
mia nonna, maestra,
il cane abbaiò
(non so se anche lui voleva che fossi cagna...)
Crebbi grassa e strabica
abominevolmente tonta
samaritana di vocazione
sorella della carità, angelo custode
di uccelli, scarafaggi e mendicanti
e un bel giorno quando tutto indicava
il mio futuro di negra mezza-tacca
trionfò la Rivoluzione, sì
so che lei conosce la Riforma Agraria e il Socialismo.
non è di questo che voglio parlare
ma della mia piccola vita anonima
a collezionare biglie e francobolli
ascoltando le discussioni dei grandi
voglio dirle che io non capivo nulla
ma mi eccitava la voce rauca di Fidel
voglio dire che mio padre mi diede uno schiaffone
(sa cosa significa questo
quando non si è mai ricevuto una carezza?)
il giorno che gridai Patria o Morte!
voglio dirle che gli uccelli azzurri sono in muta
che c’è un lutto ingiustificato in quest’alba di astio
che c’è tanta ira di dei
e tanto e tanto s’è perso
e tanto
e ancora di più.

Excilia Saldana
(Poesia tratta dalla collana Cuando una mujer no duerme – poesie di Cuba al femminile –, a cura di Valeria Manca, Datanews editrice, Roma, 2002 - Sagarana.net)

POESIA SCOZZESE
NORMAN MacCAIG
(1910-1996)



NON C'E' SCELTA

Penso a te
nei vari modi in cui la pioggia scende.
(sempre di più, con l’età,
odio le metafore – la loro rigidità
la loro inadeguatezza.)
A volte questi pensieri sono
pioggerellina, appena percettibile, niente
di più leggero:
a volte uno scroscio battente, una
solerte pulizia primaverile della mente:
a volte, un terribile temporale.
Sempre di più, con l’età,
odio le metafore,amo la leggerezza,
temo i temporali.

Norman MacCaig
(Traduzione di Andrea Sirotti)
(da: Sagarana.net)
POESIA ITALIANA
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
(1929)


LO SGABELLO DI DIO

ad Angelo Jacomuzzi

Sì, è vero, anche se accumuli a migliaia
fogli su fogli scritti ai margini
(e anche qualche disegno d’angelo, una rondine
in un angolo del cielo bianco), il tremore di una foglia
dove è caduta una riga, forse, un volto
vecchio si affaccia da una macchia bruna,
sembra voler parlare, poi gli occhi come se
per la prima volta avesse visto davvero il libro scritto
del mondo, troppo lungo e confuso, pieno
di storie senza senso e tutte di morti da chi sa
quanto tempo o uno traballa un poco, poi si lascia
cadere troppo lentamente a terra,
allargando le braccia, mentre ancora
in una mano convulsamente stringe
una bandiera vuota); ecco, neppure —
mettendo l’uno su l’altro tutti i sogni
sognati sul Parnaso e altrove si può giungere
anche soltanto a intravedere lo sgabello
dove i suoi piedi a volte posa Dio —
un passo lento, un’orma pesante sul broccato
rosso, la punta di una pantofola un po’ lisa
nel tremare dell’aria come dopo
il primo tuono della primavera
proprio niente di tutto questo, solo un muro
di carta o di cartone, e quale spazio
può rimanere oltre un angolo d’aria muta e morta,
un lembo di tenda grigia che un vento
inesistente a volte spinge fino
ai fogli, una mano di bambino che saluta
in un’alba d’inverno, il punto animato di una mosca
che cerca a lungo la parola fine
dove fermarsi.

Giorgio Bàrberi Squarotti
(da: "Gerico" - Guida Editore, 1983)
ANGELO FERRANTE
(1938)


I

Tu, mio sentire il tempo, la sorte,
la vita, non abbandonarmi mai.
Sii aspro e dolce, aprimi le porte
dell'anima, e canta quel che sai.

Non tralasciare ciò che l'occhio umano
non scorge: i minimi frantumi, il lento
sfarinìo delle rocce, il lontano
mormorìo degli astri, l'aria, il vento.

E più rammenta il moto della polvere
quando, nuda, s'adagia sulle cose.
E' nell'invisibile dissolvere
il sè che la vita traccia le sue pòse.

Ma poi tutto si muove e si trasforma,
anche ciò che non sembra che si muova.
E anche l'eterno, che non lascia orma,
nell'ignoto si muta e si rinnova.

Angelo Ferrante
(da: "dentro la vita" - Moretti & Vitali Editore, 2007)