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domenica 17 settembre 2017

A GIOSE RIMANELLI di Mario M. Gabriele



Graffiti riaffiorano nel tempo.
Ur –Macchina  giace nel cassetto
”manoscritto inutile” e poi Detroit Blues:
tra dolore, esilio, rancore,
e Sonny Boy e Alien, passenger  tra Città-States
e Regione-Mondo, lontani dal “crudo Molise”
come un fossile del passato.
A sentire Hewitt dopo  We Took Our Paradise,
si direbbe una storia  di sangue e amore
tra i Bloods e i Crips per una ragazza di nome Maria,
che ci ha aiutato a vivere
con le  parole che sono state lampade accese
come lucciole nel giardino di Laura Marcello.
Le Terzine estorte dal silenzio,
chi le legge, Giose? sono viadotti dell’anima:
“….adesso , nel mezcal, quella tua cura
insana nel rimescolare amore
-puerta  del ser – con quanto trasfigura
o infogna, il breve ponte del dolore,
ma il viaggio va al di là della  figura,
oltre lo scandire battito delle ore”.
Non abbiamo un’àncora di salvezza
né piroghe per attraversare il mare.
America di Caryl Chessman e Martin Luther King,
di Angela Davis e dei Black Power.
Ma sempre americano è il condor dell’Oklahoma!
Un nero fumo di fuoco
avvolge  questa estate di rogo Fahrenheit.
E’ orribile, Giose!
Anche Il diavolo fa festa
nei boschi e nelle valli di questa Italy
dove Il tempo nascosto tra le righe,
e Il tè in casa Picasso,
celano l’ansia e il volto di Bambolino,


martedì 12 settembre 2017

INEDITO DI MARIO M. GABRIELE


Non è proprio una bella giornata, Edmund,
se oggi il colore bianco è uguale al nero
e il silenzio è un chiasso  nel cielo di settembre.
Fuggono le Erinni,
qualcuna resiste sul picco del Matese.
Ci hanno stancato le braccia, le gambe senza osso.
Statico è l’occhio di Averna, fisso alla finestra
a guardare chi è fuori e dentro il tempo.
Forse un addio dovevamo dirlo  a Sullivan
quando partì per Burkina Faso.
Se ripenso a Joyce
torna  Molly Bloom,
 donna pretty come in To mother di Lowell
quando ne fece un quadro underground,
così pure per Josephine Beaubarnais,
la femme  militaire
sulla soglia del dolore e della dolce vita.
Pretty, ma se fosse così anche la morte
le regaleremmo un vasetto Revitalift
sulle rughe del viso.
Con queste vendette del tempo
non andiamo al di là dell’Ipermercato,
 con i coupons  e Postepay a comprare
tutto il buono del Paese e le valigette
con colori a cera  e acquerelli,
per dipingere di nuovo il Mondo,
bianco e senza macchie,
come  il picco alto di Annapurna.    
                                                                        

domenica 27 agosto 2017

PASSIONE, ARTE, MESTIERE DEL TRADUTTORE


 Riceviamo e pubblichiamo questo lavoro di Adeodato Piazza Nicolai e una poesia .
                                                        I.      
         In Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione Umberto Eco scrive: “È vero che, nell’interpretare il mondo che ci circonda (e quelli reali o possibili di cui parlano i libri che traduciamo), ci muoviamo già all’interno di un sistema semiotico che la società, la storia, l’educazione hanno organizzato per noi. Tuttavia se fosse soltanto così, allora la tra-duzione di un testo che provenga da un’altra cultura dovrebbe essere in teoria impossibile. Ma se le diverse organizzazioni linguistiche possono apparire mutualmente incommensurabili, esse rimangono peraltro comparabili.” [1]
         Un esempio di comparabilità che viene in mente è quello di un vinaiolo francese esperto nel coltivare un ottimo cabernet sauvignon mentre l’esperto italiano produce un magnifico sangiovese. Un poeta d’oltralpe, attraverso la sua educazione ecc., ha imparato a infondere un boquet particolare ai suoi versi che differisce alquanto da quello di un poeta italiano. Un esperto di vini sarà capace di “comparare” la fragranza particolare dei due vini. Lo stesso vale per il traduttore. L’aroma parti-colare di ciascun vino viene anche modificata dal “contenitore” del parti-colare vino: se il produttore francese imbottiglia il suo cabernet in un contenitore di ceramica mentre quello italiano lo conserva in una bottiglia di particolare vetro fumè, il prodotto verrà alquanto “condizionato” dalla “forma” e dal “materiale” del contenitore adottato. Se traduco Dante in inglese, sia contenuto che forma saranno “comparabili” cioè “quasi la stessa cosa” anche se mai potrà essere “la medesima cosa”. Perciò l’arte, il mestiere la passione del tradurre è comparabile a quello del “travasare” da un contenitore (la lingua originale del poeta) a quella di un simile contenitore (cioè la lingua ricevente —l’inglese).
         Innegabili le varianti della storia, lingua, educazione cultura ecc. di ogni poeta. Resta essenziale riconoscere la sua particolare “voce”. Oltre alle tematiche, le strutture semantiche, i stili del periodo storico, rimane la “voce” a distinguere un poeta da un altro. La “voce” di Dante è asso-lutamente distinguibile da quella del Petrarca, e così via. Pensiamo alla voce di Ungaretti messa a fianco di quella di Saba o di Montale.
         Il traduttore (che sia anche lui/lei poeta oppure no) assolutamente deve conoscere e riconoscere la voce del poeta che sta traducendo, oltre che a tutte le varianti sopraindicate. Ma questo non basta. Deve essere conscio di come la propria voce andrà ad impattare su quella del poeta che sta traducendo. Diventa una operazione difficile tanto quanto quella del travasare dall’originale a un altro contenitore linguistico. Essere poeta/ traduttore diventa così un vantaggio/tranello: dissociarsi dalla propria voce ed ascoltare quella del poeta che sta traducendo rimane la vera sfida. Forse in questo senso un traduttore che non è poeta e/o scrittore viene avantaggiato.
         Tuttavia la sfida suprema per il traduttore è immane: essere fedele alla voce dell’originale, travasare le opere in un diverso “contenitore” (lingua) cercando di tradire il minimo possibile. Not a small challenge!

                                                        II.
         La seconda parte propone di tracciare un breve sommario storico delle traduzioni statunitensi della Divina Commedia dantesca, concen-trandosi specificamente nel rintracciare come “la voce” del traduttore produca un notevole impatto sulll’opera tradotta. Il poeta, critico e romanziere Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) è stato il primo americano che ha tentato di “travasare” la Divina Commedia in anglo-americano (1867). Il suo linguaggio facilmente comprensibile, le storie pure e gentili dalle quali sono bandite le forti passioni, il tono dolce e rassicurante delle sue poesie vengono trasmesse nella sua versione della Commedia. Qualità queste identificate con il periodo storico del trascen-dentalismo che non si addicono al crudo realismo del linguaggio dantes-co, specialmente nell’lnferno.  Forse il miglior traduttore di Dante del ventesimo secolo, John Ciardi (1916-1986) dirà che la versione di Long-fellow “era incapace di offrire sia la voce della poesia moderna americana sia il vero senso del mondo dantesco.”[2]
         Seguendo Longfellow, vari autori inglesi hanno tradotto la Com-media, come Lawrence Binyon nel 1933 e Dorothy Sayers nel 1949 ma con evidenti forzature nei loro tentativi di trasporre la terza rima dan-tesca nella lingua inglese, assai più povera dell’italiano nel costruire versi in rima. Tuttavia anche in questi autori/traduttori la propria “voce” si inserisce e a volte domina il mestiere di tradurre l’originale.
         Negli anni ’40 John Ciardi, lo sconosciuto ma talentuoso poeta/tra-duttore, si impegna nella “trasposizione” dell’Inferno in anglo-americano. Infatti è convinto che una traduzione è attualmente una “trasposizione.” [Vedi le sue “Note del Traduttore”]. Intraprende questa difficile sfida poiché, come professore a Harward nel dopoguerra, è sempre più insoddisfatto delle versioni da usare come testi base per l’insegnamento della Divina Commedia. Fin dall’inizio ha capito l’impossibilità di fare una traduzione “word-by-word”, cioè ricostruendo parola per parola in ingle-se i versi danteschi.  Questa procedura falsificherebbe la vera natura della poesia, perciò la “trasposizione” è l’unica cosa che si avvicina alla “tradu-zione”. Per illustrare la sua teoria usa una splendida metafora musicale: “Quando il violino ripete le note appena suonate dal piano, non può ricreare gli stessi suoni, può soltanto avvicinarsi alle stesse corde.” [3]. E in questo caso pure la vasta conoscenza poetica di Ciardi, in combina-zione alle sue opere di poesia, inserisce sfumature della sua “voce” nei versi danteschi tradotti.
         Il noto dantista Archibald MacAllister, professore sia all’Università di Yale che alla Brown, ha confermato che “la scelta di Ciardi nell’adottare una versione originale della terza rima (cioè far rimare il primo e il terzo verso di ogni stanza) riproducevano più fedelmente il senso e suono dell’originale.  Ha anche apprezzato come Ciardi usa un linguaggio di alto e di basso tono che rispecchia l’originale dantesco.” [4] E rinomati traduttori come Dudley Fitts, Richmond Lattimore, il poeta-e-critico Randall Jarrell e il poeta John Crowe Ransom hanno tutti elogiato la bravura, il virtuosismo ciardiano di traduttore o, usando la sua stessa terminologia, di “traspositore”.
         Robert Pinksy (1940), poeta, critico e traduttore statunitense la cui versione della Commedia ha suscitato scalpore, ha optato per una sintesi dell’approccio di Ciardi con la propria “voce” e stile, prevalentemente free verse. A mio parere nessun poeta/traduttore è sempre esonerato dall’influenza della propria voce nel “ricreare” le opere di altri autori.

                                                        III. 
         Come “travasare” e/o “trasporre” metafore, simili, immagini ecc., presenti nella lingua originale ma non perfettamente corrispondenti nella lingua tradotta? Lo stesso per strutture linguistiche, morfologiche ecc.? È proprio qui che il “traghettatore” dev’essere attento a non diventare “tra-ditore”. Analizziamo l’esempio offerto dal poeta e critico Giorgio Lingua-glossa nel caso specifico di una poesia di Samuel Beckett (1906-1989).

Vorrei attirare l’attenzione dei lettori sulla problematicità del tradurre questa poesia che, apparentemente, sembra semplice, e invece nasconde grandi difficoltà per il traduttore. Ecco qui due altre traduzioni (di cui una mia) molto diverse da quelle di Frasca. Io nel mio modesto tentativo di rendere la quartina originale in italiano ho puntato sulla forza dei verbi italiani declinati al gerundio… ma, ovviamente, ci possono essere una infinità di altre soluzioni espressive… Questo per rispondere indirettamente a chi ripete meccanicamente la tesi del Beckett minore in poesia, quando invece bisognerebbe leggere la poesia di Beckett come a se stante, come una modalità espressiva diversa da quelle del teatro e del romanzo…

 A Francesca Diano (se ci legge) esperta traduttrice dall’inglese, sarei curioso di conoscere il tuo parere circa questa traduzione. Analogo invito lo rivolgo a Steven Grieco Rathgeb, se ci legge.

 «Un giorno, studiando la filosofia del ’600, [Beckett] ebbe un’illuminazione – simile al lampo remoto perso in una notte profonda. Sfogliò le opere del filosofo belga Arnold Geulincx (1624-69) e vi trovò scritto: «Ubi nihil vales, ibi nihil velis» ossia, facendo eco allo stoicismo di Epitteto: dove nulla puoi, niente devi volere. Fu una grande scoperta: il modo migliore per non suicidarsi era non volere. Il modo migliore per affrontare i conflitti della volontà (compresi quelli di emancipazione personale) era l’abolizione stessa della volontà. Si applicò a questo credo da giovanissimo e così l’ebbe vinta sulle pulsioni suicide».

Gnome

Spend the years of learning squandering
Courage for the years of wandering
Through a world politely turning
From the loutishness of learning

Traduzione mia:

Gnomo

Scorrono gli anni dell’esperienza dissipando
il coraggio per gli anni vagabondando
attraverso un mondo che gentilmente ruotando
dalla volgarità dell’apprendimento

Traduzione di Frasca:

Passano gli anni dell’apprendimento
A dissipare il coraggio per gli anni
In cui vagabondare dentro un mondo
Che con garbo si libera ruotando
Da ogni grossolano apprendimento

Altra traduzione:*

Gettar via gli anni di apprendistato nello scialacquio
del coraggio al posto di anni di vagabondaggio
attraverso un mondo che educatamente gira attorno
la volgarità d’imparare.   [5]

Gnomo

Anni spesi imparando a sprecare
il coraggio per anni girovagando
in un mondo che fugge con garbo
dal grezzo imparare.

[ “trasposizione”  di A. P. Nicolai ]

                La “voce” del traduttore/traduttrice senza dubbio impatta ogni versione citata. Come dice sopra l’autore: “ci possono essere una infinità di altre soluzioni...” Per esempio, ho scelto di tradurre “politely turning” con “fugge con garbo”: “turning from” può essere interpretato come fuggire; la frase “the loutishness of learning” con “dal grezzo imparare”. [6] Tuttavia è facile individuare la voce, il timbro di ogni “travasatore” di questa quartina beckettiana .
Questo non diminuisce le tante difficoltà, le insidiose sfide affrontate da ogni traduttore/traspositore. Anche questa è la bellezza dell’arte, del mestiere e della passione del tradurre.

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, Domenica 6 agosto 2017


_____________________
NOTE

1.            Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, p. 350-1. Studi Bompiani. Il campo semiotico, a cura di Umberto Eco. © 2003 RCS Libri S.p.A., Milano.
2.            John Ciardi, commenti, The Inferno, p. 293 (Signet Classics, published by New American Library, a Division of Penguin Books, New York). © 1982 John Ciardi.
3.            Ibid., p. 294.
4.            Ibid., p. 295.
5.            Ringrazio Giorgio Linguaglossa editore/traduttore,” La Scialuppa di Pegaso”, come pure gli altri traduttori citati (Frasca, Diano e Rathgeb), per la loro gentile concessione di usufruire delle loro versioni.


6.            Applicando gli insegnamenti di John Ciardi, nella mia variante ho seguito “my gut feelings” (i miei istinti) oltre che l’esperienza di traghettaore/travasatore per più di quaranta anni
         


COHELET e VERMEER

               Oh, la nera bellezza del tuo cantare, Qohelet!
                   Piove  piove ininterrottamente da giorni
                   e questa è una notte ancora più cupa,
                   tutto inghiottito da compatta tenebra:
                   annuncio e figura dell’altra Notte che viene? [1]

                   Mostro della luce, Vermeer, sempre nella stessa stanza
                   dove invita le sue modelle, le posiziona, mette a fuoco
                   la luce che filtra dalle tre finestre, poi dipinge, dipinge.
                   Il pennello fotografa soggetti, i suoi occhi accarezzano
                   gli altri occhi, la pelle ruvida, rosata, incarnadina. Oggetti
                   e soggetti con sfondi creati dalla sua mente. Non mente
                   il pennello. Guarda, apprezza, riscopre se stesso nei suoi
                   pesonaggi riconosciuti da altre vite, da vecchie e cancellate
                   forse sublimate situazioni. Vermeer, jazzista di luci e colori
                   sfiorati nel ghetto e depositati con tenera-ruvida bellezza
                   sulle ragnatele del tempo/non tempo ora sbiadito. Ecco
                   la sua folle magia. Qualche critico moderno ha dichiarato
                   che i suoi dipinti peccano di staticità. Forse intendeva
                   di elettricità: ogni scatto fissato su tela, su carta su cera
                   pecca di staticità, mio caro signore! Nei suoi ritratti
                   le donne fanno le cose quotidiane e lui le dipinge, dipinge.
                   Passano gli anni, lui se ne va nell’oltranza forse mai prima
                   svelata o dipinta. Negli atelier, musei, pinacoteche, nelle
                   stanze private dei collezionisti vivono ancora le sue colorate
                   visioni.
                  
                    Qual’è il segreto,
                   il suo mistero? Indescrivibile, irriproducibile la qualità di
                   quella luce. Fotografi e pittori moderni hanno tentato, cercato
                   sognato di riprodurla ma senza fortuna. La luna resta sempre
                   la luna: lo scatto matto non la ricrea, la copia solamente.
                   “La ragazza con gli orecchini di perla” e quella con il cappellino
                   rosso forse con lui hanno affossato una relazione amorosa?
                   Nessuno lo saprà. Amore sbocciato con la prima penellata...
                   Lei guarda un po’ persa fuori dalla finestra, lui entra dentro
                   quegli occhi grigio-verdi e lì ci resta assopito per tanto tempo,
                   possibilmente per sempre.
                   Luce è vita raccolta su tela anche se fuori sfarfalla la neve ...

                   © 2017 Adeodato Piazza Nicolai
                   Vigo di Cadore, 24-5 agosto.
                   Tutti i Diritti Riservati


mercoledì 2 agosto 2017

POESIA ITALIANA - INEDITO DI MARIO M. GABRIELE




Mi perfori l’anima.
Credevo appassiti i fiori di Corneile
come i pensieri di Leibniz,  e  I Cenci di Shelley
e quei maledetti giorni
in cui Romeo estrasse l’anima per Giulietta.
Deve essere accaduto qualcosa a Gelinda
se febbraio le ha ridotto giorni e ore.
 Quale ferita mi porti Ornella?
Pasqua ti riabilita, mette in repertorio
Take Five di David  Brubreck.
Questa notte non verrà nessuno
ad allinearci con i fantasmi,
prima che sia svanito il repairwear sul tuo viso.
Ci abbeveriamo alla fonte dei ricordi:
 un belvedere sugli sterpi della giornata.
Quel barbuto di Whitman
ha curato con amore le Foglie d’erba.
Non passerà profumo che tu non voglia.
Eduard ha finito di scrivere Les ciffres du temps.
passando le bozze  all’Harmattan.


Entra nel mio cuore e restaci  come il gheriglio nella noce.
La stagione non è da amare,  né da buttare.
E’ un ciclo che va e viene.
-Hai altro da dire, Signore, prima che faccia buio?-.
I niggers sdraiati sugli scalini
cantano  le canzoni del Bronx.
Le frasi non hanno  l’amo da pesca!.
Che vuoi che ti dica Eduard?
L’arte è come la natura dice Marina Cvetaeva.
Ne ho fatto una croce,
e sempre una stagione d’inferno  con i cappellini sulla testa.
Ci siamo imbarcati  sul Danubio
con una piccola barca senza Freud.
C’erano Dimitra, la zoppa,
Suares  con il cane,
e  Shultz, l’aguzzino di Erzegovina.
Una buccia di luna rischiara la tomba di Majakowsckij.
C’è più posto all’aperto ora che Blondi ha rimesso a nuovo
Via  delle Dalie e dei Gelsomini,
e la medium ha finito di parlare di Metafisica
e di Berlin Alexanderplatz.
Kerouac  ha finito di correre.
Ginsberg non ha più L’Urlo in gola.
Parlando con Beckett  ci è sembrato
di avere lo stesso peso d’anima di chi
ha solo il Nulla tra le mani:
spento aperto vero rifugio senza uscita.
Le notizie che arrivano , e perché mai
dovrebbero essere liete?
non hanno mai risolto il problema di Laura Palmer.
La nuvola nera su Taiwan oscura il fiume Gaoping.
La quiete è impossibile.
Anche le formiche si sono allarmate.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Ti stringerò  lo stesso, Natalie. Vedi?
Tutto è cominciato cadendo dalle scale.

venerdì 28 luglio 2017

POESIA ITALIANA - LUCIO MAYOOR TOSI



FAVELAS

La copia della copia di Narciso sventola
sul fiume rievocato di una reclam.
Nel sottopasso Margerita si rifà le ciglia.

(Uno brucia tutto quel che può durante il giorno
e la sera brucia se stesso. Il programma
è talmente perfetto che l’incognita ingigantisce)

Quindi, mentre il veleno affonda tra le vesti di Margherita
anche il suo ritratto impazzisce. Non una smorfia
ma il dettato seducente della verità mentre gioca

col rossetto. E scrive t’amo, come fosse carnevale
alle favelas di Rio De Janeiro. I ragazzi senza lambretta
le passeggiate su blocchi di cemento e nemmeno un bar.

Ho lasciato un pettirosso tra le fauci dei dobermann.
Non so come districare l’arsenico dalle ciglia.

Correre in soccorso alla luna che non ce la fa.

martedì 18 luglio 2017

POESIA IRLANDESE: SAMUEL B. BECKETT



1
Corpo minuto grigio come la terra il cielo le rovine
solo in piedi. Silenzio non un alito stesso grigio
dappertutto terra cielo corpo rovina. Spento aperto
quattro pareti all'indietro vero rifugio senza uscita.

2
Chimera la luce sempre e soltanto aria grigia senza
tempo nessun rumore. Spazi senza fine terra cielo
confusi tutto immobile non un rumore. Lo bagnerà la
pioggia come nei giorno benedetti dell’azzurro la
nuvola passeggera. Cielo grigio nessuna nuvola
nessun rumore tutto immobile terra sabbia grigio
cenere.

3
Piccolo vuoto grande luce cubo tutto bianco facce
senza tracce nessun ricordo. Infinito senza rilievo
corpo minuto solo in piedi stesso grigio dappertutto
terra cielo corpo rovine. Rovine sparse confuse colla
sabbia grigio cenere vero rifugio. Cubo vero rifugio
finalmente quattro pareti all’indietro nessun rumore.
Sempre e soltanto questa fissità immutabile sogno
l’ora che passa. Sempre e soltanto aria grigia senza
tempo chimera la luce che passa.


Da Samuel Beckett www la-poesia.it / stranieri (inalesi / europei / Beckett /SB 28.4.2006.

lunedì 10 luglio 2017

POESIA ITALIANA -MARIELLA COLONNA



Affianchiamo ai testi personalissimi di Giorgio Linguaglossa, una poesia di Mariella Colonna che non si discosta molto dalle categorie estetico-linguistiche della NOE.

Un’ombra passa sul sole

un pensiero cade dal ramo e finisce
sulle scogliere di Dover.
Il vento grida parole sconnesse, è furioso.
“Odette non mi tentare con il laccetto alla caviglia”
sussurra Peter O’ Connor bevendo birra.
Il mare canta la sua gioia per essere
in perpetuo movimento, insieme a Betty, felice
per il vestito nuovo che si è comprata con una notte.
In un altro pensiero un cespuglio,
un uccellino caduto tra i rametti e le foglie.
E’ il canarino di Odette.
Il nulla che ho pensato ronza e squittisce
girando intorno a me, furioso come il vento.

Il canarino di Odette non sa nulla del nulla.
E nemmeno la signora Eleonora che ha l’Alzheimer.
Pensieri e ombre informi abitano la sua mente.

Nessuno si affaccia alle finestre vuote
delle case sventrate dalla guerra.
Nessuno può capire la sofferenza dell’altro.

Nelle balere ballano al suono blu
delle orchestre di paese: Marietta è felice
perché le piace ballare. Marietta non sa
o non vuole sapere della signora Eleonora
e neppure di Rita che ha perso un figlio
di quindici anni investito da un camion
sulla statale n.47.

Ho sentito il dolore del mondo nel grido
d’un uccello ferito. Sulle spiagge d’inverno.
Troppe cose accadono in una parte del mondo

dove io non sarò mai.

giovedì 6 luglio 2017

POESIA ITALIANA - GIORGIO LINGUAGLOSSA


IL CORVO E’ ENTRATO DALLA FINESTRA

Il corvo è entrato dalla finestra.
Una stanza. Atelier del pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
Il sole prende vita dal quadro e se ne va.
Nel quadro è rimasto solo il mare.
Anche il mare se ne va.
E resta un abito gessato bianco in una barca
Che rema verso una proda.
Il Campari rosso è nel calice di cristallo
Che il Signor K. Sorseggia.
Osservo il suo pomo di Adamo. Che va su e giù.
Un’ombra bianca si guarda il volto nello specchio.
Nello specchio il calice del Campari. E l’ombra.
Ombre bianche escono dalla tomba, nascono dal cimitero
E vanno verso il mare, i spogliano nude,
entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.
Il direttore d’orchestra ripiega le sue ali
Nere dietro le spalle, e chiede al musicista:
“Suonate qualcosa, Signore?”.
“Non c’è nessuno qui, sono tutti
Morti.”. “Non posso suonare”.
Finestre buie, finestre nere. Porte buie, porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.
Il musicista imbraccia l’archetto.
Il violino si avvicina al fuoco. Tra poco entrerà il ghiaccio.
Bussano a una porta. La maniglia di ottone
Gira con un flebile stridio: è il signor K.
“Vostra Grazia…”. Il Campari va verso le labbra del Signor K.
L’archetto cammina verso il violino
Le mie dita corrono verso l’archetto.
Il fuoco incespica, s’impenna, li insegue,
tra poco li raggiungerà.
“Quale “capriccio”, “Vostra Grazia?”.
“Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo”.


IL CORVO E’ ENTRATO DALLA FINESTRA

Di Giorgio Linguaglossa
Commento senza regole di Mariella Colonna

Questa singolare poesia di Giorgio Linguaglossa è stata letta da me come allegoria e breve Manifesto di una rivoluzione espressiva.
Leon Battista Alberti, nel De pictura definiva un quadro “Una finestra aperta sul mondo” Prendendo spunto dall’Alberti consideriamo la possibilità che il poeta abbia voluto indicare il “volo del corvo” come simbolo del passaggio dell’io dal mondo  (esteriorità) al la dimensione interiore.
E ancora Ortega y Gasset:
L’opera d’arte è un’isola immaginaria che fluttua, circondata dalla realtà da ogni parte […]. Le tele dipinte sono buchi di idealità praticati nella muta realtà della parete: brecce di inverosimiglianza a cui ci affacciamo attraverso la finestra benefica della cornice. D’altra parte, un angolo di città o di paesaggio, visto attraverso il riquadro della finestra, sembra distaccarsi dalla realtà e acquistare una straordinaria palpitazione di ideale […]” ( da “El espectador” )

Da queste due interessanti punti di vista prendiamo spunto per una delle tante interpretazioni che si possono dare alla poesia di Linguaglossa:
Il volo del corvo che entra dalla finestra equivale grido di un guerriero che dà avvio ad una battaglia  o...al suono del corno che apre una battuta di caccia;
fermiamoci sulla seconda ipotesi interpretativa. La misteriosa battuta di caccia (al tesoro) è  aperta da un personaggio altrettanto misterioso che inizialmente non si rivela, ma si nasconde (sembra) dietro un personaggio- chiave: il pittore, che inaugura la più inedita allegorico-simbolica mostra d’Arte che la Storia ricordi perché la mostra d’Arte è poesia di immagini e anche azione teatrale.
Prima opera in mostra e avvio dell’azione teatrale: Una stanza. Atelier del pittore  (che non c’è);
seconda opera e scena teatrale: un cavalletto e una tela bianca;
terza opera e sc. t. : il pittore si materializza e dipinge il mare e un sole livido;
quarta opera e sc. t. : Si verifica il cambio-attore da persona (pittore) a soggetto-opera: il sole, in piena autonomia,  prende vita dal quadro e se ne va;
quinta opera e sc. t. : un quadro dove si vede solo il mare;
sesta opera e sc. t. : Anche il mare se ne va;
settima opera e sc. t. : un abito gessato bianco in una barca / che rema verso una proda;

pausa e intermezzo: un Campari rosso in un calice di cristallo, sorseggiato dal Signor K
entrano in scena; il Signor K. È il personaggio misterioso della scena di caccia? Forse...
un secondo personaggio misterioso osserva il pomo di Adamo del Signor K. che va su e giù...è un nuovo segnale , dopo il corvo nero, e annuncia un colpo di scena: il Signor K. scompare, al suo posto un’ombra bianca si guarda nello specchio (elemento di grande valore simbolico) dove appare anche il calice del Campari e ha inizio la corsa surreale delle
ombre bianche:
escono dalla tomba, nascono dal cimitero.
E vanno verso il mare, si spogliano nude,
entrano nel mare. Bevono il sonno a sazietà.
Breve partita a dama (diversa da quella tradizionale) tra ombre bianche e ombre nere:
Le ombre nere bevono il sonno bianco.
Le ombre bianche bevono il sonno nero.

Si crea un nuovo equilibrio e gli spettatori-lettori scoprono che il corvo nero della battuta di caccia iniziale si è mascherato da direttore d’orchestra e chiede al musicista:
“Suonate qualcosa, Signore?”
L’azione teatrale si addensa nella risposta del musicista... dice che non può perché
“Non c’è nessuno qui,  sono tutti
Morti” . “Non posso suonare”.
A brevi colpi di pennello è poi tratteggiato il mondo dei morti:
Finestre buie, finestre nere. Porte buie, porte nere.
Non c’è musica. Brusio di fondo.

Colpo di scena. Ci troviamo ancora una volta nella galleria della mostra d’Arte- scena teatrale. C’è una novità: il musicista imbraccia l’archetto!
Ottava opera e scena teatrale, di nuovo gli oggetti-soggetti: Il violino si avvicina al fuoco. Tra poco entrerà il ghiaccio;
nona opera sc. t.:  Bussano a una porta. La maniglia di ottone
                          gira con un flebile stridio;
decima opera-scena sonora: è il signor K!;
undecima opera sc. t.: L’archetto cammina verso il violino...
colpo di scena! dodicesima opera sc. t.: Le mie” dita corrono verso l’archetto.
CONCLUSIONE della battuta di caccia (al tesoro): il corvo-musicista-direttore- d’orchestra-Signor K-(e, forse, anche)-pittore è...l’autore della rivoluzione espressiva!
ALT!!!...NON è ANCORA FINITA!
Tredicesima opera sc.t.: Il fuoco incespica, si impenna, li insegue,
                                        tra poco li raggiungerà.

Quale fuoco? Il fuoco dell’ARTE, della Nuova Ontologia Estetica? Forse...o meglio, a questo punto possiamo dire: SI’;
Quattordicesima Opera sc.t. : “Quale “capriccio, “vostra Grazia”?
                                                “Paganini, l’ultimo, il ventiquattresimo”.
In quest’ultima opera sc.t. chi rivolge la domanda a Vostra Grazia? Quale dei tanti personaggi? Non si sa di sicuro ma, poiché sappiamo che i tanti personaggi sono UNO, cioè l’autore della poesia, non è difficile immaginare la risposta: è sempre Giorgio Linguaglossa! E nessuno mi venga a dire che mi sono inventata qualcosa!

FINE dell’ALLEGORIA-BREVE MANIFESTO della Nuova Ontologia Estetica.

Vorrei ora parlare di alcune parole-chiave o simboli particolarmente significativi nella poesia: la finestra. Abbiamo letto quale importanza abbia la finestra come apertura dello spazio chiuso a quello aperto, che il passaggio dall’aperto all’interno della stanza significa
conquista dell’interiorità; ma può anche significare, in senso opposto, conquista della libertà. Sul piano della prospettiva e misura spaziale la finestra “incornicia” il paesaggio
e lo rende più suggestivo: analogamente la cornice, delimitando il quadro, mette in evidenza la sua separazione dalla realtà e il valore di mondo ideale, alternativo dell’opera.
Anche la presenza dello specchio ha un valore di metafora o di simbolo: si dice “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, oppure (l’innamorato) “mi voglio vedere nello specchio dei tuoi occhi”. Il rapporto tra specchio e mondo alternativo, ma soprattutto tra specchio ed anima è molto diffuso anche a livello popolare. Ho voluto rappresentare la poesia di Linguaglossa come un insieme di quadri ...perché lo stesso autore ha suggerito in una bella immagine dinamica: “Il sole prende vita dal quadro e se ne va”. Questa è una metafora,ma è anche un’espressione realistica: so per esperienza diretta che un’opera di pittura ben riuscita ha il potere di  animare il soggetto dipinto a tal punto che il soggetto acquista una sua vita autonoma: rimane nella memoria e negli occhi di chi lo ha visto...e può avere successo anche a prescindere dall’artista che l’ha creato. La Pietà di Michelangelo giovane commuove tutto il pubblico che la contempla, anche i meno colti che ignorano tutto dello scultore che l’ha fatta nascere dal marmo.
Credo che aver immaginato le sequenze in versi e scandito la poesia “Il corvo è entrato dalla finestra” in tanti quadri d’autore, è stato positivo perché ne ha evidenziato il valore anche separatamente, cioè non considerandoli nell’insieme: cosa che, da una parte completa e arricchisce la visione, ma dall’altra distrae dal particolare che può avere valore determinante.
In quest’opera di Linguaglossa ho trovato in piena e organica connessione gli elementi che connotano la Nuova Ontologia Estetica: perché ogni immagine o figura retorica è in sintonia con l’essere delle cose e dell’autore che dona la sua energia interiore, la sua anima profonda ad ogni momento o aspetto della poesia; la dimensione estetica è nelle immagini e nelle situazioni a tal punto che queste ultime si possono considerare soggetti di altrettante opere d’arte pittorica paragonabili ad opere di grandi autori contemporanei come  Savinio Carrà Magritte Escher o anche di importanti pubblicitari che, oggi, sono i più avanzati per immaginazione e design. Ma la dimensione estetica va oltre:
la finestra da cui entra la luce in Caravaggio, per esempio, è simbolo del “divino” che raggiunge l’umano attraverso la luce. La dimensione estetica deve far riferimento alla Bellezza, nella Nuova Poesia (e Arte) in modo nuovo, cioè in modo che il bello si avvicini più possibile al vero. Secondo alcuni per Platone “il bello è lo splendore del vero”,
anche se altri dicono che l’espressione non è di Platone, io credo che, comunque,  renda bene l’idea della verità che, nella sua perfezione (che trova nel cosmos la sua immagine, più significativa,) è così “vera”, evidente, perfetta da ispirare sensazioni emozioni sentimenti che “danno” luce come le stelle del firmamento, anche se lontanissime o spente. Questa poesia di Linguaglossa rende l’idea del “bello” in armonia con il “vero” e quindi con l’Essere.

Quando i versi di un poeta offrono un’infinità di percorsi o sentieri interpretativi che si dividono e intrecciano moltiplicando i significati della poesia, ci accorgiamo della memoria profonda che alimenta nutre o pietrifica ogni simbolo, metafora, segno, idea, moto dell’anima; ci accorgiamo se un poeta è dentro la sua opera quando essa diventa una parte del suo corpo, come gli occhi o le mani, o dell’anima che abbraccia tutto l’essere: perché questa è la novità che si evince dalle poesie di Linguaglossa: sono fatte con il corpo e l’anima, in tutta la loro estensione spaziotemporale (e altre dimensioni), ma è l’anima che racchiude il corpo, non viceversa come in generale si crede in relazione all’essere umano. Il “corpo” è la parte materiale della poesia, i suoni, i fonemi che, aggregandosi ad altri fonemi danno vita a nuovi significati; e le parole, investite dall’anima del poeta, acquistano una loro vitalità, emanano energia colore e calore, li trasmettono a chi legge innescando quella dialettica di scambio comunicativo e conoscitivo in una spirale, aperta verso tutte le direzioni (come nella forma della conchiglia, tanto cara all’Arte-Architettura barocca spagnola e italiana) da cui nasce la storia letteraria delle parole, il loro destino, talvolta la loro fortuna nei secoli.
La Bellezza: è il risultato di un insieme di scelte, condizioni, stati emozionali, vibrazioni dell’Essere captate dall’essere umano che possiede il delicato carisma di individuarla ed esprimerla: ma ci sarà sempre, tra l’Artista e la Bellezza a cui egli aspira, un limite insuperabile che si sposta continuamente, destinato a non risolversi mai: croce e delizia di poeti e artisti di grande levatura, sempre scontenti delle proprie conquiste.


A volte , come in Giorgio Linguaglossa, il viaggio verso la Bellezza passa attraverso il deserto del nulla e il labirinto del caos, si svolge per itinerari complessi legati alla sua capacità di percepire il dramma dell’umanità contemporanea, lo sfacelo dei rapporti umani, la caduta di tutti i valori, le rovine di una civiltà che in passato splendeva orgogliosa di se stessa e delle proprie creazioni. Perciò, nell’anima del nostro poeta, la presenza del nulla, del vuoto e della morte, anche nella poesia, ha generato un baratro, una specie di morte simbolica capace di trascinare tutto nell’abisso, una sorta di Apocalisse. Questo sprofondamento insieme all’uomo e all’umanità ha reso più complessa ma anche nuovissima e attuale nel poeta la ricerca della Bellezza: egli ha compiuto una sorta di discesa agli inferi, ma poi ha tentato di riemergere dalla profondità del mare e, sulla riva rocciosa ove è approdato, ha raccolto le  pietre per costruire la Nuova Cattedrale. Anche nella poesia che stiamo esaminando si delinea un percorso in frammenti gioiosi e dolorosi che si addensano nelle immagini-simbolo da cui emanano schegge di luce, presentimenti della Nuova Poesia e Nuova Estetica, che si riversano ovunque facendo risplendere anche ciò che è immerso nell’ombra: la finestra da cui entra il “corvo”, il sole che prende vita dal quadro, il mare (che prende vita dal quadro?) e se ne va, il Campari rosso nel calice di cristallo, lo specchio in cui si riflette il calice e appare un’ombra bianca! Bella questa dialettica tra la luce e l’ombra che avviene all’interno dell’ombra. Può essere bianca un’ombra? Certamente, se il poeta ci vuole anticipare una visione surreale degli inferi alternando il bianco al nero nel “gioco a dama” tra le ombre. E continua, mescolando immagini suggestive: lo stormo delle ombre bianche corre verso il mare, si spoglia (!!!), entrano in mare, bevono il sonno dell’oblio  (le bianche il nero, le nere il bianco). Il corvo –direttore d’orchestra invoca la musica: e il musicista rivela che non si può suonare perché ...”Qui sono tutti morti”. Dopo il regno dei morti in nero, la vita riprende a modo suo (della vita secondo Linguaglossa): il musicista imbraccia l’archetto, il violino si avvicina al fuoco, arriva il Signor K., il Campari va verso le labbra del Signor K., L’Archetto cammina verso il violino, le dita di...corrono verso l’archetto....e il fuoco (dell’Arte)  li insegue, presto raggiungerà tutti! Il finale in musica è affidato all’immaginazione che certo è più che mai dentro la vita. Sarà merito dell’anima del Poeta che abbraccia tutto?
Questa poesia potrebbe essere realizzata come Mostra  d’Arte - scenografie  poetiche per uno Spettacolo nella Galleria - unica nella sua originalità – dell’Ombra delle parole, più che mai adatta a portare in giro per il mondo la Novità della NOE, che non è l’ARCA di NOE’, ma potrebbe anche esserlo se pensiamo e crediamo, al di là di ogni logica veteroaristotelica, che sarebbe capace di portarci in salvo dal vuoto, dalla noia e dall’insignificanza. (E in compagnia degli...animali, tanto amati da La Rochefoucauld, di cui in parte condivido il pensiero, da fargli dichiarare: “Più conosco gli uomini...più amo le bestie”).


sabato 24 giugno 2017

POESIA ITALIANA: TESTO UNIFORME ALLA NOE


MARIO M. GABRIELE

La filosofia della religione e il razionalismo ateo hanno sempre destato vivaci scontri a partire dalla filosofia greca, passando per Tommaso d’Aquino con le Cinque Vie, fino a coinvolgere le moderne teorie sollevate dai vari Schrodinger ed Heisemberg.
La modernità dell’Essere dipende da come l’Uomo è visto nel Mondo: se creatura di Dio o del Nichilismo. L’Aufklarung si snocciola contro tutta la concezione fideistica, mentre la religione vivacizza  il giro del divenire che non è mai la condizione  del non Essere. Il disvelamento delle cose attraverso l’uso della ragione ha sottratto alla spiritualità il monopolio delle credenze, che altrove e in altri pulpiti ha una sua esposizione. Nella NOE, ossia nella Nuova Ontologia Estetica, la poesia si sottrae ad ogni illusione ed esercita una attività linguistica ed esistenziale molto diversa. Scrive Peter Atkins:”l’ateismo rappresenta il trionfo dell’Illuminismo su Micromega n. 7/2010 da pag. 3 a p. 15, con traduzione di Laura Franza: “Un ateismo attento al progresso scientifico rispetta  il potere dell’intelletto umano di lottare per conseguire nei modi opportuni la conoscenza. La scienza rispetta l’essere umano. La religione, malgrado le sue affermazioni  in senso contrario, le disprezza. Il compromesso, un accomodamento con la religione è una alleanza improponibile” E qui, in questo discorso di controversa dialettica, si innestano operatori del dissenso, avvocati d’ufficio, che tentano con i loro esiti propositivi, di far riconvertire i sostenitori del Nichilismo alla pura Spiritualità: una forzatura e attacco al libero pensiero, di autentica inciviltà culturale, che viola la libertà di espressione e di scelta etico-morale. (Mario M. Gabriele).

 Testo inedito di Mario M. Gabriele da: In viaggio con Godot.
…………………………
La cena fu come la voleva Lilly:
un tavolino con candele e fiori
e profumo Armani.
Le chiesi come stava Guglielmo.
-Di lui- disse, è rimasto un volume
e un segnalibro a pag. 21-.
Monika, più sobria dopo il lifting,
prese la mano di Beethoven
per un tour Vienna - Berlino.
Declinando il futuro di Essere e Avere
le gote di Miriam si fecero rosse.
Sui muri della U2
splendeva il museo di Auschwitz.
Averna era suggestiva con l’abito blu.
In un angolo giocatori d’azzardo
puntavano  sull'eclissi lunare.
-Allora, posso andare, Signora?-
disse la governante.
-Ho chiuso tutte le porte e le finestre.
Può stare tranquilla-.
Raccogliemmo  il riverbero di luce
nella stanza con profumo di violetta, e ligustro.
Una serata all'aperto, come clochard
e nessuna chiatta o pagaia alla riva
se non la fuga e il ritorno dopo il check-up.
E’ stata lunga l’attesa nell’Hospital day.
Il truccatore di morte
si è creata una Beautiful House
a pochi passi dal quartiere San Giovanni.
A Bilderberg  la povertà si arricchisce di nulla.
Tomasina rivede i conti
con le preghiere del sabato sera.
Un giorno verrà fuori chi ha voluto l’inganno.
Se metti mano all'album vedi solo ologrammi.
Un quadro di Basquiat al Sotheby's di Londra
ha dato luce all'Africa Art.

Bisogna rimetterla in piedi la statua caduta.



venerdì 9 giugno 2017

POESIA ITALIANA - LUCIO MAYOOR TOSI

LUCIO MAYOOR TOSI



Ecco un poeta, Lucio Mayoor Tosi che vi invito a leggere, e a conoscere anche se è già presente su http://mariomgabriele.altervista.org/, e sull'Ombra delle Parole, con testi  di evidente ricercatezza estetica e linguistica. Se ne trovano pochi, di questi autori e in queste stagioni di magro raccolto poetico. Qui desidero  riportare un esempio di poesia aperta  verso più orizzonti  che si fondono in un unicum narrativo a più ripiani segmentati dal frammento, secondo un discorso che lascia trasparire sottostanti momenti di riflessione  all'interno di una chiara esposizione psicoestetica.


Dow Jones

Il sempre presente sa battere a macchina.
La scrivania è piena di vecchi robot.
Giocattoli mai messi in ordine.
– Ci sono difetti strutturali nel linguaggio.
Si potrebbe dire che le parafrasi appartengano
tutte all’io. All’io bravo e all’incapace.
– Non vedo altro che cose intorno a me.
A tu per tu con il vuoto, dovendo affrontare
il comune pensiero di morte. Lunga pausa.
Interviene il biberon di un neonato sul pacchetto
delle sigarette. – Un fragile tentativo d’incanto,
amici miei cari barattoli.
Nei mercati finanziari sale il prezzo del pesce.
– Il vostro linguaggio mi sta mandando in confusione.
Urge modellare una poesia confidando nel tempo.
Tempo e luce. Primi passi di libertà:
L’atmosfera è un composto di tempo
La fine è annunciata, Dow Jones!

*
Senti-mentale

Oltre la siepe una fontanella di voci.
Non intorno, né sopra né sotto. Da qualche parte nella testa.
Verde fantasma di primavera. Vuota una brezza di vento.
Parole rigide come legnetti. Di seguito: volti che si girano
riflessi nel senza luce piccole ustioni. Impronte chiare
di palazzi persi abbandonati come piroscafi navigando
senza orizzonte. Luoghi di molte paure.
Alcune amiche.
Si fingeva di uscire.
Trepidanti.
Ombre di tutti i colori.
Fuori, in cortile sono stato per qualche minuto in compagnia
della bambina di due anni che abita nella casa di fronte.
Abbiamo comunicato a gesti. Ci siamo molto divertiti.
D’improvviso il buio si accende di limoni. Sorride il conducente.
Se ne va piano piano la luce.
Non vedo le carezze.
Mi si strangola dolcemente.

Ti bacio sul becco.

giovedì 1 giugno 2017

POESIA ITALIANA: UGO PISCOPO

UGO PISCOPO


Il surrealismo rimane nel fascino di molti poeti uno dei tanti modi di automatizzare la scrittura del sogno, superando il realismo stesso nel momento in cui appare insignificante il razionalismo dell’arte borghese, a favore di un linguaggio derivante dall’inconscio, tra istintività e automatismo verbale, come quelli espressi da Ugo Piscopo (1934), e consequenziali di un Io, diviso tra mondo patriarcale e mondo contemporaneo, nell’addensarsi di esperienze esistenziali e private, e di realtà socio-ambientali, d’autentica connotazione meridionale, come in Catalepta (1963), con i suoi andirivieni ermetico-neorealistici, a più ripiani poetici e convergenze figurative, o in — e — (1968), “ che non è la vocale di Rimbaud…ma la congiunzione di interrelazione, il continuo inceppo di tante parole….comunque, sempre una descrizione, quasi una storiografia, ma alla maniera dei cronisti medievali che raccoglievano tanta roba”, pag.5: tutta una commistione di inserti plurilinguistici, sigle pubblicitarie, note contabili, minime citazioni, passaggi dialettali e stilemi vari che spianano la strada al volume Jetteratura, Lacaita, Manduria, 1984: un repertorio poetico caratterizzato da collages, brevi inserti da tabloids, forme verbali evolutive e iperesometriche; in un canto a tenuta poematica armonizzato da un poeta del Sud, che sente a modo suo e drammaticamente, l’insoluta problematica dell’essere tra coscienza ed evanescenza, tra mondo rurale e mondo industriale, dove si incastonano spazi figurativi e psicologici di schietta trasmissione reale e memoriale: “Più sicuro sarei dietro il tronco materno di un pioppo /con la polpa buona per la madia bianca per il pane / e con la corteccia spaziosa a culla o piroga / Più felice sarei che all’ombra screpolata di quest’olmo antico / fra questo spreco di ricordi di cieli lagunari thomasmanniani / dove teneri riccioli dell’ora d’opale si versavano in latte / sulla traccia bianca del mattino “ (pag.21).
L’occasione poetica è spesso densa di sollecitazioni culturali di fronte ad una società irretita dai messaggi della civiltà dei consumi. Da qui la co-gestione di progetti verbali che vanno a misurarsi in stili e tematiche diverse: formando un piccolo avamposto di scrittura realizzata secondo le suggestioni di linguaggi multiculturali: tra estratti di prosa dei fratelli Grimm e di G. Anders: un libro certamente non provvisorio per via di quell’accumulazione timbrica che si fonde nella giusta coesione del rapporto poemetto-prosa, dove spesso la parola è oggetto di accentuata polimetria, e di pura manipolazione lessicale (consonantica, allitterativa), in cui la memoria, che è la parte più vitale e meno disgregatrice, si dipana linguisticamente in una vivace successione del “pensiero parlato”, vicina a tratti, al dinamismo presqu’automatique surrealista. (Luigi Fontanella, Poesia a Napoli negli anni Sessanta. Una Campionatura, La poesia a Napoli 1940-1987, pag.170). In effetti, e soprattutto in Jetteratura, più che nel volume Catalepta e in quello dal titolo — e —, si condensano variazioni tematiche che spaziano lungo le strade della nostra civiltà, tra ironia e sarcasmo: un vero e proprio materiale di genetica letteraria, attraverso un discorso che rivisita luoghi e culture diverse messi sotto esame e criticamente relazionati.
Di diverso approdo semantico è il volume Quaderno a Ulpia (la ragazza in mantello di cane), Alfredo Guida Editore 2002, che sembra distendersi su piani formali meno complessi che si uniscono in un unico discorso memoriale per la morte di Ulpia, docile cagnetta che rappresenta per il poeta il tacito legame di complicità tra uomo e bestia nella “pena di vivere” (Gennaro Savarese, Prefazione al volume Ulpia).
“Mistero” e “grazia figurata” sono invece i termini di una crittografia vegetale riportati nel recente volume Haiku del loglio (Guida, 2003), nel quale il Piscopo riesce a creare un sorprendente erbario da cui ricava correlazioni verbali d’illuminante rifrazione.
La campionatura poetica che presentiamo, è apparsa su Secondo Tempo — Libro Tredicesimo - Marcus Edizioni, Napoli 2001, ritenendo i testi un ulteriore passo in avanti della variegata transizione linguistica di Piscopo, il quale recupera alcuni incipit a cadenza tradizionale come”Torna a fiorir la rosa o la favola della parola” o “Volge al fin la sera del dì di festa” incastonati in una struttura lirica, accanto ad altri esiti con i paesaggi, desolati e maledetti e i tratti verbali metaforici “Cane è questo vecchio Sud “Cane nero dentro il vento che scroscia la furia / al crocevia che porta a Crotone”, tutti grafitati come supplemento di lettura e di proiezione dell’esistente.
All’attività di poeta e di narratore, il Piscopo ha fatto seguire interessanti contributi di critica letteraria e d’arte con i volumi Alberto Savinio (1973),Vittorio Pica. La protoavanguardia in Italia (1982), Futuristi a Napoli. Una mappa da riconoscere (1983), Diego Valeri (1985), Massimo Bontempelli. Per una letteratura dalle pareti lisce, (2001).

Fughe e silenzi germina la parola

Torna a fiorir la rosa o la favola della parola
mattutino risveglio della sera strazia in rossi barbagli
roride ombre disegna d’acque e di trinati capelvenere
controluce sulla bianca redola educata tra le aiuole

Ma noi noi tu e io in avaria alla gialla deriva
ci sconnette e arretra e assenta fuori campo oltre la scena
ombre vane che siamo d’un incarnato d’echi
non si sa dove soli soli eravamo e senza

Smarrita la donna in sé s’acciambella e fugge
strappato alla grazia il garbo di luna degli occhi
tanto può bellor di rosa il tuffo d’un bouquet
che irrompe a la chiusa imposta con un ramicel di fiori

In villa al crocevia dove arsi silenzi controvento
si dissolvono come in specchi labili postille
e illuse orme simulano indizi tracce intrighi
un frullo d’ali di cristallo marezza luci decembrine. (1990)

Compagnonnage

Volge al fin la sera del dì di festa
più lunghe l’ombre più sfuggente il canto
ho preso campo anch’io in Piazza Grande
solitario compagno di tenda
d’argonauta intento allo specchio del sogno
se mai la curva lossodromica cambiasse segno

Per conto suo d’un altro montagne di parole
scavai che fiorissero atolli nei mari del Sud
doveva svegliare il cane che dorme nel cerchio del Silenzio
cacciare gazzelle di suoni manguste dell’ombra che danza
aveva scelto ai dadi d’essere uno
ora è solo uno che essere poteva

L’ho visto essiccarsi in vitro fluorilucente
farsi geometria di rughe nel vento del tempo
per lui bracciante invano fui e giornaliero
voce che invoca cava dagli abissi
eco che tonfa in miniere abbandonate
e mette in fuga sciami d’anime morte
con le pupille roche e sabbiose dei diseredati (1991)

Stazione di Dugenta

Sei scattata stoppino scazonte
a un supposto richiamo
alto sulle pozze di pioggia
della stazione di Dugenta
che suona di carta d’argento
a offrire a chi
lo scopino d’una zampetta rattratta

Partito il treno t’ho lasciata
musino puntato a indagare
se un filo passi nonostante tutto
invisibile di seta che sale (1998)