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venerdì 2 dicembre 2016

POETI MOLISANI

Poeti molisani tra rinnovamento, trasgressione e tradizione di Mario M. Gabriele
PRIMA PARTE
PREMESSA

Non sono poche le antologie che nel corso del Novecento hanno documentato le ipotesi di poetica e le teorie critiche di Gruppi e correnti letterarie, sottraendosi, il più delle volte, ad impegni storiografici di più ampio respiro. Il fatto è che oggi si tende a porre l’attenzione al carattere specifico di un certo periodo, cioè alla poesia come situazione d’insieme, come genere e stile culturale, (Parola plurale p.10, Sossella Editore, 2005), grazie anche al supporto di una critica che si subordina alle esigenze del mercato e dei mass-media. (Romano Luperini, Breviario di Critica). Se a tutto questo, aggiungiamo le scelte soggettive dei compilatori, più propensi ad addentrarsi negli eventi poetici del postmoderno, reiterando linguaggi già conosciuti, allora, le operazioni riguardanti le cosiddette periodizzazioni, finiscono col coinvolgere anche il capitolo delle omissioni e delle esclusioni dei poeti di altre regioni, che hanno un proprio underground linguistico, per il quale tanto più grande è l’interesse, quanto maggiore è la coscienza che la storia, nei confronti di tanta produzione valida (anche se nell’area dell’epigonismo) ma ignorata, non farà mai giustizia se non in casi sporadici.(da: I poeti della Quinta Generazione nelle Regioni d’Italia, Forum, Forlì).
Nel ridisegnare la "mappa" della poesia molisana, dopo le prime antologie regionali, apparse come documenti esploratiivi, a metà strada tra il Rinnovamento e la Tradizione, ci pare giusto ampliare alcuni "confini" non perlustrati precedentemente, perchè "pur aspirando ad esserlo nessun antologista è onniscente. La sua parzialità, che lo voglia o no, è quindi inevitabile. E' essa, in fondo, a costituire l'unica patente di nobiltà di quella presuntuosa operazione che è l'allestimento di una antologia".(Mario Lunetta in Poesia italiana d'oggi, Paperbacks, Newton Compton Editori, Roma, 1981), vale a dire il censimento linguistico su diverse aree di ricerca, al fine di proporre nuovi aggiornamenti poetici, che andrebbero sicuramente smarriti se non si procedesse ad una costante catalogazione dei vari momenti letterari, così eterogenei e complessi tra di loro, che hanno costituito, a partire dagli anni Sessanta, quella enorme torre di Babele all'interno della quale non sono mancati indirizzi operativi, per l'affermazione di un sistema linguistico alternativo alla Tradizione.
In questo ambito nasce e si sviluppa nel Molise "una generazione di intellettuali che, presa coscienza della propria marginalità non sente più questa condizione come subalterna all'egemonia letteraria nazionale.
La loro ricerca pur arricchendosi naturalmente della Stimmung popolare non si dispiega più in chiave mitica e terragna, ma spesso in posizione dialettica, attiva e contestativa del colonialismo letterario cui per tanti anni sbrigativamente (e cinicamente) i detentori del monopolio culturale volevano ridurla" (Luigi Fontanella su "Poeti molisani d'oggi: appunti per una campionatura" su Misure Critiche, nn.68-69, anno 1988).
Si tratta in specifico di un collettivo linguistico che attraverso tematiche sociali, metafisiche, cosmiche, ed esistenziali, tenta di decifrare i segni di culture diverse fino a connettersi nei meandri verbali della Neoavanguardia, con le sue forme scissioniste e iperattive. In questa complessa operazione in progress del significante, la critica ha operato per "appunti" e per "campionature", appena sfiorando i molteplici e significativi segnali di trasformazione semiologica che, attraverso testimonianze esemplari, venutesi ad accumulare nel corso degli anni, hanno determinato una linea di "resistenza" verso i metodi linguistici dominanti nel territorio, con un'operazione anche "rivoluzionaria" se si vuole considerarla tale, ma sicuramente operativa sul piano dei contenuti e delle proposte verbali, che sono l'unica eccezione di autentica progettualità anche in assenza di un preciso statuto d'identità, difficile a reallizzarsi dopo lo spostamento in avanti della ricerca verbale.
Più in generale si dovrebbe ampliare il discorso intorno alla nuova poesia e ad una eventuale - linea regionale -, verificando la "Meridionalità" anche in quei poeti che hanno espresso una diversa realtà socio-culturale
o che hanno approfondito nuove tematiche attraverso il recupero del "paesaggio molisano" visto come luogo di sollecitazioni psicoespressive all'interno di un contesto linguistico, che ha trovato i suoi agganci con le altre aree nazionali e internazionali, dopo la fine del mito e dei valori della "civiltà contadina", validamente espressi dai poeti dell'area rondista, neocrepuscolare ed ermetica.
Di fronte ad un contenitore linguistico poetico, fortemente operativo e ai - precari equilibri- di cui parlava Luciano Anceschi, per la sistemazione storica di una esperienza letteraria, anche la poesia molisana, non poteva che rimanere ai margini della cosiddetta -sospensione di giudizio- che ha interessato sia la produzione letteraria del -centro- che della- periferia-..
Da qui la necessità di cogliere alcuni aspetti della poesia molisana rimasta per lungo tempo a luci spente -, in una —riserva letteraria,- che sopravvive soltanto di autopubblicazione,senza possibilità alcuna di collegarsi con il mondo editoriale nazionale, fossilizzandosi nella emarginazione e nelle omissioni repertoriali, sebbene un'indagine in tal senso, sia stata da noi, già pubblicata con La parola negata (rapporto sulla poesia a Napoli) dove"ci s'interroga e si cerca di dare una risposta ai motivi socio-culturali dell'esclusione dei poeti campani, e dei napoletani, in particolare, dai regesti nazionali della poesia coinvolgendo in questa operazione i poet di tutto il Sud".come rileva G.B.Nazzaro nella sua antologia: Poeti in Campania -1944-2000- Marcus Edizioni 2006, pag.178.


RETROSPETTIVA CULTURALE

(1) Le componenti di emarginazione e di isolamento, coagulate intorno alla miseria delle aree interne, al di fuori di una cultura imprenditoriale, che sarebbe venuta con ritardo nel Molise, negli anni Settanta, con l’insediamento del Gruppo Arena a Bojano, della Holding IT a Pettoranello, della Fiat a Termoli, oltre ad un fitto nugolo di piccole e medie imprese sorte a Venafro e a Pozzilli, hanno contribuito a determinare nella regione, una poesia depositaria di valori inattaccabili, tanto che l’elegia e l’arcadia finiscono con l’essere i motivi fortemente egemoni di uno “specifico Parnaso rimasto a lungo più in ombra a causa dello stretto legame che subordinava non solo la gestione amministrativa ma anche la vita culturale di quest’area regionale con popolazioni di frequente accomunate dalle sofferenze di secoli di oppressione, di sottosviluppo, di sfruttamento, sì che in comune risulta l’anelito all'affrancamento di tante piaghe sociali che si traspone nella coscienza e nella voce dei poeti in un comune afflato religioso”. (Alberto Frattini Poesia e Regioni in Italia, Istituto di Propaganda Libraria, pag. 120, 1944-1983)
Su codesti dati nasce nel Molise un meridionalismo poetico d'impronta conservatrice, che rimarrà a lungo testimonianza della letteratura della civiltà contadina, con opere fortemente rappresentative di una realtà fatta di precarie illusioni, con i temi dell' emarginazione e della povertà, tra pregiudizio e passivo fatalismo, sacro e profano: tutti motivi che hanno fatto da sfondo ad ogni poetica e romanzo storico, per coglierne le diverse realtà esistenziali, e individuare le ragioni dello squilibrio economico tra il Nord e il Sud d’Italia, e della ben nota — questione meridionale -.
Per questi motivi non esitiamo a definire tradizionali gli scrittori e i poeti molisani, che nell'ambito delle correnti letterarie del Primo e della metà del Secondo Novecento hanno denunciato il loro isolamento, traducendolo in un’avvilente condanna sociale, senza determinare reazioni ideologiche e culturali di sradicamento dal loro status esistenziale.


ARTURO GIOVANNITTI

(2) Indiscusso interprete della realtà del mondo contadino e delle esigenze di una classe operaia emarginata dal potere centrale, è Arturo Giovannitti, (Ripabottoni) (1884), che “nasce poeta nei paraggi della —lirica sociale- di fine Ottocento: Carducci e Rapisardi, Guerrini e Costanzo”. Ma l’esperienza in America (dove il suo genio fu prontamente riconosciuto, tanto che Louis Untermeyer lo incluse nel 1919 in The New Era in American Poetry), e soprattutto il passaggio alla lingua inglese diedero al suo stile una strepitosa accelerazione in senso sperimentale, e sia pure entro i confini di un linguaggio che, data anche la materia specialmente proletaria, prediligeva i toni enfatici”. Giovannitti fu un personaggio mitico, centrale nella grande esperienza del sindacalismo internazionalista e rivoluzionario degli Iww, gli Industrial Workes of the World, i cosiddetti wobblies, che fino al terrore rosso, diffuso dopo la Rivoluzione d’Ottobre guidarono negli Stati Uniti i grandi scioperi degli anni Dieci. (Francesco Durante da Corriere del Mezzogiorno, pag. 12, del 26 giugno 2005), Per questa sua attività di sindacalista, Giovannitti patì il carcere, lasciandoci un testo, che qui riportiamo, e nel quale rivive questa sua esperienza. Della sua attività di poeta rimangono due sillogi: Parole e sangue, Cosmo Iannone Editore, Isernia, 386 pagine, 16 euro, e Quando canta il gallo, Il Grappolo, Mercato San Severino, 258 pagine, 15 euro. Ma Giovannitti è anche poeta di sinceri affetti familiari. Questi esiti li troviamo nella lirica: "Il boccale" del volume "Quando canta il gallo".

Amor mio dolce, oggi è San Martino,
le noci sono cotte e i fichi secchi.
Già stride il primo ceppo là sui vecchi
alari ed ogni mosto si fa vino.

Vieni! L'inverno già scende i sentieri
del monte; io alla pipa mia di canna
torno e a rilegger sulla vecchia scranna
vecchie storie di vecchi novellieri.

Vieni dunque, le castagne sono cotte:
andiamo giù a spillare il vin novello-
tu tieni alto il boccale, io col succhiello
cercherò il cuore dell'antica botte.

Con "Nenia sannita", dal ritmo cullante e ipnotico, Giovannitti firma il suo primo manifesto rivoluzionario, elevandolo a simbolo della problematica meridionale e a disegno libertario più ampio delle sue battaglie civili e politiche:

Sei nato di marzo come il rondone,
come la rosa canina e l'agrigna
mora dei rovi e delle fratte.
Chi se l'ha letta la stella maligna,
chi te l'ha detta la mala fortuna?
Il mago zoppo t'ha rotta la cuna,
la fata gobba t'ha tolto il latte,
e il prete ubriaco che t'ha battezzato
t'ha messo sul capo la mano manca.
Il mio braccio s'è addormentato
ma tu non hai sonno ed io sono stanca;
tu hai freddo ma il fiato mi si è gelato,
tu hai fame ma secca ho la mammella.
Ninna nanna, animuccia mia bella,
Dormi per mamma che ha tanto vegliato.

........................

Core di mamma, il tuo giorno è venuto,
non mi mancare ma sentimi e bada:
l'ostia sacra è pasta di grano,
il Re è di carne come il villano,
la ronca è di ferro come la spada,
questo ti dico e questo ti canto.
E se mi campi di lacrime e pane,
crescimi forte, non crescermi santo,
zanne di lupo e cuore di cane,
non mi morire di morte infame,
non mi morire servo o soldato
come tuo nonno, tuo padre e me.
Ma per il padre che t'hanno scannato,
per questo ventre che t'ha portato,
per queste mammelle che t'hanno allattato,
muori in galera, muori dannato
scosta via l'ostia e roncola il re.
Ninna nanna, cuor mio desolato,
ricordati mamma che muore per te.

"Giovannitti fu il bardo della libertà della rivolta: fu un uomo ammirevole per i sinceri e forti sentimenti: dotato di un grande cuore, divorato da un desiderio di bellezza e di beneficenza: ma a lui la Natura non concesse mai di poter raggiungere nel regno delle parole quei ritmi che come una sonda toccano il profondo della vita umana..... Egli fu e rimane un esemplare pittoresco dello stadio che le masse lavoratrici dell'industria americana....attraversarono cinquanta annifa". (Giuseppe Prezzolini, da Il Tempo, 1964).

Il volume del Grappolo, prefato da Francesco D'Episcopo, riproduce la silloge messa insieme nel 1957 dagli amici de La Parola del Popolo di Chicago. Il volume di Iannone, curato da uno specialista della materia come Martino Marazzi è corredato dalle testimonianze- in presa diretta- del poeta Joseph Tusiani. Altri interventi su Giovannitti sono riconducibili allo stesso Francesco Durante nel suo capitolo Italoamericana, pubblicato da Mondadori.

COLUI CHE CAMMINA

Al di sopra del mio capo, odo il rumore dei passi,
tutta la notte.
Avanti e indietro; vanno e vengono….
Ancora….ancora….ancora….
Tutta la notte; tutte le notti…..
Un’eternità nei quattro passi che vanno; un’eternità
nei quattro passi che tornano e nei brevi,
sempre
uguali intervalli, pesa il Silenzio, la Notte, l’Infinito.
Ché infiniti sono i nove passi di una cella di prigione,
e senza fine è la marcia di colui che cammina,
tra i muri di mattoni gialli ed il rosso cancello di ferro
ingenerando pensieri che non si possono ammanettare
che non si possono segregare, perché errano lontano,
nella luce solare del mondo, ed ognuno di essi va
peregrino verso la meta del suo destino.
T’imploro, fratello mio, perché sono assai stanco
di udire e contare i tuoi passi, e non mi reggo
più dal sonno.
Fermati, riposa, dormi fratello mio, ché l’alba è
assai vicina e non è soltanto la chiave che può
riaprirci il cancello.

LAURA VITONE

(3) Voce estranea dal contesto generale della poesia rurale, è certamente quella di Laura Vitone, autrice di due plaquettes di poesie: La notte della luna, Pellegrini. Cosenza, 1973 e Lettera immaginaria, Forum, Quinta Generazione, Forlì, 1982, con le quali l’autrice si inserisce in un circuito poetico, domestico e antiborghese, nel quale trova ampio spazio una visione appartata della vita con la casa eletta al centro di un mondo minore, luogo di poesia e di estraniazione, inventario di oggetti fissati nel tempo come certe immagini da dagherrotipo.
Il Molise è visto come un paesaggio al plenilunio, tra meriggi e solitudini e duri inverni, mentre le stagioni passano e si fa appena in tempo a scrivere agli amici qualche lettera immaginaria dalla vecchia casa di provincia, con le suppellettili consunte e il vecchio guardaroba: tutto un repertorio di piccola oggettistica che affiora dal quotidiano, tra gestualità ripetute e piacevole contemplazione, dove trovano posto: la stufa e la tavola sparecchiata, lo specchio appannato e il quadro alle pareti, le stoviglie e l’orologio, le piantine sui davanzali e i cari libri, fino alla estrema dichiarazione” mi piacciono le cose in disuso,/ i vestiti fuori moda;/ le tazze un poco sbrecciate,” con l’improvviso recupero delle immagini esterne:” Dalla finestra guardo le stagioni,/ i viandanti, l’orologio del campanile./ Tra le braccia serro una canzone;/ un verso, mentre v’è sempre/ un cesto pieno di cose da rammendare;/ le pentole e la polvere” il tutto in una atmosfera crepuscolare e guidogozzanniana della vita, appena rischiarata da mezze luci, negata alla gioia e ai momenti sereni.
C’è nella poesia della Vitone un compiaciuto amore verso le cose passate e ingiallite, una visione grigia della realtà che ci ricorda da vicino Moretti e Corazzini.
A giustificare questa situazione psicologica è la stessa Vitone quando afferma:”Spesso penso che sono nata nel secolo sbagliato, perché amo tutto ciò che ha a che fare con l’Ottocento: i libri, la cultura senza stravaganze, tersa e profonda, le vecchie case, i mobili, efficienti e senza stile, le cucine fumose…gli ameni pettegolezzi delle nonne sulla soglia delle case, il tranquillo godimento delle cose semplici”
Allora si potranno meglio comprendere certi percorsi poetici, portati avanti in forma diaristica alla Emily Dickinson e le ragioni stesse di questa poesia che cerca il passato più che il presente.

LE CARE VOCI E I PASSI PERDUTI

Le parole che furono dette
e i pensieri che noi solo sappiamo,
quello che ricevemmo più di quanto demmo,
i desideri appena evocati
e i sogni mai raggiunti,
ciò che incominciammo e mai terminammo,
la trepidazione delle vigilie,
l’antica gioia e l’antica noia,
la pioggia sui viali,
l’aurora che tinge il mondo
e la notte che dilegua
dalla porta grigia,
le piantine sui davanzali,
il pane il vino la tavola e la dolce dimora,
il cielo ridente, il cielo fosco,
le care voci e i passi perduti
e tutte le cose ora senza importanza
se appena le ricordiamo
vagano per le contrade deserte
come vecchi fantasmi.

FRAMMENTI

Comprare stoviglie al mercato,
rinnovare il guardaroba,
annotare le spese
mentre l’orologio sgrana le ore
e il giorno se ne va.
Ma non amo ricostruire:
mi piacciono le cose in disuso,
i vestiti fuori moda,
le tazze un poco sbrecciate.

UN GIORNO CHE NON SO

Un giorno che non so
la luce resterà dove trascorse,
vedrò sui prati
la brezza muovere l’erba
come piccoli piedi
in una corsa irriflessiva,
gli alberi avranno tutti gli uccelli
della mia infanzia,
ma non un grido o un rimpianto,
la vita è già nell’altro versante.

Un giorno che non so
annuncerà la nebbia che non vedo.
Voci che non sento
racconteranno una storia
e nella stanza ove non sono
qualcuno accenderà le candele
per il mio piccolo sonno

RADICI E HUMUS DEL PAESAGGIO MOLISANO

(4) Più vicini ai temi della civiltà contadina, e del rapporto dicotomico tra città-campagna, sono i poeti Giuseppe Jovine, 1922 (Castelmauro), Vincenzo Rossi 1924, (Cerro al Volturno), e Nicola Iacobacci,1935 (Toro), i quali tentano di ricostituire nuove radici ed humus, eleggendo il paesaggio molisano al centro delle loro emozioni, che si immettono sul territorio delle occasioni poetiche, tra presente e passato, con una tensione fortemente istintiva e orfica, della vita e della realtà.
Alla luce delle correnti letterarie succedutesi nel tempo, appare evidente che la linea poetica, da universo immobile, adottata da Jovine, Rossi e Iacobacci, finisce col rimanere lontana da qualsiasi innovazione linguistica o di parapoesia sperimentale, per la loro scelta nel restare fedeli alla cultura da piccolo borgo, mentre l’evoluzione della Forma in Italia, nel momento in cui questi poeti operavano, subiva notevoli cambiamenti con l’Avanguardia e i gruppi letterari scissionisti.
Il risultato è un omogeneo quadro di ricognizione sul territorio, produttore di occasioni poetiche, che spaziano nei meandri del ricordo, dove si ricompone il passato, trasfigurato in una grazia descrittiva e parnassiana, dentro la quale sfumano soffusi melodismi, e libere evocazioni del territorio e del paesaggio.
Tutta la vicenda umana e letteraria degli scrittori meridionali va collocata in un quadro di confronto ambientale e di legame personale con un mondo di miserie, di oppressione, di superstizione e di immobilità per poter comprendere l’essenza della loro intelligenza e gli esiti della loro fantasia: Alvaro e Jovine, Silone e Sciascia, ma anche Verga e Pirandello non si sottraggono, come tutti gli intellettuali meridionali, a una lunga vigilia di delusioni e di dubbi prima di pervenire ad un modello di certezza ideologica e di acquisizione culturale. (Pompeo Giannantonio, Rocco Scotellaro, Mursia, 1986, pag.65).

GIUSEPPE JOVINE

(5) Attraverso una corrosiva espansione ideologico-poematica legata alle vicende esistenziali e sociali del mondo rurale e urbano, dove si colloca il sentimento d’amore per la propria terra e per la donna amata, si realizza l’esperienza poetica di Giuseppe Jovine che, col volume Tra il Biferno e la Moscova, Cartia Editore, 1973, perviene ad una visione di vita meridionale nella quale gli affetti familiari e i luoghi dell’infanzia si riaffacciano prepotentemente, con tutta una vasta terminologia mitica, che si rifà alla memoria e all’amore del proprio paese. Poeta dalle multiformi aggregazioni psicologiche e culturali, coglie con amarezza ma anche con delicato pudore, tutta la realtà del vissuto quotidiano, dove spesso entrano a corte la nostalgia della civiltà contadina e la forza dell’impegno civile, che ritroviamo anche nei suoi racconti.
Jovine ha svolto anche attività politica, pubblicando saggi e racconti e un prezioso volume in dialetto molisano: Lu Pavone, Edizioni Enne, 1983, con una nota di Tullio De Mauro; un’opera che si allinea alla tradizione poetica meridionale che fa capo a Rocco Scotellaro e Albino Pierro, ed ha stretti legami con la tragica realtà storica e sociale del Sud. (Walter Mauro)

DACCI OGGI LA NOSTRA MUSICA QUOTIDIANA

Oggi mi basta
il tonfo dello zoccolo del mulo
nel cortile muschioso del Palazzo,
lo scrostare delle scarpe del bifolco
che calmo appende al chiodo la bisaccia
nella grande cucina del massaro,
il guizzo del gorgozzule sonante
se ingozza l’aspro vino del padrone,
il bicchiere sorretto come un fiore.
Che dolcissimo andare alla deriva
in questo mare labile di suoni.

LUNGO IL LITORALE ADRIATICO

A le stagioni d’oro
si correva lungo il litorale
a piedi nudi sulla sabbia calda-
In altra guisa la mia corsa dura
e il mare mi sta accanto come allora.
Resistono ancora
i canneti e i trabucchi sbilenchi,
i cànapi invischiati d’alghe e i rovi.
Non chiederti dove porta questa riva.
I passi dei nostri compagni
si sono fermati in cima alla collina
ed è un frullare d’ali verso il mare
il fiorire di tombe bianco-allegro
tra i cipressi che guardano alla fonda
i battelli sul punto di salpare
e il mare ci sta accanto come allora


VINCENZO ROSSI

(6) Diversa è invece l’esperienza di Vincenzo Rossi, narratore e poeta, che fin dalle prime prove a quelle più recenti, fa emergere un conflitto ideologico tra mondo periferico e mondo centrale, con una forte e personalissima visione dicotomica tra tempo evolutivo e tempo statico, quest’ultimo il più adatto a preservare nel ricordo le immagini di uomini e cose, l’incontaminato habitat della natura col suo verde botanico e i suoi animali, con la descrizione di vicoli e orti, di sentieri e tratturi, nell’armonia musicale di fiumi e stagioni, in un “poema sinfonico che si eleva nel dominio dell’Alto Appennino e che fa contemplare la misteriosa bellezza del creato, in sintonia con la natura”, come celebrazione di un mondo proiettato contro lo spirito di questo nostro tempo, che tracima tutto ciò che non rientra negli acquisiti comportamenti contemporanei. Ancora una volta il meridionalismo viene esercitato nelle sue forme iconografiche e celebrative, espletate tra arcadia e neodecadentismo, in una vasta e ampia geografia spirituale, che si proietta all’esterno, come messaggio morale e testimonianza di un Sud che non chiede più nulla.

VERDI COLLINE

Oggi vi abbandono, folle urlanti,
ferme o in corsa per le piazze:
torno al canto del trattore,
all’odore antico della terra,
alla scintilla del piccone sulle pietre.
Odio le ciminiere delle officine
dove batte un falso cuore per il mondo
e non amo le vostre tristi aiuole
scosse dal passo di chi ozia,
di chi langue e muore di sospiri.
Oh io non amo chi molle si consuma
incrociando le braccia sui sedili.
Verso verdi colline porto il cuore
in cerca di compagni dentro il grano
e compagne tra le vigne in fiore.
Quando il mezzogiorno splenderà
come un dio in mezzo al cielo
intrecceremo l’erba nei capelli,
nelle mani rametti di mortella,
pianta sacra, Venere, al tuo amore.

DOVE LA CAPRA

Dove la capra s’alza ad acciuffare
le cime dei cespugli e il bue
spande il suo gagliardo richiamo,
dove canta una falce in mezzo al grano
e nudo e selvaggio il contadino scava,
la vita della madre antica,
dove un’ansia cupa sveglia
tante madri a sospirare figli
(è un esercito che vive in sorde terre
dentro urli e caverne di carbone)
come quest’umile canto d’amore
e all’ombra che cade sul petto
e s’intreccia con fiori e dita che amo
invoca un’ora di pace
nella profonda luce del meriggio.

NICOLA IACOBACCI

(7) Una dimensione poetica soggetta ai transiti del cuore e della mente, caratterizza la poesia di Nicola Iacobacci, fatta di atmosfere limpide e rarefatte, che sono il risultato di un’attenta lettura del mondo verso il quale operano gli scatti della memoria e del quotidiano. Il verso tende ad affrescare ciò che si è smarrito cogliendo, con singolare drammaticità, la fine delle cose. Ed è poesia che si trasfigura nei volti e nei personaggi perduti nel tempo, rintracciabili nei volumi, Sotto il barbacane La pietra turchina, Il passo dello scorpione, Il diavolo senza corna, Di/spero, e Il lucchetto cifrato, che raccolgono il meglio delle perlustrazioni psicosoggettive dell’autore, il quale recupera usi e costumi, miti e tradizioni della propria terra, con un’azione poetante che apre ampi scenari di vita urbana e rurale. .Il rapporto memoria-terra, e madre-amore, nella dispersione del passato e nel trauma del presente, determina una focalizzazione del linguaggio sul vissuto, riportato a volte, anche con tratti narrativi.
Un’altra possibile identificazione di questa poesia è il sotterraneo vocalizzo dell’anima che si fa grido esistenziale nel momento in cui appaiono le percezioni dell’effimero.
Più in generale, si può parlare di poesia unitaria per l’adesione ai codici linguistici consolidati e di impianto letterario propulsore di occasioni multiple, aperte a tutto campo.

Da qui il senso di una poesia, che non può essere circoscritta alla esaltazione della fantasia e del sogno, o alla ricerca dell’originalità a ogni costo, ma alla riscoperta dei valori dell’uomo, intendendo per valori non solamente quelli definiti tali dalla morale della società nella quale si opera, ma quei valori universali che sono immutabili nel tempo, (Quinta generazione, anno 1981, gennaio-febbraio nn.79-80, da una dichiarazione di poetica dell’ autore).

SERE

Non scorderò
le ginocchia rosse di fanciulle
sulle pietre lisce del fiume
e le culle sotto i salici
avvolte nella rete a maglie fitte
perché la biscia, attirata dall’odore del latte,
non sfiorasse la bocca dei bimbi.
La donnola seguiva il fischio del pastore
tra i cardi gialli dei tratturi
invischiati di lana.
Sere negli occhi mesti delle mule
martoriate dalle mosche cavalline
sulla ripa del paese odoroso
di conserve seccate negli orti.

IL SONNO E’ LA MORTE DEI VECCHI

L’ala del passero preso alla tagliola
è immobile sul muro del bastione.

Odore di sorbe sui tetti
e di cotogne che il vento gonfia
sul dorso della costa
quando i tordi, a coppie,
scompaiono tra i rovi.
L’ombra sonnolenta si sdraia sotto il tiglio
e nelle viuzze dormono i ragni
accanto alla preda impigliata nella rete.
Il sonno è la morte dei vecchi
su scanni di pietra addossati ai muri scalcinati
delle case rosse di gerani.

SOLE OTTOBRINO

Sotto il sole ottobrino
che scava nelle vigne
sentieri carichi d’amori
il tuo corpo è la calamita
che trafigge la volontà d’essere
nel sistema esatto dei mondi.

Il filo delle perle
sulla camicetta di seta
è uno svolazzare di farfalle
sulle corolle che s’aprono
al morbido tocco delle dita.

Vivrà questo amore
ai margini sfioriti dell’autunno
ubriaco di mosto e di canzoni antiche.

ODORE D’ERBA

L’allodola ritorna verso il sole
con l’ali di rugiada;

ci si sveglia
coll’antico dolore
che l’uomo porta nella carne.

Eppure quando il sole
invade i vicoli
e le vecchie tornano a sorridere
come se la vita fosse appena cominciata,
si scioglie il nodo alla gola
e si sente nel petto
un’aria d’erba e di ginestre.

TERRA MIA DOLCE

Il sole ha schiuso lungo i ruscelli
nidi di gazze che si levano in volo
nell’aria che fumiga e spande
odore d’erbe.

Sulle colline
dove l’azzurro trafigge
il cuore dei vecchi,
l’aratro affonda nei solchi
con pena di millenni.

Terra mia dolce!
terra ch’io sento nel sapore del pane,
nel verde degli ulivi,
nel fermento delle vespe
sui tini traboccanti d’uve!

Terra del mio Molise,
d’amori e di leggende,
di fragole nei boschi e d’abetaie
dove il cinghiale annusa tra le giunchiglie
profumi di salvia.

LE PROPOSTE SOSTITUTIVE DELLA LINGUA

(8) Nel clima culturale degli anni Settanta si sviluppa nel Molise una poesia che non si identifica con i consueti temi della povertà del Sud e dell’ambiente rurale, anche se ne esalta ampiamente il dissidio città-campagna e il binomio terra-madre.
La problematica meridionale viene recepita diversamente e impegna il poeta e l’intellettuale su piani ideologici rivolti ai temi della Resistenza e dei mali sociali del paese attraverso le immagini-racconto, che accentuano il senso di solitudine e la ricerca di nuovi spazi oltre l’angusto limite della vita di provincia, nel diretto contrasto dei rapporti umani fra i vecchi e i giovani, fra ciò che è utopia e ciò che è realtà. La pagina letteraria fornisce le ragioni e i motivi di un' incomunicabilità di tipo esistenziale, perché diverso è l’occhio poetico che spazia su un mondo nel quale trovano collocazione la fatica dell’uomo nelle fabbriche, il ricordo della guerra e le prime lotte operaie, con una concretezza poetica che mette in primo piano le differenze sociali, i conflitti generazionali fra genitori e figli, Siamo, ovviamente, nel campo dello sperimentalismo realistico con tutte le implicazioni ideologico strutturali dei testi, che vanno a riflettersi nelle opere di alcuni autori molisani che, fuori dal clima del postermetismo, formalizzano una poetica colloquiale e discorsiva, non molto dissimile da quella che si venne a realizzare con Pavese e il gruppo degli scrittori dell’area piemontese, impegnati in un rinnovamento tematico e spirituale, tra lirismo autobiografico e descrizione dell’ambiente medioborghese.

FILIPPO POLEGGI

(9) Sulla spinta rinnovatrice delle nuove tendenze letterarie si muovono alcuni poeti molisani, che si distaccano dal predominio linguistico nella regione, rinnovando temi e la stessa coscienza operativa di fare e scrivere versi, in un ambiente culturale poco incline ai mutamenti e alle soluzioni sostitutive della lingua e dei suoi contenuti. Il rinnovamento linguistico avviene nel 1971, sette anni dopo la nascita del Gruppo 63, con l’adozione di un primo linguaggio di derivazione pavesiana sintetizzato nella plaquette 11 naif poesie/racconto-Poesie per il Molise, Arti Grafiche La Regione, di Filippo Poleggi, il quale realizza un travaso linguistico dal centro alla periferia, distaccandosi da tutto il filone ermetico-crepuscolare, che aveva caratterizzato la poesia molisana degli anni Cinquanta, agendo non tanto sulla struttura linguistica, come antisistema, ma sulle soluzioni contenutistiche rivolte al diario esistenziale e ai fatti della cronaca privata e sociale, in una circoscritta e dettagliata analisi del quotidiano, senza eccedere nel prosaicismo, perché le storie sono ridotte in rapidissimi flash back, nel tentativo di dare alla sintesi poetica il massimo della rappresentazione e dell’oggettività. Poleggi si serve della parola e del racconto per stabilire un’intesa realistica tra sé e gli altri, per collocarla negli altri e introdurre quella coscienza collettiva che sganci — una volta per tutte — la rarefazione sociale, il catenaccio ossidato del perdere il passo col tempo. Dalla lettura dei testi non è difficile trovare echi poetici d’impatto lucano, o meglio chiazze più o meno marcate, una sottocutanea presenza ombrata di Rocco Scotellaro, tanto per intendersi, di” E’ fatto giorno”.Tutto sommato Poleggi adotta la “speranza” come mezzo, lascia sul suo piano di lavoro argomenti e proposte per un’ipotesi (sia essa storica, esistenziale, sociale, ecc.) un’ipotesi che racimola, nel suo portato, una quantità di esperienza e che va sperimentata, non fosse altro che per testardaggine.(Francesco Scarabicchi).

NELL’OMBRA DELLA SERA

Nell’ombra della sera
il fuoco che brucia le stoppie
di fine agosto
avanza tranquillo
e cova l’incendio del bosco.
Altrove è dolente stupore
di pazzia che ti prende.
Il problema non puoi
chiamarlo diverso
perché è tale
e vi rompi
la tua poca forza.
Qui il fuoco
ha intaccato il bosco
e mani di uomini forti
lo hanno respinto.

UN POETA ANCORA

Ancora poeti vanno
per colline di pandorato
a cantare
la pace dell’uomo
e la mano
dolce del verde.
Ma bisogna tornare
ai giorni di sempre
alle giacche
tirate sulla nuca
nelle notti fredde
senza luna.

IL VECCHIO E IL VINO

Il vecchio canta
con quanto fiato ha in gola.
E’ l’unica cosa
che ormai possa fare.
Si guarda la pelle secca
sulle braccia magre.
Guarda gli uomini
Abbracciati alle donne
che vanno nei prati
e i solitari che bevono
e cantano senza costrutto.
Il vecchio decide
che vale la pena
e va a prendere un fiasco.
Più tardi lo trovano morto
con il fiasco pieno a metà.

UNO CHE HA VOLUTO ESSERE SOLO

Cosa si dirà dell’uomo
che ha scelto la solitudine
solo per non essere
uomo di neve.
La madre lo piangerà
fino alla morte.
Gli altri diranno
che è stato ben strano
ad andare così
senza parole.
Aspetteremo
che ritorni ancora
per scrutare
i segni sul viso.
Vorranno penetrargli l’animo
per scoprire ragioni
che sono le stesse
di quelle che non hanno.
Per esse
non c’è stato coraggio.
Sarà per loro un mercante
che ha odore di spezie.
Un nipote penserà a lui
il giorno che sognerà
di fuggire di casa.

L’EMIGRATO

Tornò una mattina al paese
più povero di come era partito
ma nessuno badò a lui.
Ne tornano ogni anno
stanchi, poveri, delusi
per aver sciupato la giovinezza
nella dura fatica
nella lunga solitudine.
Ma Paolo
non si rassegnò all’indifferenza
e in osteria una sera
parlò di un certo amico
che presto sarebbe venuto
a dividere una ricchezza con lui.
L’amico arrivò in corriera
e si seppe che aveva mentito.
Quelli dell’osteria
erano pronti
ai morsi profondi.
Ma i due erano sereni
nella loro amicizia

GIUSEPPE PITTA’

(10) Allo sperimentalismo tout court, a metà strada tra il gioco visivo e l’alchimia tipografica, si rifà Giuseppe Pittà, il quale gestisce un proprio linguaggio iperattivo che si ricombina con gli umori e con le proposte totalizzanti della poesia nata intorno agli anni Settanta, fino a resistere, e a opporsi con ogni mezzo e strumento letterario, alla tradizione e al laccio storico che ha limitato e limita qualsiasi tecnica di trasgressione e di rinnovamento.
Queste poesie si caratterizzano soprattutto per una spiccata tendenza argomentante intorno agli aspetti più controversi della realtà, proiettati, audacemente, in un gradevole surrealismo dove le vicende si incastonano con graffiante denuncia e ironia.
Ed è proprio sulle tracce della postavanguardia che Pittà ripercorre i sentieri già da altri attraversati, con una visione della poesia che vuole essere, come in effetti dimostra di essere, proposta innovativa, prima ancora che presenza e testimonianza tra la provincia e la nazione.
Il dibattito culturale intorno alla poesia viene assunto da Pittà attraverso esperienze letterarie tramite l’adesione ad un linguaggio, che traduce in forma ampia le proposte dei primi sperimentalisti, promotori di un alfabeto in linea con i programmi poetico-ideologici, visti come materiale di lotta e di contestazione.
Da qui l’intervento in prima persona di Pittà, come collaboratore di riviste letterarie e politiche, impegnato anche in teatrini off della Capitale nella lettura di autori latino-americani, per una riformulazione della poesia e della pratica del linguaggio negli anni di maggiore furore e rabbia
Con Giocare di vento, Edizioni AxA, Roma 1993, l’autore ripropone le scelte stilistiche maturate nell’ambito della ricerca verbo-visiva.
Questo volume è un momento ludico tra pittura e poesia, per meglio ironizzare sugli accadimenti quotidiani, anche se tutto questo comporta uno sbilanciamento sul fronte del racconto, che vuol essere un lungo intrattenimento engagé sui problemi dell’esistenza e dei mali del mondo.

DALL’OCCHIO GIGANTE DEL BIDONE

Me lo presentarono una mattina di sole e di sciopero
mentre violento e solo scorrevo nell’antico destino
portavo al collo a quel tempo una campana di disperazione
inventata o forse solo scoperta da un cane goloso
leggevo un manifesto amabile acquistato ogni mattina
sbattuto con garbo nella borsa invecchiata ad artificio
per tirarlo poi fuori la sera attento a non sgualcirlo
conoscevo il vuoto del giorno e sorridevo alla rivolta
perciò camminavo sereno nel buio d’ogni momento
cercando tra le panchine una gonna larga e facile
o un rosa pallido per scambiarci figurine
disponibile al toro pescavo dalla tasca ogni fantasia
creando ghirigori meravigliosi e giochetti irresistibili
qualcuno mi teneva la mano soffiandomi profumo
progettavo con simpatia ogni legale tradimento
divertendoci tutti un mondo a parlare di libertà
me lo presentarono una mattina di sole e d’agonia
in una cantina stretta tra bottiglie colme di lacrime
era vestito di nuvole di pioggia e pianto vero
m’avvolse nel mantello e mi mostrò una luce
da allora è qui con me nella reggia sulla strada
mi bacia ed è felice ed è unico è il mio corvo

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::::::::::: dove amano gli eroi uccisi nel sogno:::::::::::::
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::::: abita il mago la casa sull’altopiano::::::::::::::::::::::
::::: george col falso amore della gioventù::::::::::::::::::
::::: spalanca labbra colorate al nudo uragano:::::::::::::
::::: promette alla valle d’essere generoso:::::::::::::::::::
::::: e dipinge nel cielo una fiaba di luce:::::::::::::::::::::
::::: il gabbiano intanto canta la sua storia:::::::::::::::::::
::::: ritrovando nel passato il dolore e la tristezza:::::::::
::::: il fiume gli riporta il raggio disperso::::::::::::::::::::
::::: e la pietra invoca a suo nome la pace::::::::::::::::::::
::::: il fuoco sorride all’ombra del pensiero::::::::::::::::::
::::: il gioco stimola una moribonda fantasia::::::::::::::::
::::: george abbraccia il sogno del vero dio::::::::::::::::::
::::: sedendo sul trono accanto al ragno:::::::::::::::::::::::
::::: stringe nella mano una quercia felice::::::::::::::::::::
::::: ed entra nel magico segno del perdono::::::::::::::::::
::::: un volto tutto nuovo regna ora nel battito::::::::::::::
::::: l’aquila sorride al giorno che cammina:::::::::::::::::
::::: la stolta strada si sposta e fugge via::::::::::::::::::::::
::::: george ammira placido le stanze del sudore::::::::::
::::: calpesta l’orrido profumo del vincitore:::::::::::::::::
::::: con un solo sguardo uccide l’aspide del canto:::::::
::::: divorando bocche fameliche col cervello::::::::::::::
::::: il bacio arriva improvviso e tenero:::::::::::::::::::::::
::::: mentre già pensavo d’essere senza vita:::::::::::::::::
::::: muove allora una mano incerta verso l’estate::::::::
::::: sfiora il viso illuminato dal sentire:::::::::::::::::::::::
::::: e senza chiedere per sé nient’altro che amore::::::::
::::: stringe al petto triste il ritrovato sole::::::::::::::::::::
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se il sole fosse fuoco
si potrebbe tentare di costruire la vita
riempirla di splendore
darle meraviglia
se solo fosse uno strepito di luce
si potrebbe congegnare una forza una esistenza
e
perché no
dotarla di mari e fiumi e montagne
rinfrescarla con la pioggia con il vento
metterci un po’ di tutto
animali nuvole piante
e
infilarci fantasia e verità
vestirla d’ardore di passione d’entusiasmo
imboccarla teneramente portarla a maturazione
voglia di crescere e realizzare
si
potrebbe avvampare di futuro
partorire principi
eccitare le fortune
già
si potrebbe pensare ad un serio progetto
inserirci qualcuno qualcosa
che
si piazzi al centro di tutto
e
dia movimento
qualcuno qualcosa
che scopra che inventi che edifichi
che dia struttura ai sogni alle idee alle aspirazioni
un piccolo avvio alla storia
che mostri imprese gloriose e deliri creativi
un fecondo periodo di furia
che sia spinta e impulso e costruzione
si
si potrebbe inventare la vita
peccato però non si possa giocare più di tanto
è tutto così freddo così spento.


*
ma ha capito la luna d’essere complice del sogno

l’ombra del falco si ferma al sole
sorride al giorno antico in frac
soffia sul sentiero del vediamoci domani
sorvegliando un triste passato moribondo
un cono di polvere intanto si fa nuvola

ma soffre il fiume di nostalgia nel deserto della follia

il cuore del falco si siede sul vento
parla alle stelle del suo amore lontano
fa volare nel tempo la cenere del fumo
aprendosi al gioco difficile della festa
un volto di cipria adesso recita le nenie

ma la neve è innamorata anch’essa della luce

la mano del falco si piega alla pioggia
bacia il mago delle passioni povere
lancia il futuro nella strada omicida
luccicando di musica venduta al mercato
una lucertola di sangue ora uccide il bello

ma la serpe s’accorge dell’odio del mondo giusto

la fantasia del falco si specchia nel cielo

chiama le dolcezze al suo fianco vivo
entra nel sospiro d’un deserto colmo di colore
porgendo dal palmo aperto un cuore che sogna
il fuoco nel carro del sole apre le ali

ma quando e perché l’amore ha deciso di chiamarsi amore



- a bordo d’una ragnatela davvero sensibile-------------------
-----------------------------------------------------------------------
- come se non bastasse - si presenta all’alba anche il sonaglio di
- un serpente - con la voce di velluto chiede un pasto adeguato al
- suo rango - accomodandosi tranquillo su un trono di nuvole -
- abbastanza improvvisato - la sorpresa è tale che il piccolo barista
- arabo - lascia cadere al suolo un’infinità di pensieri di --------
- cartapesta e cristallo - con ordine allineati su un vasto vassoio -
- di tenerezza - un cappotto liso e sicuramente vicino alla morte-
- zoppicando vistosamente infila la porta sul - deserto -senza -
- prima aver dimenticato uno stanco sorriso alle catene del passato
- ai tavoli intanto quei fragili passerotti coperti di speranza------
- accordano e tentano d’accordare il canto del - ringraziamento -
- e il buon dio da vero maestro dilettante urla i consigli -----------
- una bandiera piena di --- buchi si pavoneggia al piano-----------
- strimpellando con discutibile gusto l’inno della storia- mentre
- alla sua destra un cane tenore pulsa indignazione - in alto o ---
- forse in basso - una manciata di stelle scoppia dal ridere--------
- sulle pareti una famiglia intera di rose s’arma di nuove spine-
- il nostro eroe comincia ad ingozzarsi di sentenze al sangue - la
- sua corte di minuscoli insetti abbozza un ballo digestivo--------
- permettendo all’occhio del padrone di concentrarsi sull’ idea---
- un otre colmo di facili emozioni - spalanca la bocca enorme - e -
- antichi calici accolgono con passione i — sospiri dell’amore -----
- in pratica - l’atmosfera è senza alcun dubbio silenziosa - ma ---
- c’è — come una microscopica screpolatura nel cubetto di---------
- esistenza --- che s’aspetta da un momento all’altro lo scoppio
- del contrasto — il sovrano è giunto ormai all’ultima portata----
- già s’intravvedono i segni della sazietà attraverso le lenti a ---
- contatto — una deliziosa forbice vestita a cameriera-------------
- conduce la coppa del dolce — e il dito atteso con terrore inizia
- ad alzarsi a comando --- il ventre in silenzio viene adagiato sul
- tavolo tondo del tempo --- una sottile lama di luce già è pronta
- ad interpretare la parte del boia — il sovrano recita ---------le
- motivazioni complete del sacrificio - il colpevole ----riconosce
- la sua colpevolezza d’esser nato — ed inizia a -morire con la
- serenità di chi bacia l’errore — come se non bastasse-------------
- la terra racconta il suo tremore ---- dalle fenditure del cielo
- viene fuori un liquido che non è vino — e --------------------------
- l’alce vero signore del tempo e dello spazio — visibilmente------
- annoiato-----------------------------------------------------------------
- decide di strappare questo suo lavoro venuto così male---------
----------------------------------------------------------------------------
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GIOCONDO COLANGELO

(11) Apparso per la prima volta con delle partiture poetiche inedite nell’antologia Poeti del Molise, Giocondo Colangelo (1954) ha fatto seguire, dopo la pubblicazione di queste sue scritture autobiografiche, una plaquette di versi e calembours dal titolo Senza recita, Casa Molisana del Libro, 1982, che tra neutralità dei vecchi schemi e alleanza a un dire nuovo, segna sulla carta della quotidianità le tangenziali dell’esistenza e le cifre del vissuto, tratteggiando il ricordo e il sogno verso punti di fuga e di morte, secondo suggestioni letterarie ben precise (Whitman e Rimbaud sono solo alcuni dei poeti presi a riferimento), tra motivi ora ironici, ora delicatamente memoriali, al di fuori di ogni riconferma e restaurazione di modelli archetipi senza, tra l’altro, sconfinare nei territori degli squilibri formali, per lasciare, come dice l’autore, le sue poesie alle spalle, per perderle e, secondo l’insegnamento di quel prete di un libro di Borges, Bioy Casares, che insisteva sulla necessità di perdere l’anima per salvarla, ritrovarle, all’interno del rapporto odio-amore, fino a dilacerare il tessuto esistenziale e ricucirlo da ogni strappo e ferita, prima della inevitabile resa o sconfitta.
Quanto alle ulteriori prove o verifiche, a livello di consistenza, di cui parlava Pasquale De Lisio, recensendo Senza recita su Proposte molisane 82/1, pag, 197, non crediamo che esse debbano costituire delle condizioni essenziali per riconfermare giudizi e chiavi di lettura. Senza recita resta, al di là delle (im)probabili sortite poetiche dell’autore, un momento altro o a sé di quel fervore letterario, come esperienza parallela degli avvenimenti culturali prodotti negli anni Settanta-Ottanta.
Con molta probabilità il documento poetico di Colangelo sta a indicare il rifiuto di una Forma declamata e artefatta, ovvero, la negazione al bel canto e allo stile delle cifre di Cocteau.
Senza recita propone nella sua struttura, momenti di vita vissuti nel silenzio e nella emarginazione, nel quadro delle varie esperienze fatte dall’autore. Da qui l’uso di una parola poetica che rifiuta il ninnolo tradizionale, l’idillio e l’arabesco, e che pure sta a dimostrare e a indicare una delle tante strade percorse dalla poesia nel conflitto dei segni e dei significati.

DEDICATO A UN PURO AMICO IMMAGINARIO

Ci siamo cacciati in un brutto pasticcio Fred,
non vedo come faremo a venirne fuori!
Queste ombre sanguinolente non ci mollano più,
il capezzale di morte è lì sul nostro cammino,
alla foce del fiume ci attendono, non ci andremo!
Ti dedico questi granuli di sabbia,
sabbia del deserto, deserto della mia stanza,
mentre fuori mille cervelli
stanno esplodendo in orgasmi di utopie,
domatori inferociti divorano i leoni,
(moro in facoltà fa l’occhietto al collettivo),
hare krishna infangato da calessi in corsa
piange sul ciglio della strada,
James Joyce urla nella tomba:Rivoglio le mie lettere,
Monsieur Bernard applaudito al comitato
rimpiange vecchie glorie,
“have a good time, baby” lanciato nello spazio
rientra dall’uscita d’emergenza,
“lascia andare le parole” sussurrato all’orecchio,
non ho molto tempo vuole dire.
Quest’ultima visione,
non mi rimane altro prima di partire.
Una stanza illuminata,
Mary col suo adolescente nudo sulle ginocchia,
“altri quindici giorni e poi sono fuori”,
un vecchio cortile circondato d’aiuole,
ci siamo lui io e tanti altri,
Mary col broncio perché si ride di lei;
-cento anni per capire che la chiave delle Illuminazioni
era lì, dietro la porta -.
Lui in divisa, intossicato di vita, sorride all’amico,
gli promette bevendo un lunghissimo spleen.
(Genzano 27.2.76)

Stanotte son di guardia alle stelle,
la luna non c’è,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

Il gatto nel cortile
gioca a rincorrere il coniglio,
mentre l’uccellino incollato
sta morendo sul muraglione.
Stanotte son di guardia alla luna,
le stelle non ci sono,
se la son pappata rabbiosi sergenti.

In una simile notte
senza lucciole
dev’esser morto Esenin,
in una simile notte
sul muraglione scuro
il mio passerotto muore.

Ufficiale di picchetto chiudi bene
il cancello stanotte,
non lasciar passare i ricordi.

*

Ospemiles di Firenze
ad attendermi tutti burloni fiorentini.
il primo accenno a Ciapaqua
e i libri di Burroughs nella borsa.

Gli amici mi venivano a trovare.
Nicola mi portò l’assassino,
ne fumammo insieme
e ridemmo di Mary.

Vecchia Olanda nella mente.
Mary era sempre lì
col suo adolescente nudo sulle ginocchia.
La notte copulavamo felici.

Telecuore con esofago barrierato
dette esito negativo
e glicemia e azotemia
erano solo una scusa per succhiarmi del sangue.

Bronchite catarrosa subacuta
fu la carta vincente.
Con i miei quattordici giorni di convalescenza
nel taschino della giacca

salutai gli amici burloni e Firenze,
Nicola dietro il bancone e Mary.
“Altri quindi giorni e poi sono fuori”
furono le sue ultime parole.


Finalmente novembre,
sono quasi alla Fine.
-Bisogna aver rispetto
per tutto ciò che finisce -

Il mese è dedicato ai morti,
anche a te Pier Paolo
ucciso dalla tua sessualità.
Me l’ha detto quest’oggi

la mia radiolina,
è successo dalle parti di Ostia,
e pensavo che solo a gennaio
stavo in biblioteca, seduto, a parlare di te.

“ Non ho paura della morte, ne avevo
solo da ragazzo” allora dicevi.
E Cimo che continuava a ripetermi:
“ Deve essere proprio un intellettuale pazzo”.

“Era un trasgressore di tutti i codici”
scriverà di te un tuo amico.
Ora quest’Italia furfante
si è persino dimenticata di te,

che facevi tanto per scuoterla.
Ma non temere l’oblio,
i poeti vivranno in eterno,
e tu certo, non eri da meno..

*

Me chi mi ama? Dannazione!
Rinchiuso fin dall’infanzia in galere scolastiche
ad affogare il cervello nella noia
tamburellando masturbazioni
rincorrendo la vita, irragiungibile.
Sogno di essere felice ma non lo sono.
Me chi mi ama?
Trobar clus nella notte buia.
Lucio nella latrina di servizio a salmodiare poesia.
Dopo la sua partenza per Lucca non mi ha più salutato.
Ed ora…un cranio pieno di libri,
senza valore ormai.
Nei sogni pieni di incubi possono riviverli, se voglio.
Fantastiche storie dell’Aldilà.
Me chi mi ama?
Solo il gatto Manoski. Quando ha fame.
A chi mai confessarlo?
Il mio pensiero — precursore del vento —
mia sola dama di compagnia,
Sto vivendo nella mia mente.
Questo (ed altro) aspettando l’autobus
In un frizzante mattino autunnale,
a Roma.

A M.
Chi ucciderai ancora? Chi porterai alle stelle?
Che altre menzogne inventerai?
(Osip Mandelstam)


FIGHT ON

RITMO è la percussione
di questo pezzo di Peter Tosh
un reggae arrangiato
da musici e pittori fiamminghi del Cinquecento
Lacrima è quella che non hai versato
per me
Drogato è il ricordo
delle estenuanti attese
dagli addii di sasso
dalla tua lacrima non versata
ma non questo ritmo
oh come vorrei essere io l’alchimista
e a notte tarda dopo la serata
rincasare verso la mia donna di colore
io il giamaicano
l’arabo che languisce nel metrò parigino
il vecchio alcolizzato con l’armonica
che ogni sera suona alla Station olandese
giocondo colangelo figlio di Michelangelo
murato in queste quattro (mila) mura di libri
che se scrive una canzone per domani
è solo per ritrovare il fanciullo che era ieri.

Quanto al ”Taccuino del sognatore ” accluso a “Senza recita “, qualche tavola di lettura riteniamo di doverla recuperare, anche a costo di trasgredire sul piano metodologico, ma è un peccato veniale che vale la pena di commettere. In altri termini si vuole riportare in superficie da “Le impressioni parigine” tutto “ l’humus poetico” e il “ sentimento critico “ del poeta in relazione alla sua visita al Louvre e alla chiesa di Notre-Dame di Parigi , In effetti opera anche qui un vagabondaggio culturale sul mondo esterno, con una minuziosa descrizione sui fatti e gli avvenimenti che si presentano durante il giorno nella cosmopolita Parigi popolata di ambulanti e giocolieri, di colonie di arabi e di venditori di quadri e oppio, di clochard e di miserie grandi e piccole che si consumano all’ombra delle rues e delle bidonvilles:

da : “ IMPRESSIONI PARIGINE “

TUTTI VOGLIONO VEDERE

Tutti vogliono vedere . Alla chiesa di Notre-Dame la gente si accalca per vedere il Tesoro. L’ingresso è di tre franchi. Per gli studenti niente riduzione. Ai due lati della chiesa, dentro la basilica del Sacrè-Coeur si vendono i ricordini. Piccole dosi di religione da riportare a casa, agli amici. La chiesa di Cristo è trasformata in un mercato. Turisti dappertutto, i giapponesi con le macchine fotografiche perfino nelle orecchie. Fotografano Cristo. Una vecchina domanda a un sacerdote, nel suo strano dialetto spagnolo dove vendono dei crocifissi “Comment ?” è la risposta. La vecchina insiste:” por comprar de los crucifijos, por comprar Jesucristo “. Il prete capisce, sorride. Glielo indica. Questo secolo consumistico ha trovato il sistema di commercializzare pure Cristo. Lo si vende, si compra, si paga per guardarlo. Ce n’è per tutti i gusti. Il Cristo per i poveri, di pochi franchi, e il Cristo per i ricchi. Una massa di venduti che vendono. Ma , a parte il mercato, la basilica del Sacrè-Coeur ti colpisce per la grandiosità della rappresentazione religiosa. Entrando, di fronte a te, in alto, un Cristo immenso con le braccia allargate ti domina. Ai suoi lati, papi, santi. Sono molto piccoli rispetto a Lui. Però sempre più grandi di altri personaggi che seguono. L’autore di questa rappresentazione ha voluto creare una scala di valori nella gerarchia religiosa. L’ordine d’importanza nella gerarchia è dato dalla grandezza. Rappresentazione alquanto banale, ma efficiente. Si è dominati da questo Cristo immenso. In questa chiesa l’uomo non esiste. La prima volta che vi entrai stavano celebrando una messa. Il prete all’omelia dava l’idea di voler fare un discorso politico. Parlava con lo stesso ritmo e timbro di voce con cui si fanno i comizi. La politica in chiesa? Non c’è da stupirsi. Durante le guerre i francesi, popolo di nazionalisti, si radunavano in chiesa per pregare. Finite le guerre eccoli di nuovo in chiesa per “ celebrare “ la vittoria. Amen.

Barboni nella metropolitana, agli angoli delle strade, sdraiati nei giardini pubblici. Sembra la città dei pezzenti, Parigi. Puzzano d’alcool lontano un miglio, puzzano di morte. Tanti arabi. Vengono dalle ex - colonie. Fanno i lavori più umili. Uomini delle pulizie nel mètrò. Non vedono mai la luce. L’altro giorno al Jardin des plantes un arabo sdraiato su una panchina, solo. Triste, già morto. Consumava così le sue ore, i suoi giorni, i suoi anni. Sarebbe venuta voglia di andargli incontro, abbracciarlo. “Fratello, non lasciarti morire! Ritorna nella tua terra, sii felice”. Non l’ho fatto. Come potevo.. Sono andato via. E’ rimasto come l’avevo trovato. Un pezzo di Marocco venuto a morire in terra straniera, in terra francese.

Niente. E’ proprio vero, hanno trasformato le loro chiese, i francesi, in mercato. Mercoledì 22 agosto alle venti e trenta concerto per organo di Lionel Rogg. Prezzo quindi franchi. Portano Bach in chiesa e lo vendono, loro. Proprio come Cristo. Non c’è che dire. Mi sono imbucato. Non c’è che dire. Giorni fa per farmi i capelli, senza shampoo, nella lontana periferia, in un umilissimo coiffeur, 33 franchi ha voluto, lui, il barbiere. Trentatrè franchi, che equivalgono a seimilatrecentosessantanove dannate lire. Niente. E allora mi sono imbucato in chiesa. Bisogna rubare ai ladri, è l’unico sistema per sopravvivere, in un posto di ladri.

Esco dallo Studio Saint - Sèverin dopo aver visto per l’ottava volta il film - concerto di Bob Marley, quello del giugno 77 al Raimbow. Ho fumato nella toilette del cinema con due ragazzi arabi di Algeri. Prendo Rue Saint- Saint-Sèverin e taglio per Rue de la Harpe così sono subito a Boulevard St. Germain. Sono le venti circa. E’ l’ora in cui cominciano ad affluire sul boulevard i venditori ambulanti di oggetti fatti a mano, braccialetti, collanine, orecchini. Arrivano anche i venditori di quadri, di posters e i suonatori ambulanti, o occasionali, che cercano di svoltare la serata. Ogni sera così. Davanti alla chiesa St. Germain - des - Prés il circo. Il lanciatore di fiamme, il mimo, gli acrobati, il prestigiatore e l’uomo delle catene. E’ un ragazzo biondo ,quello. L’ho osservato per alcune sere. Sempre la stessa scena. Ogni sera. Si fa legare dai passanti una lunga catena di ferro intorno al corpo. La fa incastrare con due lucchetti e dopo dieci minuti, con le contorsioni del corpo, riesce a sfilarsela. La gente applaude. Poi è la volta dei vetri rotti. Vi si sdraia sopra con la schiena e si fa salire sul corpo dieci persone. Voilà. Il gioco è fatto. Nemmeno un taglio. Altri applausi. E’ infine la volta delle fiamme. La gente è contenta. Finito il numero passa con un cappello tra il pubblico, sono generosi. Lui ringrazia per ogni monetina che riceve. Dopo il tin metallico china la testa e cinguetta un merci. Se ne va. Anch’io. Faccio la rue de Rennes. All’angolo, davanti alla farmacia, i soliti invertiti. Sono ragazzi, si baciano e abbracciano tra di loro, per provocare i passanti. Ci sono anche lesbiche. Per strada sono come cullato dalla musica. Cammino come in un sogno di Dalì. Timothy Leary dice che è l’unico pittore dell’LS.D., senza L.S.D.. Sono solo e felice.Una volta tanto. E’ per via del fumo. Tutt’intorno è un luccicare di colori. Le macchine sfrecciano, superbamente. Le sento amiche. Sono arrivato in un attimo, in albergo. La musica si dissolve in ascensore, come in un sogno. Il Raimbow, Bob Marley, scomparsi. Però ogni tanto qualche nota ritorna. Mi aspettano ora il vino e il formaggio. Anche una pesca. E’ da ‘ sta mattina che non mangio. Sono fortunato. In Giamaica hanno qualcosa come meno di niente. L’ho visto al cinema. Solo la musica e tanto sole. Il resto è miseria. Bidonvilles.
Per ora basta. Spegnerò la luce su questo giorno. Leggerò Céline prima. Forse.

Volevo vendere due libri ai bouquinistes. Un totale di novantadue franchi. Non l’ho fatto. Volevano darmi massimo venticinque franchi, per i due libri, quei rabbini. Volevano speculare sulla mia miseria. In parole povere truffarmi. Quei ladri. Il furto legale è più schifoso di quello illegale. Ha le spalle coperte. Al sicuro.
L’ho scrutati subito, in fondo all’anima. Hanno pensato: “Ha bisogno di soldi, lo prenderemo alla gola“. Ma io non glieli ho dati. Ho intuito il gioco. Me ne sono andato. Prima li ho esaminati bene, però. Sono una marea di persone anziane, tra cui una buona metà ha superato l’età della pensione. Pochissimi giovani. La gran parte è composta di vecchie che non hanno alcuna intenzione di mollare. Se ne potrebbero stare tranquille in pensione, ma non lo fanno. Se ne stanno lì a farfugliare prezzi, a vendere cartoline sbiadite dal tempo e libri scritti da fantasmi. La morte le coglierà sul lungosenna, aggrappate all’ultimo franco, all’ultimo respiro. Una prece. Che tristezza. Nessuna mi ama. Sono piombato in un abisso di solitudine.


PIER PAOLO GIANNUBILO

(12) La metamorfosi dei segni e dei significati, continua in Pier Paolo Giannubilo (1971), nel volume Ariascensione e Oltraggi, dove si fa più chiara la sensazione estetico-culturale di un copioso approvvigionamento di echi e richiami, in cui”la letteratura dei classici diventa punto di riferimento, se non proprio una bussola, un buon libro di preghiere cui affidarsi in caso di smarrimento lungo la strada”, come ci informa l’autore, a conclusione della sua nota al volume. Da qui il prevalere di un discorso, che libera la propria corporeità in un viaggio antropologico e spirituale, e nell’appartenenza biogenetica ad una identità psichica.
Nella vertigine di una poesia etico-esistenziale e nel tragitto verso una cybercittà del paradiso si compie il progetto ideologico-poetico di Pier Paolo Giannubilo che si porta autonomamente su posizioni neometafisiche, istituendo momenti di sincera ansia spirituale e di ricerca dell’Assoluto. In questo senso vanno interpretati alcuni passaggi poetici, che attraverso l’ipostasi e il carattere metaforico del significante, si aprono ad una dimensione metastorica dell’esistente. E’ un discorso che si snoda attraverso scatti illuministici e dichiarazione di eventi, che lasciano trasparire il desiderio di intraprendere la scalata dell’aria verso una Gerusalemme Celeste, vista come luogo di Speranza e di Salvezza, lontano dagli oltraggi e dai carnefici, per un rinascimento cristiano, sempre idealizzato e tutto da scoprire attraverso una ipotesi di poesia intesa come estrema giustificazione della Creazione e, contemporaneamente come j’accuse, rimostranza, come capacità di materia e percorso atmosferico,smaltimento di scorie”.
L’Io metafisico ferito dalla realtà quotidiana si smarrisce in cupe riflessioni, percorre i sentieri del dubbio, pone cocenti quesiti:”Ma a che servì questo viaggio? / a chi? / se in parte il mio cuore si è sfilacciato strada facendo/”), portandosi, subito dopo, su posizioni imprevedibili che mettono fine al rovello spirituale. Torna così la luce sull’ombra, mentre si dischiude il terreno nel quale giace “il pallido primogenito”, lasciando intuire con questa Resurrezione, un nuovo approdo salvifico.

SUSPICIUNT

Fiocchi di loto e di soffice spugna
Precipiti sulle zolle riarse nuova manna
Riabilitano i sensi andati perduti.
Un’altra possibilità, un altro tentativo
Per una seconda creazione.

Ma è evidente che il profeta rimborsi
Col suo sangue l’aver dirottato le cose.

Tiepida pioggia senza sali ci risveglia.
Ma fate largo, fate aria.
Il primogenito muore come un frutto sepolto.
Ma fate largo, fate ancora un po’ d’aria.
Respira . .
Stazione di servizio Flaminia Ovest.Febbraio /96

SAN MARCO (O ALTROVE), ULTIMO ATTO

Fuggo l’officina della misericordia
edificata sulle lagune
e come questa anche tante altre.
Meglio sarebbe assistere al pasto
che ne farebbero alghe muschi
buste di plastica piuttosto
che al mercato di libercoli
videotelefonini parietali
inframmezzati agli affreschi,
a guided tours di improvvisati agiografi
sulle soap opera dei santi.
Centinaia di luddisti ispirati
rieseguiranno forse un giorno
come in una moviola il gesto atletico
di Gesù nel Tempio.

Ma adesso a Te che sei immagine roteante
in eterno elastica impalpabile,
che ci donasti di un corpo molliccio
eppure glorioso, sconquassato,
a sfiancare su una croce.
- Dì soltanto una parola -
un gesto leggero che riconduca
la carne ai suoi sentieri naturali,
soltanto uno sguardo che stilli
pioggia tiepida a rinverdire
i fiori secchi del mio cuore
- ed io sarò - un uomo, basta poco - salvato -
DESPICIUNT

Tutto il martirio si era compiuto.
Dalla nostra visuale angolare
il petrolio in mare verde mutato
al largo di piattaforme d’acciaio.
Acido denso grumo da quassù la terra.

Ma a che servì questo viaggio? a chi?
Se in parte il mio cuore si è sfilacciato
strada facendo, e brandelli ne ricadono
come meteoriti sulle teste dei giustiziati,
pere acerbe pendenti da lampioni
che grattano il cielo - A che servì? - mi interrogo.

Servì.

Ho visto il pallido primogenito
Riesumato dall’interramento
Cercare con gli occhi suo padre.
“ Ho tutte le mani sporche d’inchiostro
ho tutte le mani sporche di sangue” cantava.
Incurante del primo abbandono
subìto sul colle a forma di Teschio.

LE VOCI

Il sangue delle arance
gocciola sulla ceramica
l’impugnatura dello stiletto
calcia lo sguardo all’indietro di anni
sull’antica chiamata
sulle voci terminali
cui mi sottrassi per tempo
( a scadenze poco più che semestrali
s’arrampicava lungo il petto
fino alle narici di me bambino
un odore trasparente.
Lo chiamavo l’odore dell’anima,
interpretandolo esalazione
dovuta alle scosse d’assestamento
prodotte nella struttura
dall’intrusione di nuovi peccati)
Più bello, più bello se mi ritraggo
nell’umida valva del sogno
dove ristagnano a pelo d’acqua
i pellicani morti e gusto
l’intrecciarsi di serpi e ragazzine
TERRE CHIARE

A lungo accartocciato sulla carne
sugli inquieti fianchi latini
di donne svogliate
Che erano un denso ondeggiare di piaghe,
E più spesso nel ricondurre
in un solo intricato viluppo
i lacerti dapprima spersi
Cedetti alla stanchezza che mi sfece,
scomponendo ricomponendo
riaffrescandomi a tinte più gaie.

Ora Ti sarò accanto, mi appresserò
alle distese indistinte,
Rincuorandomi al dolce mormorio
delle brigate di adolescenti
scaldati al tepore del suolo
che condivisero ciò che non è più:
Il soldatino catturato
e fucilato alla schiena
il prigioniero in silenzio
il bavoso tossico.
Sarò compagno non insidioso
alle rasserenate madri
Come lucertole immobili
Brillanti ai sassi levigati e bianchi.

Ecco, un frammento di Te si protende
Sulle penne dello Spirito Santo,
viene a mostrarci la scia
a riproporre il futuro
che alcuni fra noi
Ebbero il coraggio di reclamare,
Ed altre ancora nuove terre chiare.


DUE MILLENNI

O: Un colore di cui fiorisce la molle armonia del Paradiso
Specchiava nell’aria la carne della femmina cherubino:
I poeti accanto a me morivano in comunione con le prostitute:

1/1916 Per sottrarci allo strazio degli untori celebravamo
nelle catacombe,

Ma alla fine affogati di sterpi battemmo cespi d’erba abbarbicati
sui picchi,
Cogliendo una parziale e sanguinosa, quanto inutile, vittoria.

1917/1989 Come in principio fu il sovvertimento, le cose
sovvertì il cupo comunismo

- la catastrofe che sciogliesse il nodo, lo strappo necessario
(così credemmo) - fasciandoci il cuore di una speranza.

199°/1995 Al culmine della storia, il Tuo accordo mi prese
poco avanti negli anni.
La delirante adolescenza mi avrebbe sommerso. Fui salvo
nella misura in cui
Sperimentai massiccia quella Croce di cui tanto
S’era profetato all’anno trentatre del primo dei due millenni.

JAUFRE’ RUDEL

Le aule non ancora scandagliate
in qualche spigolo certo nascondono
madonna Federiga folignate.
(Leggevamo insieme Jaufrè Rudel,

le doglie del notaro di Lentini...
elettrizzati non solo al desuescere
di quelle forme verbo/nominali
rimpastate nel magma delle nostre

ma anche da colpevoli sfioramenti.
Piccola ingorda - ci sperava molto:
-D’aquest’amor suy tan cochos- un bald(o)
bardo le avrebbe riproposto in qualche
verso dedicatorio a quel bel volto
per vassallaggio alla sua vanità)



(13) PRESENZE NEOREALISTE



GENNARO MORRA

(14) Nell’esercizio delle scelte operative,e delle presenze neorealiste, segnaliamo l’opera di Gennaro Morra (1922), la cui produzione poetica è stata saggiamente calibrata più nella qualità che nella quantità, allineandosi a quanto ha luminosamente scritto Roberto Bertoldo in Nullismo e Letteratura, Novara 1998, ovvero che la pudicizia, rispetto alla propria opera, è la più bella dote di uno scrittore. E’, altresì, il segno che quando si scrive sa di non mentire a se stesso.Ed è ciò che troviamo nella poesia di Gennaro Morra, assieme ad una non rinnegata sacralità delle corrispondenze umane e familiari, che danno il giusto tono all’eloquio narrativo, chiamato a rivitalizzare un volto o una storia, nella circolarità di un sentimento, che unisce il ricordo alle proiezioni dell’anima. Paesaggi e figure interagiscono attraverso le immagini-racconto, per la ricerca dell’altro di sé del poeta, il quale si trova a suo agio quando i riferimenti poetici s’identifichino con il segno di una cultura periferica, che fornisce le ragioni di una incomunicabilità di tipo esistenziale. Il risultato, alla fine, è un insieme di monografie dell’anima nei campi della memoria. L’esperienza poetica di Gennaro Morra si circoscrive nell’area del neorealismo degli anni 1953-1957: un quinquennio in cui comparvero una cinquantina di volumi che massicciamente consacrarono e nello stesso tempo esaurirono il tentativo di imporre questo tipo di poesia, con i suoi temi riguardanti la miseria, lo sfruttamento, il folklore e la rivolta del contadino meridionale, anche se il Falqui definisce questi autori marxisti o poeti dell’istanza sociale, la cui avventura poetica terminò a causa della situazione poltico-sociale del paese che andava rapidamente cambiando. (Sergio Turconi, La poesia Neorealista Italiana, Mursia, Milano 1977, pp. 58-59-60), ma anche dall’avvicendarsi di una generazione poetica che non aveva vissuto le esperienze dell’antifascismo e della Resistenza, e che si indirizzava verso nuovi modelli di cultura neocapitalistica. Né vanno considerati in chiave riduttiva e marginale gli impulsi del cuore, che sono poi quelli che danno un senso al dire poetico di Morra, come una griglia capace di ospitare nelle sue maglie elementi condensativo.metaforici, come ha giustamente rilevato Walter Siti ne Il Neorealismo nella poesia italiana, 1941-1956, Einaudi Editore, 1980, pag. 44: Dietro ai carrozzoni della carovana / l’infanzia gioca a rimpiattino, / o mio cuore turbato, e nell’ombra ridesta / ansia di fanciulli e limpidezza di grida / per il dolce carillon delle giostre / nel gorgo delle lenti stagioni. / (da Un grido tra le mani, pag. 11). Per i neorealisti il sentimento finisce per essere niente più che uno strumento difensivo di compattezza, un evitare nello stesso tempo la distanza fisica e la difficoltà intellettuale, secondo il giudizio di Mario Cerroni il quale mette in evidenza alcuni versi di Morra, visti come temi-chiave del cuore, luogo privilegiato della condensazione, dove si concentra tutta la natura. Da qui nasce il patrimonio poetico di Gennaro Morra, che con Solstizio d’estate ,— Gastaldi, 1951, Parole udite domani, Schwartz, 1953, si fa più cospicuo in Un grido tra le mani, Rebellato Editore, 1959, seguito da Memoria di lei, (1972); un libretto in edizione privata di 100 esemplari numerati, con lo pseudonimo di Andrea Morghen e che pochi, come Zagarrio e noi che l’abbiamo ricevuto, hanno avuto la fortuna di leggere. Si tratta, in particolare, di un libretto di 26 pagine, contenenti cinque poesie di cui solo l’ultima ha il respiro di un poemetto dedicato alla donna amata, al centro di un discorso elegiaco, e di un nuovo petrarchismo novecentesco. Ad apertura del volume sono riportati due versi di Langston Hughes: My baby lives across de river / An’ I aint got no boat, e infine con Viaggio nel deserto, Firenze Libri, 1988.
Morra occupa un ruolo di protagonista all’interno della generazione dei neorealisti nel Molise, tanto è vero che fu incluso nell’antologia di Enrico Falqui: La giovane poesia, limitata a pochi validi, poeti, non rientranti nel periodo di nascita tra il 1922 e il 1930: (quelli della quarta generazione del Macrì), ma con opere pubblicate tra il 44 e il 55 e cioè: Fortini, Fiore, Piovano, Cerroni, Manichini, Zagarrio, Frattini, Pasolini, Accocca, Scotellaro, Di Ruscio e Morsucci, rilevando il carattere distintivo di Morra nel segno crepuscolare e pascoliano, il che rende il giudizio esatto, ma distante poi dalle altre soluzioni linguistiche innervate nel corso del tempo e che emergono nei testi inclusi in Viaggio nel deserto, sotto forma di stilemi, e intrusioni lessicali di tipo anglosassone, come a voler incorporare qualche suggestione metalinguistica, anche se il discorso è prevalentemente lirico-mitopoietico, ancorché fonico e musicale, ma di una musicalità in sintonia con la tradizione, per perdersi e ritrovarsi in essa. E’ una poesia dai toni discorsivi tra tristezza e pacata nostalgia, dove non manca la presenza della morte, che secondo un pensiero di Cioran, spesso si pensa senza tregua e vi si è rassegnati, e che in Morra si trasfigura in un’immagine antropologica, domestica e metamorfica, senza sconfinare nella documentazione del negativo. Come per Montale, anche per Morra il ricorso ai ricordi diventa condizione essenziale per esistere, perché solo nella memoria c’è il presente.
Questa tendenza regressiva a spaziare nel passato è dichiarata nei primi versi del testo: Il paese di mio padre, in Parole udite domani, ed esemplifica il percorso lungo il quale si formulano gli imput che danno spazio ai sentimenti, misurati nelle esposizioni e nei transiti memoriali: Da quando son tornato / a starmene in questo paese / mi sono fatto estraneo / a tutto il resto del mondo. /
E’ il primo segnale di isolamento e di ritorno in un paesaggio privato, proposto in ristretti nuclei oggettivi nei quali convergono miti e affetti familiari; che costituiscono gli unici agganci con l’ambiente rurale, visto come pausa d’isolamento e di fuga dalla città. Questa realtà per Morra è il Molise dell’infanzia e del ricordo, della coscienza amara del dramma collettivo del Sud. La poesia sociale di Morra, evidentemente definibile nell’area del neorealismo, col suo timbro epico, con il suo tono iterativo, cantilenante, secondo schemi tipicamente popolari, ha i suoi principali referenti nella desolata cognizione di un paesaggio geografico e umano irredimibile dalla sua condizione disperata, dove gli uomini non hanno neanche volti umani.(da: Letteratura delle regioni d’Italia —Storia e testi —di Sebastiano Martelli e Giambattista Faralli, Editrice La Scuola, Brescia, 1994, pag.54). Sul terreno specifico delle corrispondenze semantiche e dei correlativi oggettivi emerge il distacco tra letteratura e classe popolare, ovvero, tra innesto letterario e coscienza politica, così importanti nel dibattito culturale ed etico civile promosso negli anni 45.47 da Il Politecnico, per cui il termine sociale, coniato anche dal Manacorda alla poesia di Morra,va riferito, probabilmente, ad un contesto provinciale nel quale il poeta compila un repertorio di sensazioni umbratili, tra ermetismo e neorealismo, dove lo spostamento in avanti del dato sentimentale, figurativo, geografico ed esistenziale, trova una giusta collocazione nelle tematiche provenienti dal binomio città-campagna, che creano momenti di raccordo con un certo romanticismo isolato e maudit.
Ma è l’adesione ad un ambiente primitivo ad instaurare un rapporto confidenziale con la Natura, che diventa il luogo privilegiato della ricomposizione dei sentimenti, che si organizzano in un paese dell’anima nel quale trovano spazio tante piccole isole di solitario abbandono e di piacevole sopravvivenza.
E’ probabile che in questo perdersi e ritrovarsi si circoscriva la cifra poetica di Gennaro Morra, col suo tipico movimento sintattico, che si associa ad una struttura ritmica comprensiva di più simboli del mondo arcaico, recuperati da un abilissimo gioco di proiezione delle retrospettive mentali, che rimuovono radicalmente ogni connessione e rapporto con la vita urbana.
Si pensi, soprattutto a questa operazione di transfert, come condizione mimetica con la terra-madre, che non diventa mai elemento marginale, ma avventura della coscienza oscillante tra assopimento e risveglio, di fronte ad un mondo inalterabile e, per questo,, meno ostile, perché depositario di richiami ancestrali.
Quello che emerge è un reportage di scontri e incontri sul dato reale e immaginario in cui si inseriscono alcuni elementi mitici, ricostituiti da una memoria distaccata dalla letteratura dell’oggettività. E’ quanto si rileva nei primi documenti poetici caratterizzati da una duplice operatività linguistica, collegata più ad una gestione autonoma del significante che a vere e proprie fratture dicotomiche.
E’ un’operazione che può far nascere sospetti di ambiguità estetica, ma le intermittenze e i rovesciamenti formali, che si susseguono in una costante concatenazione e successione, sono consequenziali all’urto delle cose e al riaffacciarsi costante del confronto antitetico tra mondo periferico e mondo centrale: da qui le scelte linguistiche spostate sul versante dell’ermetismo e del neorealismo.
Ma è con la silloge Parole udite domani che si viene a realizzare un maggiore effetto nell’ambito della maturità stilistica e della più generale acquisizione del significante spostato in area neorealista. Morra, pur essendo un poeta del Sud ha saputo evitare le facili maledizioni che hanno accompagnato la poesia meridionale, mitigando le storie di miserie e di dolore,attraverso il recupero delle proprie radici, bruciando sul nascere, qualsiasi operazione di malumore e d’invettiva nei confronti dell’emarginazione e del potere.
Superato, così, il rischio d’un epigonismo di maniera, proprio di tanti poeti meridionali, prende forma e si consolida la poetica della memoria, fino ad approdare ad una solitudine campestre, che è amore per i propri campi e per le sere d’estate che giungono improvvise / sotto i lampioni delle piazze / dove i ragazzi imparano a chiamarsi / con nomi inventati nella rissa (Parole udite domani, pag. 12) . Dominano nel contesto poetico analisi e piccoli credi di fronte ad un’esistenza, dura e implacabile, in una policromia semantica supportata da una musicalità profonda e cameristica.
Vi sono poesie che mettono in rilievo il senso effimero del tempo, che muta e cambia il volto degli uomini e la vita stessa, rivisitati nel rapido scatto del pensiero, che traccia i contorni di un paesaggio immutabile negli anni, nell’impulso della riflessione e dell’autocompiacimento della propria misantropia. E’ in sintesi, lo stesso alibi poetico che portò Pavese a riconoscere nella campagna i luoghi originari di una interazione fisica e psicologica, dopo aver percepito un diverso rapporto con la vita e la natura.
Ed è quanto si rileva in Morra con i suoi centrifughi paesaggi mentali, che affiorano in un’atmosfera poetica, fortemente umana, e intimistica, nell’attimo stesso in cui vengono a frapporsi gli arretramenti psicologici volti alla ricerca del tempo perduto: Ritorno d’epoche sgomente / e adolescenza precoce, / avete preso il pallore del tempo. / Come un pensiero obbligato / la memoria mi stanca / questo costringermi / a indovinare il passato. / (da Parole udite domani, pag. 7).
C’è in questo esporsi nel mondo della memoria, una percezione acuta del senso del nulla, subito ripopolato da situazioni e fatti collocabili nel paradigma di storie che si evolvono nel rinnovato rapporto con le cose, quando subentrano i ritorni psicologici a ricostruire un tessuto umano dilacerato dalle contraddizioni quotidiane: Io qui vengo ad incontrarmi / con la notte e faccio barricate / per difendermi dal vuoto / ch’esse portano dietro di sé / finché il canto dei galli / non chiami l’alba sui monti. / (da: Parole udite domani, pag. 10).
Il meridionalismo di Morra è essenzialmente iconografico: da qui le celebrazioni dell’ambiente rurale, visto come luogo d’identificazione culturale e sentimentale, per meglio attingere ad un bacino di memorie recuperato attraverso un monolinguismo tematico di straordinaria innocenza e malinconia, che spontaneamente si manifesta quando il poeta si lascia alle spalle la città, per riconquistare vecchi sogni e nuove emozioni.
Si costituiscono così gli elementi connotativi di un discorso modellato dal senso della vita e della morte, col ripristino di storie d’epoche sgomente,) dove i morti li seppellisci a fior di terra / fuori la porta dell’orto, /e continui a portarli presenti, / li senti respirare nella polvere / accendi i lumi ai loro piedi / e li chiami come da un balcone. / Ciò è evidente in Parole udite domani nel quale il discorso si fa sommesso parlato, cadenza musicale e trascrizione fedele di un ambiente; un libro che a rileggerlo non sembra aver smarrito l’originaria forza evocatrice, quella che porta il poeta a scrivere, in maniera impareggiabile, qualche lettera al caro Velso Mucci, che è un gioiello di suasiva affabulazione alla luce del sacrificio della memoria, che si scioglie in una delicatissima short story. C’è un’oggettivazione quasi umana, fraterna di cose, come di persone che vivano e soffrano: è dolorante realismo che geme in versi scabri, dove si sente il soffocato singhiozzo, l’affanno di una “terra di pianto nato da occhi aperti a sorrisi di dolore”. Leggendo questi versi si prova la stessa impressione che si ha davanti alle sofferte figure umane ritratte da Carlo Levi (da Il Presente-poesia e critica, anno II°, n. 7, 196, di Oronzo Giordano), quel Levi con il quale il Morra fu in amicizia negli anni 56 e 57.
Viaggio nel deserto è l’ultimo volume di Gennaro Morra, dopo un silenzio durato sedici anni.
Vi appare, ancora una volta, l’impegno morale nel quale il poeta si è sempre affidato nel corso degli anni, inaugurando nuovi stilemi e neologismi, come collegamento alle forme meno scissioniste, ma pur sempre innovative nel linguaggio rispetto ai primi rapporti poetici.
Certo non emerge molto sul piano della resa sperimentale, tenendo presente il cauto equilibrio formale al quale si è sempre attenuto l’Autore, anche se l’esigenza di adeguarsi a nuove letture e temi, appare lodevole negli inserti e squarci plurilinguistici, che qui e là affiorano come segnali di frattura e di movimento lessicale.
Sono lontani i tempi delle suggestioni letterarie di Parole udite domani e di Un grido tra le mani. Il discorso è diventato più libero e meno elegiaco. Sembra questo Viaggio un ampio giro intorno al mondo nella violenza della Storia.
Riappaiono i tumulti di Piazza Venceslao e la Primavera di Praga, una e cento città dell’Europa e dell’America, il fiume Neva, Broadway e Wall Street.
“ A Broadway si beve ghiaccio e bourbon / misto all’acqua dell’Hudson / e le insegne che incendiano la notte / si spengono come candele, pag, 29, asienme a tutta una descrizione topografica di New York, con il Palazzo di Vetro e Manhattan e gli opachi quartieri di Brooklin.
“ Nel quartiere di Queen / un’ora d’amore / costa dai venti ai trenta dollari, / nel Bowery, invece, al suicida / ne bastano tre per una corda /”, pag. 31.
E’ un discoso che si evolve con assoluta coerenza e fdeltà di fronte alla elencazione di fatti e al collasso di una civiltà: una testimonianza altamente sofferta di un umanista che ritrova nela catastrofe il senso profondo della propria fragilità e impotenza, attraverso una autonomia testuale che affronta i riferimenti storici con un forte impegno critico e civile.
Questa presenza di temi sociali e resistenziali, disseminati nel corpus dell’opera, ci ricordano un altro protagonista della nostra poesia: Vittorio Sereni, che con Frontiera e Diario d’Algeria, ha tradotto con lucida trasparenza, il teatro di guerra che investì e bruciò l’Europa intera.
C’è in effetti una posizione critica e ideologica, tutt’altro che marginale di fronte al potere dei colonnelli in Grecia e dei carri armati in Ungheria.
Si tratta di una breve informazione poetica, inserita in un contesto strutturale che lascia spazio nella seconda parte della raccolta a interventi elegiaci e autobiografici; tuttavia è innegabile la sua partecipazione con voce dolorosa a sé stante.
Oltre le sigle del ricordo e della speranza di ricucire i drammi e le violenze di popoli e civiltà, nasce il Viaggio, che il poeta stesso riconosce come un transito nel deserto dei giorni bui e che potrebbe essere, fuori della metafora, il luogo della follia e della morte, e chissà, forse anche il passaggio nel deserto della poesia, che sembra aver fallito il suo compito di salvezza, da qui l’opinione ricorrente della sua inutilità.

IL PAESE DI MIO PADRE

Da quando son tornato
a starmene in questo paese
mi son fatto estraneo
a tutto il resto del mondo.


Una notte
vidi portarmi a sepoltura:
compresi allora
che urgeva il bisogno
di farmi amico l’olivo e la vite,
di porgere il cercine
alla donna della fonte.

Allora compresi
che la mandria si sarebbe affacciata
sul muro di cinta al mio sepolcro.
E dimenticai i pinnacoli barocchi,
i pescatori col pileo,
i palazzi tinti di rosa.

Ora resisto al bruciore
che il fumo delle stoppie
mi fa nelle narici aperte
e, come un fanciullo, aspetto le giostre
somiglianti a case cupolate.
Quegli altri paesi esistono
soltanto nei libri;
li ricordo come una lezione
bene imparata
e mi riempie di meraviglia
il sentirli chiamare.
Attenderò il giorno
in cui mi infosseranno i piedi
in questa terra
perché vi metta le radici,
mangerò fave fresche
e pannocchie bollite,
mi guarderò dai cani dei pastori,
le notti d’estate le passerò a cantare
sopra mammelle di grano
questo è il paese di mio padre.
(da: Parole udite domani,1953)

LETTERA

Caro Velso
qui dove mi esilio
per fuggire ai tramonti improvvisi
ai raggi obliqui senza luce,
agli orizzonti proibiti
da pareti che si restringono,
qui la notte viene di lontano
fors’anche da Brà
o da un meraviglioso paese;
qui la notte la portano i buoi
nei neri occhi assonnati
e il gracidare dagli stagni
che non hanno riflessi di stelle.

Ancora qualche muro mi difende
dalla paura che recano
le notti senza annunzi di sere,
eppure ogni volta è un inganno
di ombre rapide dietro alle quali
i prati affondano come il passo
nella mota di certi temporali.

Dove s’ancori il silenzio
non saprei confidarti;
io spoglio mi sento e non tocco
da questi contagi.
Se mi sporgo
l’occhio annega e nel lento cammino
riconduce al tatto ogni cosa smarrita.

Di sotto alla casa
l’asina percuote il selciato
con un ritmo di trance
i cani, stizziti, abbaiano
all’eco dei propri latrati
o al lamento che fanno lontano
gli organetti di Barberia;
nella stanza accanto, in alto
stanno il cappello ed il bastone
con il quale mio nonno
rimuoveva la terra
alle radici delle piante.
Se volessi scavare
il seme che ho interrato stamane
saprei dove ritrovarlo ad occhi chiusi.
Io qui non vengo a riposare:
m’affaticano le veglie
sul saccone riempito
con cartocci di granturco,
io qui vengo ad incontrarmi
con la notte e faccio barricate
per difendermi dal vuoto
ch’esse portano dietro di sé
finchè il canto dei galli
non chiami l’alba sui monti
(da: Parole udite domani, 1953)

PAESE

Le tue spalle di roccia,
le mura senza tempo,
i santi immobili alle cantonate,
il silenzio che stagna
dentro una cerchia d’ulivi.
Ecco i miei luoghi dove hanno voce
soltanto le campane
e il tempo fa ressa
attorno alle sue mura.

Le donne sulla soglia delle case stanno
a scaldarsi con il fiato negli scialli;
gli uomini sotto le arcate, chiusi
con i visi nascosti nel silenzio triste
e nell’ozio di mantelli scuri.
Tu dici che la vita è una veglia
ma il sonno nasce sotto le ciglia
di questa mia gente stenta.
Lo porta il sole della meridiana,
l’uggia della nebbia dagli orti,
il lamento della tramontana.
Oh non è qui la vita, in questa cava
che i secoli assediano e la noia
fa profonda; non è
in questo silenzio indolente.
(da:Parole udite domani, 1953)

PIANTO PER IL SUD

Tu, terra appena scalfita dai solchi,
terra battuta da piedi mai calzati
che ti camminano sul cuore antico,
che ti affondano il sasso nella carne
e non ti lamenti le ferite
e se gridi, la voce
ti si stanca nella gola,
terra di pianto nato da occhi
scoperti a sorrisi di dolore.
Nel tuo ventre di cenere
è briglia la radice dell’acacia
e dell’agave
e del cardo dove dirupa l’abisso.
Le tue case diroccate
sono denti di un teschio;
come capestri vi pendono ancora
le funi che tenevano al collo
i muli nutriti di gramigna.
E i cani smagrati
ancora vi fanno la guardia.
Nel tuo cielo inarcato le campane
suonano sempre a martello
paese di chierici in processioni
e di salmodie mormorate
per vicoli storti.
I morti li seppellisci a fior di terra
fuori la porta dell’orto
e continui a portarli presenti,
li senti respirare nella polvere,
accendi i lumini ai loro piedi
e li chiami come da un balcone.
La tua ventura è d’oziare
per le strade di questa prigione
urlanti di scritte sui muri delle case
che hanno le spalle volte al mondo
da dove nessuno ti chiama,
nessuno risponde all’amaro richiamo
paese di fuori legge per fame.

Oh, nel Sud risalgono i monti
e si chiamano a viva voce
da un paese all’altro.
Nel Sud vi sono soltanto
chiese e pagliai
e strade senza sbocchi,
strade allargate
dalla carraia dei barocci.

Nel Sud si muore depredati,
anche senza la camicia.
Che cosa sarebbe il Sud
senza la malaria nei pozzi
e le carestie,
senza il gallo che al mattino
ti sveglia dalla spalliera del letto,
senza le cantilene nelle aie.
Che cosa sarebbe se i suoi abitanti
avessero volti di uomini.
(da:Parole udite domani,1953)

SULLA COLLINA DEI VENTI

Non v’è riposo sotto le croci
confitte nel cuore dei morti;
qui, sulla soglia del mondo,
non dà luce il chiarore dei lumi.
L’erba sui tumuli che i morti
inarcano con il loro respiro
l’ha bruciata il gelo di novembre.

Novembre è sceso nelle tombe ,
dentro i sarcofagi di cenere
attraverso le crepe della terra
per dove passano le nostre voci
d’uomini a gridare nomi vani
sulla collina dei venti.
(da:Parole udite domani, 1953)

RITORNI D’EPOCHE SGOMENTE

Ritorni d’epoche sgomente
e adolescenza precoce,
avete preso il pallore del tempo.
Come un pensiero obbligato
la memoria mi stanca
questo costringermi
a indovinare il passato.
................................................
Oh, ignoti profumi di giugno
io non seppi mai che foste voi
ad imbiancare l’olivo.
E a grattare la terra,
non le corolle cadute cercavo
ma il lombrico nascosto,
la tana della talpa.
E’ la quotidiana ferita
la portavo come un premio
assaporando
l’acredine del sangue.
(da: Parole udite domani, 1953)

ESTATE

Bianca estate, alla tua luce inerte
cerco gli archi delle schiene, piegate
a tentare il sapore della terra
sulla destra del fiume di pietre;
dall’alto scopro le mie strade
distese in un riposo insonne
laggiù oltre l’aie polverose
tra la radura di stoppie dove
la terra grida sete ed arso vento
sotto cieli distanti, perduti
agli impalpabili orizzonti.

Pigro nell’aria assolata è il silenzio
che nasce qui; da queste antiche tombe,
tra le foglie d’ulivo immote,
fuori dai chiusi spazi delle case
dove la gente si muove senz’ombra,
dove il sole s’adagia indolente e il fumo
dei secciai s’annida nelle crepe
a preparare l’autunno.
(da: Parole udite domani,1953)

SENTO IL CUORE DELLA TERRA

Lasciatemi andare per queste strade,
lasciate che il piede affondi
nel solco che traccia la ruota,
nei fossi che la pioggia fa colmi,
lasciate che pesti l’erba
riversa nella mota.
Una guancia accosto alle crepe
che s’aprono nei prati
e sento il cuore della terra
inviolato alitare il suo male.
Non voglio più tornare
sulle strade catramate:
i miei passi qui hanno
dolce riposo e m’è guanciale
l’afflitto verde del trifoglio.
(da:Parole udite domani, 1953)

ED IO A FARMI SCHIAVO

Ed ora viene la pioggia (affrettato
questo rosario d’acqua sonante
rotto dagli embrici sconnessi delle foglie
aperte come palmo di mano
lacere), a lavare le fogne,
a nutrire i miei spazi d’ombra
(fragili spazi d’occulte stagioni)
a far germogli di radici attorno
al tempo che fa spreco di noia,
ad ammucchiar rovina di pensieri
in un angolo battuto dall’ombra
qui dove un grido sarebbe un pavese
sugli anni privi di memorie.
Ma l’inverno è presagio di sgombri relitti:
fumano le mura degli squarci
dove sterile il muschio intristisce;
madidi pendono i fiori alle finestre,
come un rogo si spengono le case.
Nel cuore del mattino m’ha destato
questa pioggia d’acqua e di voci,
deludendo un desiderio di sole
forbito d’abbagli sul granito
che suda in lontane città di nebbia;
ed io a farmi schiavo di liquido
pianto nella domenica insulsa,
a prepararmi un limite scoperto
oltre il viaggio indifeso, oltre il suono
d’una mattutina fanfara di campane.
(da:Parole udite domani, 1953)

NEL TRAGITTO DEL TEMPO

E’ il tempo delle vigne devastate.
Per le vie già l’odore di vinacce
che i carri recano nell’aria
mossa dal vento dei canneti.
.................................................
In nessun’ora come in questa,
rapida e indecisa nel vespro,
ho scoperto nelle voci stenuate
un pianto remoto di sgomento
che geme sotto il peso della creta
trascinata come un segno per le strade.
E scalzi piedi calcano
il debole tepore dei selciati;
diluvia la sera nei cortili,
negli occhi chiari di sdegno,
nel seme duro a aprirsi,
nei tini rossi di mosto, sulle mani
colorate come di sangue stinto.
Annotta nei cuori vinti dalla sorte
ma spazio c’è in me per quest’ombre,
per questi convogli d’uomini
perduti nel tragitto del tempo.
(da: Parole udite domani, 1953)

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