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mercoledì 19 agosto 2009

POESIA FRANCESE
PAUL – JEAN TOULET
(1867-1920)

X

Fò ha detto…….
“Del tappeto che tessiamo, come
il baco nel suo lenzuolo,
noi vediamo il rovescio solo:
tale è il destino dell’uomo.
Ma può darsi che ad altri occhi
l’altro lato dispieghi appieno
il segno, i fiori, la gioia
d’un mirabile disegno”.

Così Fò , che delle sue tisane
il nero oro inebria, o i suoi versi,
canta, e va di sghimbescio
in mezzo a due cortigiane.
Paul- Jean Toulet
(Traduzione di Sergio Solmi da: Quaderno delle traduzioni, Einaudi, 1977)

mercoledì 12 agosto 2009

POESIA GALLESE
DYLAN THOMAS
(1914-1953)



QUESTO LATO DELLA VERITA'

Questo lato della verità
non puoi vedere, figlio mio,
re dei tuoi occhi azzurri
nell’accecante paese della gioventù,
ché tutto è disfatto,
sotto i cieli immemori,
d’innocenza e di colpa
prima che accenni a fare
un gesto appena del cuore o della testa,
è colto e sparso
nella tenebra avvolgente
come la polvere dei morti.

Bene e male, due modi
di andare incontro alla tua morte
per il mare che s’avventa,
re del tuo cuore nei ciechi giorni,
dileguano come respiro,
passano urlando attraverso me e te
e le anime di tutti gli uomini
nell’innocente
tenebra, e la dannata tenebra, e la buona
morte, e la cattiva morte, e poi
nell’ultimo elemento
volano come il sangue delle stelle,

come le lacrime del sole,
come la semenza della luna, macerie
e fuoco, la fuggente irruenza
del cielo, re dei tuoi sei anni.
E il tristo augurio,
fin dall’origine delle piante
e animali e uccelli,
acqua e luce, terra e cielo,
è gettato prima che tu ti muova,
e tutte le tue azioni e le parole,
ogni verità, ogni bugia,
muoiono in un amore che non giudica.
Dylan Thomas
(Traduzione di P. Bigongiari: da: Poesia del Novecento in Italia e in Europa, a cura di Edoardo Esposito, II Volume, Feltrinelli, 2000. )

sabato 2 maggio 2009

POESIA TEDESCA
GUNTER KUNERT
(1929-2009)


6
Ah, è partito. Prendesse almeno
la via più breve. Verso i salsicciotti senza smisurate
aggiunte di senape. Verso le notti senza l’unica
dovizia di questo mondo, l’angoscia. Andasse per questa
via che conduce
per porte aperte
dietro cui sta in agguato null’altro che devota vacuità.
Procedesse
da sé
e affilasse le forbici finalmente per mozzare tutti
i vecchi fili e corde funi e cavi dai quali
egli
si dimena scuotendosi in orribile danza. Ah, se ne andasse
verso lo sterminato mare di lacrime e prosciugasse
un metro quadrato ah, non per via burocratica per via sbagliata.
E’ partito
é vero ma almeno prendesse la via più breve
che conduce più lontano.

7
Invero egli è partito. Invero può
raggiungere i campi della concreta beatitudine: quelli
del ben saziarsi
delle scarpe di vero cuoio
delle canzoni rauche per la grappa
delle caratteristiche grotte con le Alpi ad olio
alla parete. Ahimè, doloroso e reale là dimora un
altro già presente prima dell’arrivo e struggendosi
si solleva: il serpente primordiale
QUESTONONBASTA
inestirpabile con decreti. Non decapitabile da qualche
Ercole
Non da qualche rivoluzione. Non esorcizzabile con scongiuri.
Non con tamburi pubblicitari. Non con il tam-tam di una scienza.
Non con la tromba di qualche piccolo giudizio universale.
Gunter Kunert
(da: Ricordo di un pianeta, Einaudi Editore, 1970, traduzione di Luigi Forte)


giovedì 30 aprile 2009

POESIA GRECA
TITOS PATRIKIOS
(1928)







Debito


Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.



Titos Patrikios
Novembre 1957
Traduzione di Nicola Crocetti
La resistenza dei fatti a cura di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 2007

venerdì 24 aprile 2009

POESIA NORVEGESE
OLAV H. HAUGE
(1908-1994)



La terra azzurra
Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.
Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.
Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.
Olav H. Hauge
Traduzione di Fulvio Ferrari
Da La terra azzurra a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

martedì 21 aprile 2009

POESIA AFRICANA
N. NGAMA
PRIGIONE
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione
Amare un solo amico
un solo padre
una sola madre
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione

Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione

Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
avere un solo essere
é prigione
N.Ngama

lunedì 20 aprile 2009

POESIA TURCA
NAZIM HIKMET
(1901-1963)






Il piu' bello dei mari

e' quello che non navigammo.

Il piu' bello dei nostri figli

non e' ancora cresciuto.

I piu' belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di piu' bello

non te l'ho ancora detto.

Alla vita

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell'al di la'.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

o dentro un laboratorio

col camice bianco e grandi occhiali,

tu muoia affinche' vivano gli uomini

gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla e' piu' bello, piu' vero della vita.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perche' restino ai tuoi figli

ma perche' non crederai alla morte

pur temendola,

e la vita pesera' di piu' sulla bilancia

sabato 7 marzo 2009

POESIA PALESTINESE
MAHMUD DARWISH
(1941-2008)



Carta d’identità

Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.

Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !

Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.

Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.

Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?

Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.

Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !

Si tratta di un uomo

Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero : “ sei un assassino “.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero : “ sei un ladro “.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero : “ sei un profugo “.

O tu, dagli occhi e le mani sanguinanti !
la notte è effimera,
né la camera dell’arresto
né gli anelli delle catene
sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi !
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.


Innamorato dalla Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

Tratto dal testo: “ Poesie della Resistenza Palestinese”
di F. Aljaramneh & A. Tailakh
Edizione “Al Hikma” Febbraio 2003

domenica 15 febbraio 2009

ALBUM di POESIA

FRANCESCO PETRARCA
(1304-1374)




Chiare fresche e dolci acque


Chiare fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque,
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
con l'angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda;
la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
ché lo spirito lasso
non poria mai più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o pietà!
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m'impetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra e qual su l'onde,
qual con un vago errore girando perea dir: "Qui regna Amore".
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
"Costei per fermo nacque in paradiso!".
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e'l dolce riso
m'aveano, e sì diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
"Qui come venn'io o quando?"
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sì ch'altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.

(da Letteratura di ieri e di oggi. Lumina editrice, 1960)

DANTE ALIGHIERI
(1265-1321)





Rime del tempo della Vita Nuova



Guido i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;


sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.


E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch'è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:


e quivi ragionar sempre d'amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i' credo che saremmo noi.

(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)
CECCO ANGIOLIERI
(1260-1310)



S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, manderei
l' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)
GUIDO CAVALCANTI
(1255-1300)



Perch'i' no spero di tornar giammai

Perch'i' no spero di tornar giammai,
Ballatetta, in Toscana,
va' tu, leggera e piana,
dritt' a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.


Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli' e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.


Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m'abbandona;
e senti come 'l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch'i' non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l'anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.


Deh, ballatetta mia, a la tu' amistate
quest anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu' ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se' presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d'Amore».


Tu, voce sbigottita e deboletta
ch'esci piangendo de lo cor dolente,
coll'anima e con questa ballatetta
va' ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim', e tu l'adora
sempre, nel su' valore.

(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)

sabato 14 febbraio 2009

SAN FRANCESCO
1182 -1226

CANTICO di FRATE SOLE

Altissimo, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude , la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullo homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucyr le tue creature,
specialmente messor lo frate sole,
lo qul’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te , Altissimo, porta significazione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et belle.

Laudato si, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sostentamento.

Laudato si, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herha.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirminate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no’l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
E serviateli cun grande humilitate
(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)

venerdì 13 febbraio 2009

ANTOLOGIA PALATINA
SOGNI VALORI
Colei che ha messo a fuoco la città,
Stenelaide pezzo-da – novanta,
la puzza-oro a quelli che la vogliono,
un sogno me l’ha messa accanto nuda
tutta una notte fino alla dolce alba
a darsi senza farmi sganciar soldo.
Non più l’implorerò sulle ginocchia,
la barbara, né piango il mio destino
or che tal voluttà Sonno mi reca.
Anonimo )Meleagro?)

TOMBA SOLITARIA

Non ti dicevo, o Prodica,:”Invecchiamo”?
Non te lo pronunciavo a tutte l’ore:
“Cara, i dissolvitori dell’amore
verranno presto”? Ed eccole, le rughe,
le chiome bianche ed il corpo inciocito;
e la tua bocca non ha più le grazie
d’allora. Chi più adesso t’avvicina,
ti fa morire e prega più, già stella
d’orgogliosa beltà? Or ti passiamo
da presso come a tomba solitaria.
Rufino

IMPROPERIO

Così possa, Fraschetta, tu dormire
come fai dormir me sopra una soglia
ghiacciata, sì, così possa dormire,
perfida, come me, tuo spasimante,
mandi a dormire. Né pietà ti mosse
per me nessuna. Cuore hanno i vicini
per me, tu, nulla. Un dì la chioma bianca
ti farà ricordar la tua perfidia.
Callimaco

(Traduzione di Giuseppe Gualtieri, da Antologia Palatina-I libri dell’amore-.Vallecchi 1973)

sabato 7 febbraio 2009


CANTICO DEI CANTICI
Scena Quinta
La sposa
Dormivo, ma il mio cuore vigilava
(mi ascoltavo dormire).
Una voce! Era lui, era il mio diletto
che un po’ chiamava e un poco picchiettava.
Diceva- o era un sogno?- “Apriti, amica,
o Tuttabella, o colomba perfetta.
Rorida di rugiada è la mia testa
e i miei riccioli stillano
già di notturne gocciole”.
M’ero tolta la tunica….
(indossarmela ancora?),
m’ero lavato i piedi
(imbrattarmeli ancora?).
Quasi un gioco d’amore…. Il mio diletto
allungò una mano entro il forame,
e il mio seno balzò a quel contatto.
Mi levai per aprire al mio diletto:
le mani s’unguettarono di mirra
sparsa sulla maniglia.
Apersi al mio diletto,
ma il mio diletto era andato via.
La mia anima parve venir meno
perché era andato via….
Lo chiamai lungamente, e non rispose
perché era andato via…
M’imbattei nelle guardie
di ronda alla città;
mi strapparono il velo, mi percossero,
le guardie delle mura…
Io vi scongiuro, o figlie di Ierùsalem,
se incontrate il mio damo, dite, ditegli
che io muoio d’amore.
Il coro
Ma cos’ha il tuo diletto più degli altri,
o bellissima tra le belle donne,
perché tanto ne spasimi?
La sposa
Il mio diletto è bello e prosperoso,
distinto tra duemila, diecimila,
e la sua testa è oro, oro che brilla.
I suoi riccioli? Grappoli di palma,
nerissimi, corvini.
I suoi occhi come occhi di colombo
muovono rivi d’acqua,
specchiano cieli teneri:
e le sue guance sono come aiuole
di giunchiglie, di balsami.
Fatemi dire come son le labbra….
Due rose fresche e colte in paradiso.
E le sue mani? Mani fatte al tornio
cariche di topazi inanellati.
Il suo petto è abbagliante come avorio
cosparso di zaffiri,
e le gambe, colonne alabastrine
su piedistalli d’oro.
In quanto al portamento, è insigne come
il portamento dei cedri del Libano.
Ma la sua bocca è colma di rosolio,
bocca amabile, bocca deliziosa,
in lui tutto è delizia.
Questo è il diletto mio, l’amante mio,
o figliuole di Gerusalemme.
(Traduzione di Cesare Angelini ,Einaudi, 1973)
( Nota: Si credette un tempo che l’autore ne fosse Salomone, ma l’esame interno del libro ha indotto i biblisti (il Ricciotti, il Garofalo e il Galbiati, in capo a tutti), a riportarlo in epoca meno remota, verso il secolo IV a. C.; e l’attribuzione a Salomone. -Il Re Sole- pare inventata apposta per gettarvi sopra la splendente antichità di quei millenni)