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venerdì 18 settembre 2009

POESIA BULGARA
NIKOLA VAPTZAROV
(1909-1942)


COMMIATO (PROSHTALNO)
A mia moglie

Visiterò talora il tuo sogno
come un ospite intruso, inatteso.
Non mi lasciare sulla strada, fuori,
e non serrare le tue porte.

Silente entrerò. Seduto calmo,
il buio fisserò per percepirti.
E dell’immagine di te ricolmo,
ti bacerò per subito svanire.

Aprile, 1942

Nikola Vaptzarov
[ www.bulgaria-italia.com - Traduzione dal bulgaro: Antonia Tzenova]

da PRIMAVERA (PROLET)

Primavera mia, mia bianca primavera
ancora non vissuta, non celebrata,
solo in lucidi sogni sognata
mentre bassa trascorri sui pioppi
e qui non arresti il tuo volo...
Primavera mia, mia bianca primavera...
ch'io possa vedere il tuo primo volo
dar vita alle morte piazze
ch'io possa appena vedere il tuo sole
e morir sulle tue barricate!

Nikola Vaptzarov

[ www.bulgaria-italia.com - Traduzione dal bulgaro: Antonia Tzenova]

lunedì 14 settembre 2009

POESIA CUBANA
HEBERTO PADILLA
(1932-2000)




NON FU UN POETA DEL FUTURO

Diranno un giorno:
lui non ebbe visioni che possano essere trasmesse ai posteri.
Non possedette il talento di un profeta.
Non incontrò sfingi da interrogare
né accettò che leggessero nella mano della sua ragazza
il terrore con cui sentivano
le notizie e i bollettini di guerra.
Decisamente lui non fu un poeta del futuro.
Parlò molto dei tempi difficili
e analizzò le rovine,
ma non fu capace di sostenerle.
Andò sempre con la cenere sulle spalle.
Non svelò neppure un mistero.
Non fu né la prima né l’ultima figura di un quadrivio.
Octavio Paz non si occuperà mai di lui.
Non sarà neppure un esempio per i saggi di Retamar.
Neppure Alomá e Rodríguez Rivera,
né Wichy il pellerossa
si occuperanno di lui.
Nemmeno la Stilistica si occuperà di lui.
Non ci fu niente di extralogico nella sua lingua.
Invecchiò con chiarezza.Fu più diretto di un obiettivo.

(da Tellusfolio.it - Tratto da Fuera del juego (1968). Traduzione di Gordiano Lupi)

martedì 8 settembre 2009

POESIA INGLESE
TONY HARRISON
(1934)




Interurbana

II

Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.

(da: Tony Harrison, "V e altre poesie", Einaudi)

Traduzione: Massimo Bacigalupo


Clessidra

L’oro resiste a una fiamma abbastanza calda
per far di te cenere nell’urna standardizzata.
Una busta di tela ruvida, ufficiale,
contiene la tua fede, che non è bruciata.
Papà mi raccomandò di dirgli al St. James
Che l’anello doveva andare nell’inceneritore.
Gli assicurava che si sarebbero rivisti, “dopo”,
quell’”eterno” scritto accanto al loro nome.
Firmai come figlio per il pacco degli indumenti,
impermeabile, vestito, mutande, reggiseno
– l’incaricato telefonò giù: 6-8-8-3-1?
Ha ancora l’anello? (breve pausa) Bene!
Ora è sulla mia mano, il tuo anello brunito…
Sento le tue ceneri, testa, seni, utero, braccia,
scorrere lente attraverso quel cerchio, come nella clessidra
che mi lasciavi guardare per cronometrare le uova.

(da "V. e altre poesie", Einaudi)

Traduzione: Massimo Bacigalupo

domenica 6 settembre 2009

LEONARD COHEN
(1934)



Questo è per te

Questo è per te
è il mio intero cuore
è il libro che ti avrei letto
quando fossimo stati vecchi
Adesso sono un'ombra
Sono senza pace come un impero
Tu sei la donna
che mi ha reso libero
Ti ho vista guardare la luna
Non hai esitato
ad amarmi con essa
Ti ho vista onorare gli anemoni
colti tra le rocce
mi hai amato con essi
Sulla sabbia liscia
tra i ciottoli e la spiaggia
mi hai accolto nel cerchio
meglio ancora di come si accoglie un ospite
Tutto ciò è accaduto
nella verità del tempo
nella verità della carne
Ti ho vista con un bambino
mi hai portato al suo profumo
e alle sue visioni
senza chiedermi sangue
Su tantissimi tavoli di legno
adornati con cibo e candele
mille sacramenti
che hai portato nel tuo cesto
Ho visitato la mia creta
Ho visitato la mia nascita
fino a quando sono tornato piccolo
ed impaurito abbastanza
da nascere di nuovo
Ti ho voluta per la tua bellezza
mi hai dato più di te stessa
Hai condiviso la tua bellezza
questo è tutto ciò che ho appreso stanotte
mentre ricordo gli specchi
dai quali sei scomparsa
dopo che hai donato loro
ciò che essi ti chiedevano
per la mia iniziazione
Adesso sono un'ombra
desidero ardentemente
giungere alla fine del mio peregrinare
e vado avanti
con l'energia della tua preghiera
e procedo
in direzione della tua preghiera
poiché tu sei inginocchiata
come un mazzolino di fiori
in una grotta di ossa
dietro la mia fronte
e mi muovo in direzione di un amore
che hai sognato per me

Leonard Cohen
(da paroledautore.net, tradotto da Alessandra C.)

giovedì 3 settembre 2009

POESIA INGLESE
STEPHEN SPENDER

(1909-1995)

Il vestitino

Il vestitino ricamato a uccelli
é irrimediabilmente rovinato.
Lo comprammo a primavera.
Lei stava seduta sulla sedia,
le braccia sollevate come rami.
Appoggiai la testa sul suo seno
ascoltando l’uccello più pesante
battere al centro della nostra felicità.

Ogni cosa precipita e scompare,
i vestiti che erano così allegri
giacciono nei solai, come le bambole
con cui i monelli giocavano.
Il letto dove ci si amò
é quello di un fiume su cui
l’incantevole allucinante vita
è trascinata fin dove il torrente può.
Nidi e rami canori
mischiati a blocchi di ghiaccio
furono le primavere di ieri.

Abbracciamoci con un bacio solenne
dove le menti di entrambi hanno occhi
contemplanti al di là di tutto questo
universale smarrimento, e nello sguardo
dell’uno nell’altro,
accetta quello che passa, credi a quanto rimane.
Srephen Spender

(da:”Collected Poems”, Faber and Faber, London 1955, traduzione di Sergio Solmi da “Quaderno delle Traduzioni” Einaudi editore, 1977)

venerdì 21 agosto 2009

POESIA AMERICANA
MARTHA COLLINS
(1940)


Diverse cose

Diverse cose potrebbero trovarsi in questa poesia.
Delle susine in un piatto di peltro.
Una lepre rossa, appesa per una zampa.
Un vaso di fiori. Tre bulbi di scalogno.

Un uomo potrebbe cantare, in vestaglia bordeaux,
la cintura dorata legata con un nodo piano.
Qualcuno potrebbe slegare il nodo.
Una donna potrebbe lanciare in aria una moneta d’oro.

Uno sconosciuto potrebbe dire la prossima frase,
è questo che ho tanto aspettato
e offrire un cestino colmo di mele
colte stamani, prima della pioggia.
Potrebbe piovere in questa poesia,
ma se piovesse l’uomo continuerebbe
a cantare mentre la sera bordeaux
cadrebbe sul lucido parquet.

Potrebbe nevicare in questa poesia.
ricordi come il cacciatore sbatteva gli stivali
prima di appoggiare il fucile nell’angolo
e appendere il berretto al gancio d’ottone?

La donna potrebbe aprire il sedile d’ebano
e trovarvi la canzone che cantava sempre sua madre.
Senti: la donna sta suonando.
L’uomo canta la canzone.

Intanto il cacciatore sta facendo un bagno caldo
nella vasca bianca dai piedi a zampa di leone.
Oppure il cacciatore è partito? E i suoi stivali
lasciano tracce nella neve fresca?

Quand’è che la donna mette a posto i fiori?
Prima che il cacciatore osservi
il disegno minuto sul vaso? Prima
che l’uomo cominci a sbucciare lo scalogno?

Adesso la donna taglia le mele
Nella ciotola blu. Ci potrebbe essere
un bambino che osserva cadere dal coltello
l’intatta spirale della buccia.

E poi potresti apparire tu.
Potresti essere il bambino con le guance rosse,
il cacciatore, o lo sconosciuto.
Potresti fermarti a cena.
Una ricetta provenzale. Una lepre
Rosso vivo, uccisa all’alba.
Scalogno. Brandy. Pepe, sale.
Una mela nella pentola.
Martha Collins

(A cura di Maria Grazia Marzot e Pamela Alexander, su:Poesia, anno XV Luglio-Agosto, 2001 n. 163, Crocetti Editore)

giovedì 20 agosto 2009

POETI ITALO-AMERICANI
GIOSE RIMANELLI
(1926)


Oh va’ via da quel lercio King Midas Saloon sull’autostrada
con le sue sguerce slabbrate minifucks fuggite di casa
e Reverend Spoon pastore di condoms e dildos che sparla
con strazio di AIDS e doomsday nel suo colmo bicchiere.
Ma questo a parte, tu sei stufo di birra di sbirri.

E adesso ascoltami bene, Bambolino: scivola intatto
nello spacco di scalpo che ancor hai un rock o un rap,
metti un piede avanti a quell’altro e se la porta ti sbatte
alla schiena cacciandoti fuori non battere ciglio: hai solo
dopo tutto lasciato mammolette, primroses di sfatti giacigli.

Impala la notte: non vi trovi sbadigli ma maglie di stelle,
e non sbiancare d’orrore nell’improvviso tremore (terrore?)
che ti scaglia fuor del paniere per quel sadico muso di rossa
Corvette che di balzo sbuca dal buio e quasi t’annusa
rincorsa com’è da cops e strida e lampi di corte mitraglie.

Questa è la tiepida notte di Chicago, anni dopo Al Capone.
Non vedi quelle luci blugialle blurosa di pelle carnosa
che abbagliano tagliano visi risate di gente ch’esplode
su strade balconi, e quelle cosce muschiose che sfrusciano
ansiose d’amore? Effluvio di vita di morte nel cuore.

Letti profondi, sensuali guanciali un po’ lustri di bava
palustre aggrumata come quel tempo, ad Amsterdam, in vuote
sere di bile cercando Van Gogh il quartiere degli Albatros
dei mariners affogando sonno libidine nell’acqua lustrale
dei canali per paura che addosso ti crollasse il mattino.

Su su, Bambolino: guarda quel mambo di gambe quelle mani
quei culi quell’oceano ondoso di anche di curve con labili
sibili passandoti accanto, e osserva mano a mano la mista
conserva di coppie con mano nella mano e le altre, spogliate
forse di affetti, annoiate e distratte, domandagli: come mai?

Ma subito il ritmo s’impiglia, il rap è finito ed un frale
vento di mare, perfido australe, ora sale dal lago si mette
ad urlare, ferito animale, nelle valli nevose della tua mente.
Forme d’ombre remote, di ore alterne, ora ruzzolano lente
dalle lanterne del Parco. E’ giorno di nuovo, e l’asma ritorna.

Giose Rimanelli
(da Alien Cantica - An American Journey, Peter Lang 1995 - Traduzione: Luigi Bonaffini)

mercoledì 19 agosto 2009

POESIA FRANCESE
PAUL – JEAN TOULET
(1867-1920)

X

Fò ha detto…….
“Del tappeto che tessiamo, come
il baco nel suo lenzuolo,
noi vediamo il rovescio solo:
tale è il destino dell’uomo.
Ma può darsi che ad altri occhi
l’altro lato dispieghi appieno
il segno, i fiori, la gioia
d’un mirabile disegno”.

Così Fò , che delle sue tisane
il nero oro inebria, o i suoi versi,
canta, e va di sghimbescio
in mezzo a due cortigiane.
Paul- Jean Toulet
(Traduzione di Sergio Solmi da: Quaderno delle traduzioni, Einaudi, 1977)

mercoledì 12 agosto 2009

POESIA GALLESE
DYLAN THOMAS
(1914-1953)



QUESTO LATO DELLA VERITA'

Questo lato della verità
non puoi vedere, figlio mio,
re dei tuoi occhi azzurri
nell’accecante paese della gioventù,
ché tutto è disfatto,
sotto i cieli immemori,
d’innocenza e di colpa
prima che accenni a fare
un gesto appena del cuore o della testa,
è colto e sparso
nella tenebra avvolgente
come la polvere dei morti.

Bene e male, due modi
di andare incontro alla tua morte
per il mare che s’avventa,
re del tuo cuore nei ciechi giorni,
dileguano come respiro,
passano urlando attraverso me e te
e le anime di tutti gli uomini
nell’innocente
tenebra, e la dannata tenebra, e la buona
morte, e la cattiva morte, e poi
nell’ultimo elemento
volano come il sangue delle stelle,

come le lacrime del sole,
come la semenza della luna, macerie
e fuoco, la fuggente irruenza
del cielo, re dei tuoi sei anni.
E il tristo augurio,
fin dall’origine delle piante
e animali e uccelli,
acqua e luce, terra e cielo,
è gettato prima che tu ti muova,
e tutte le tue azioni e le parole,
ogni verità, ogni bugia,
muoiono in un amore che non giudica.
Dylan Thomas
(Traduzione di P. Bigongiari: da: Poesia del Novecento in Italia e in Europa, a cura di Edoardo Esposito, II Volume, Feltrinelli, 2000. )

sabato 2 maggio 2009

POESIA TEDESCA
GUNTER KUNERT
(1929-2009)


6
Ah, è partito. Prendesse almeno
la via più breve. Verso i salsicciotti senza smisurate
aggiunte di senape. Verso le notti senza l’unica
dovizia di questo mondo, l’angoscia. Andasse per questa
via che conduce
per porte aperte
dietro cui sta in agguato null’altro che devota vacuità.
Procedesse
da sé
e affilasse le forbici finalmente per mozzare tutti
i vecchi fili e corde funi e cavi dai quali
egli
si dimena scuotendosi in orribile danza. Ah, se ne andasse
verso lo sterminato mare di lacrime e prosciugasse
un metro quadrato ah, non per via burocratica per via sbagliata.
E’ partito
é vero ma almeno prendesse la via più breve
che conduce più lontano.

7
Invero egli è partito. Invero può
raggiungere i campi della concreta beatitudine: quelli
del ben saziarsi
delle scarpe di vero cuoio
delle canzoni rauche per la grappa
delle caratteristiche grotte con le Alpi ad olio
alla parete. Ahimè, doloroso e reale là dimora un
altro già presente prima dell’arrivo e struggendosi
si solleva: il serpente primordiale
QUESTONONBASTA
inestirpabile con decreti. Non decapitabile da qualche
Ercole
Non da qualche rivoluzione. Non esorcizzabile con scongiuri.
Non con tamburi pubblicitari. Non con il tam-tam di una scienza.
Non con la tromba di qualche piccolo giudizio universale.
Gunter Kunert
(da: Ricordo di un pianeta, Einaudi Editore, 1970, traduzione di Luigi Forte)


giovedì 30 aprile 2009

POESIA GRECA
TITOS PATRIKIOS
(1928)







Debito


Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.



Titos Patrikios
Novembre 1957
Traduzione di Nicola Crocetti
La resistenza dei fatti a cura di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 2007

venerdì 24 aprile 2009

POESIA NORVEGESE
OLAV H. HAUGE
(1908-1994)



La terra azzurra
Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.
Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.
Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.
Olav H. Hauge
Traduzione di Fulvio Ferrari
Da La terra azzurra a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

martedì 21 aprile 2009

POESIA AFRICANA
N. NGAMA
PRIGIONE
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione
Amare un solo amico
un solo padre
una sola madre
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione

Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione

Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
avere un solo essere
é prigione
N.Ngama

lunedì 20 aprile 2009

POESIA TURCA
NAZIM HIKMET
(1901-1963)






Il piu' bello dei mari

e' quello che non navigammo.

Il piu' bello dei nostri figli

non e' ancora cresciuto.

I piu' belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di piu' bello

non te l'ho ancora detto.

Alla vita

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell'al di la'.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

o dentro un laboratorio

col camice bianco e grandi occhiali,

tu muoia affinche' vivano gli uomini

gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla e' piu' bello, piu' vero della vita.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perche' restino ai tuoi figli

ma perche' non crederai alla morte

pur temendola,

e la vita pesera' di piu' sulla bilancia

sabato 7 marzo 2009

POESIA PALESTINESE
MAHMUD DARWISH
(1941-2008)



Carta d’identità

Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.

Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !

Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.

Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.

Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?

Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.

Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !

Si tratta di un uomo

Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero : “ sei un assassino “.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero : “ sei un ladro “.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero : “ sei un profugo “.

O tu, dagli occhi e le mani sanguinanti !
la notte è effimera,
né la camera dell’arresto
né gli anelli delle catene
sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi !
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.


Innamorato dalla Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

Tratto dal testo: “ Poesie della Resistenza Palestinese”
di F. Aljaramneh & A. Tailakh
Edizione “Al Hikma” Febbraio 2003