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domenica 11 ottobre 2009

GIOVANNI GIUDICI
(1924)



GUARDERO' INDIETRO

Guarderò indietro, non avrò più paura.
Dimenticare amici, dimenticare sventura
o ventura, non serve, cambiare accento,
sapere tutte le giuste notizie,

dunque non serve. Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò….Ma qui un po’ di vento
già mi sbalestra, mi scopro se mi nascondo,

mi coglie in fallo: basta un niente a tradirti,
e sbagliare da soli non dà esperienza.
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.

Giovanni Giudici
(da: La vita in versi di Giovanni Giudici, a cura di Enrico Testa, su “Poesia”, anno III, gennaio 1990, numero 25)

sabato 10 ottobre 2009

GIORGIO BASSANI
(1916-2000)
DOVE VIVI?

Dove vivi? - mi chiede corrugando la
fronte e stringendo le palpebre – Dov’è
che diavolo stai?

A Roma? A Ferrara? Laggiù a
Maratea? Oppure nuovamente
altrove?

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più
piccolo posto un po’ tuo- concludo – proprio tu che fino
all’altro ieri soltanto
non ne hai abitato in fondo che
uno
Giorgio Bassani
(Da: In gran segreto, Mondadori, 1978)


a MOMI

Gli anni – quaranta almeno dei tuoi sessanta – tutti una ritmica
alternanza d’autunnali nebbie ineffabili di inverni
del pari inesprimibili nelle opache loro o fulgenti
nevi urbane e collinari d’estati
anch’esse da non dirsi nei loro padani
polverosi ori
supremi


o nel frattempo tu sempre lì in attesa di un’improbabile
inaudita primavera giammai
avere tu fretta anzi marcissero
in te cose ed eventi prossimi sempre a una mirabile
epifania ad una imminente
caduta….


Era alla Poesia che tiravi a quella

Giorgio Bassani
(Da: In gran segreto, Mondadori, 1978)

venerdì 9 ottobre 2009

FELICE PIEMONTESE
(1942)


STREGHE (a Patrizia Vicinelli)

di Patrizia Vicinelli ricordo un gesto
di tenerezza, davanti a una fontana
di Pesaro (m’innamorai subito
naturalmente, quando già
aveva deciso che lo spreco
di sé è l’unica fatica
che merita di essere
fatta. Negli ultimi tempi (ma
la saggezza non arriverà, dissi) amava
raccontare le sue avventure, come farebbe
un vecchio esploratore: le fughe,
il carcere, i molti umori, le rivolte, questa
vita di rossori, Anastasia,
anche gli aborti, certo, e
la lunga droga, le persecuzioni, la strega
degli Abruzzi (fu a Tangeri
o a Westminster bridge che
ci venne incontro?). Sono (quasi) sempre
allegra, disse, Il futuro sarà
radioso (aveva
ancora pochi mesi). E almeno
non ci saranno la compassione, la senilità
precoce, irreversibile
è il tempo, nevvero, e certe
le macerie. Chi sa perché

Felice Piemontese
(Su Risvolti, Edizioni Riccardi, quaderni di linguaggio in movimento, Misenum Rain n. 6, 2001)
STELIO MARIA MARTINI
(1934)


*

é vero, amore, è vero: dietro i muri, oltre le porte
esistono gli angeli lievitanti dei bordelli-
é vero, amore, è vero: basterebbe infatti abolire gli opericoli-
io credo ai miracoli, al sonno, e intanto giacciono i terremoti-

ognuno mi stende la mano, una sua zampetta pelosa
ognuno mi offre una rosa o un’unghia, ma invano-
la strada, la folla, ogni cosa caduta e gettata
è bella con te… è vero, ma, cos’è mai capire?

é vero, amore, è vero: né per frigus pars destrens
mi sento rivivere, né sono per questo più acuto-
il mare, il cielo, il sole, le zanzare, i tafani, le mosche
è tutto una musica nel tuo ronzare plenilunio-

ho l’anima piena di luce, non sono altro che un bugno
io amo, io sono felice nonostante i privati fetori-
è vero, un miracolo, è vero, in questo ricettacolo di goccioline,
amore, sei tu, ritrovato nell’incredibile brulicante

Stelio Maria Martini
(Da: Schemi, su Risvolti, Quaderni di linguaggi in movimento, Edizioni Riccardi, Arvenum Poetryn. 1, 1008)


HARLET’S HOUSE

C’incamminammo a passo errante
per la lunare strada sognante
e finimmo davanti all’Harlot’s House.

Da dentro udimmo oltre il fracasso,
alto e distinto in mezzo al chiasso,
il Treus Liebes Herz di Strauss.

Come strani automi grotteschi
componevano fantastici arabeschi
ombre in moto di là da un paravento.

Vedevamo spettrali ballerini
muoversi a suon di corni e di violini:
un turbinio di foglie nere al vento.

Come pupazzi comandati a fili
quei gracili scheletrici profili
saltellavano simili a birilli.

Si prendevano l’un l’altro per mano
ballando seriamente un ballo vano
tra sonore risate, grida e strilli.

Ora una bambola stringeva al petto
un fantoccio meccanico all’aspetto,
ora sembrava accennassero a un canto.

Ora invece un’orrenda marionetta
usciva a fumare una sua sigaretta
come se fosse viva per incanto.

Allora dissi rivolto al mio amore:
ballano i morti coi morti, è un orrore,
un vortice di polvere in caduta!

Ma lei sentiva il violino e lasciò,
lasciò il mio fianco sinistro ed entrò,
entrò il mio amore nella casa perduta.

Ed ecco di colpo quei suoni stonarono,
i ballerini il ballo arrestarono,
cessava con il valzer l’impostura.

E giù per la lunga, immobile strada
nell’alba grigia di fredda rugiada
un brivido corse di bimba in paura.

Stelio Maria Martini
(Da: Via nel tempo,Il Laboratorio/ Le Edizioni, Nola, 1997)
MARISA PAPA RUGGIERO
(1943)


SULLA SCENA

Dal mio pennello
la stanza scende
sulla tela, non diversa
né uguale alla mia stanza

e dentro qui nel mezzo
dipingo un cavalletto ed una tela…
e sulla tela una scena,

poi me stessa
che dipinge una scena
(me stessa due volte)
o due me in una volta
entro cogli occhi dentro i miei
sulla scena,
mi guardo in ciò che manca

e ciò che manca è dipinto
e tuttavia esistente,
nato qui:
sulla scena

Marisa Papa Ruggiero
(Da: L’estremità del nome, su Risvolti, Quaderni di linguaggi in Movimento, Edizioni Riccardi, Arvenum Poetry, n.1, 1998)

giovedì 8 ottobre 2009

GIOVANNI TESTORI
(1923-1993)


A TE

Se tu m’amassi un po’ di più,
ti giuro
non potrei,
non vivere più.

*

Nella vita
non incontrerai più nessuno.

Il miracolo non si ripete é uno.
Si adagia su di te la sera,
si adagia su di me
la tua affranta, perseguita giovinezza.

Non ci sarà più bellezza;
se tu parti,
non ci sarà più salvezza.

*

Sei tu che hai fatto nevicare?
E per dirmi che mi vuoi davvero stringere,
baciare?

*

Non guardarmi.
Sai che posso piangere,
tremare

E’ solo così che ci possiamo amare?

*

Avremmo percorso insieme
Le strade che attendono
i misconosciuti, i banditi.
Saremmo stati dei vermi, dei cani,
ma la sera, oh amore, la sera
ci saremmo stretti come due poveri figli
nelle nostre tristissime mani…

*

Lentamente ti carichi anche tu
della mia stessa croce.

Affranto sotto il peso
non ti senti triste,
non ti senti offeso.

Sei una pecora che avanza
e non bela ormai più:
sei hai bisogno – mi dici –
la mia felicità prendila tu.

Giovanni Testori
(Da: A te, Almanacco dello Specchio, 1979, su Quinta Generazione, Anno XII-1984, Maggio-Giugno nn. 119-120)

PATRIZIA CAVALLI
(1947)



Da: L’io singolare proprio mio

Ah smetti sedia di essere così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Patrizia Cavalli
(da Parola plurale, Sossella editore, 2005)

VIVIAN LAMARQUE
(1946)


QUESTA QUIETA POLVERE

1

Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più

Disse al figurinaio fammi una statua di cera
che si muova come un uomo vero

i morti se li tocchi sono freddi
invece i vivi sono tutta un’altra cosa

l’amore mio quando lo toccavo
ero felice

In un certo reame in un certo stato
vivevano un tempo un re e una regina

ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio
metà era bambino

l’ultima volta mi aveva detto
se mi ammalo tu mi curi?
e io avevo detto di sì
sai smacchiare le giacche?
e io avevo detto un po’

In un certo reame in un certo stato
vivevano un tempo un re e una regina

il mattino dopo che si è morti
non ci si può svegliare
la vita è finita
è incominciata la morte

non si può sempre restare
un po’ starò
e un po’ andrò

io lo so dove andare
conosco certi luoghi
dove l’amore mio col suo profilo va
Le acque di una stessa rapida vanno fra mille ostacoli
poi si riuniscono, anche se non subito

dimmi: ma tu e l’amore tuo siete di una stessa rapida?
sì se no non saremmo una volta confluiti

e quando sarebbe se non subito?f
fra mille e ottomila generazioni finché questo ciottolo
diventi masso

certe volte io credo di assomigliare a qualcuno
certe volte io credo di non assomigliare a nessuno
io assomiglio a me stessa
innamorata dell’amore mio

Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più

con questa luce forte
si vede a prima vista che l’amore mio non c’è
l’amore mio manca così tanto
che non vedo l’ora che sia buio
buio nero per non vederci più

al buio certe volte
l’amore mio col suo profilo appare

non mi dice parole
né si lascia toccare
comunque al buio certe volte
l’amore mio coi suo profilo appare

II

io mi ricordo la prima volta che lo vidi
erano le ore 16 del giorno sabato di giugno
lui arrivava da un corridoio lungo

dove si ritira l’amore
avanza la morte Giardiniera

io non voglio la Morte Giardiniera
io voglio un giardino
con dentro l’amore mio a zappare

se un giorno l’amore mio ritornerà
io sarò felice

come le piantine di riso che in autunno
si reclinano tutte d’un verso
a voi a voi vorrei piegarmi

adesso basta non esserci
adesso voglio che l’amore mio ci sia
voglio che l’amore mio sia lì
anzi qui
che io possa allungando una mano
toccarlo

Disse al figurinaio : fammi una statua di cera
che si muova come un vero uomo

i morti se li tocchi sono freddi
invece i vivi sono tutta un’altra cosa

l’amore mio quando lo toccavo
ero felice

io non voglio essere quieta
io non voglio essere polvere

nelle vite quando mettono la data di nascita
io vado subito a vedere la data di morte
poi faccio la sottrazione
e metto il risultato

io non sono morta io sono nata
il 18 aprile 1946

sono viva credo
i rami sulla mia mano
sono pieni di convolvolo

Vivian Lamarque
(Da: Una quieta polvere, - Parola Plurale-, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinellii e Paolo Zublema, Sossella Editore, Roma, 2005)

mercoledì 7 ottobre 2009

BIANCAMARIA FRABOTTA
(1946)

5

Se postumo è il nostro dialogo perché ci bastò
una vita soltanto e non
fin oltre l’orto concluso che anche qui le conifere
stagliano e scorciano se sondi troppo le punte?
Immune da ogni esito andrà ancora a capo
la muta insidia del caso
il bacio delle note che ancora ci adesca
il giro delle quinte in cui più vale la finta
che con tantalica mente appaga chi non resiste
e mente e quel neo sulla guancia diventa
il cielo nero di una notte illune. L’ultima
in cui poter dormire. L’unica che imparò a morire.

Biancamaria Frabotta


10

Non più la trepida festa del vento che sciabola rincorse.
Sédati vento. E’ il tempo della posa.
Cheta la tua impaziente opera di limatura.
Lascia che Jole sparga la sua segatura e la lucertola
immota risalga dal fondo d’un ossario marino
dove rosseggia la seppiolina e argentea risplende
la lisca dell’aringa. E se gli ultimi
saranno i primi venga presto la primula
a ultimare le dimenticanze dello scalpellino.
Domani avrò anch’io l’impareggiabile lucentezza del marmo.

Biancamaria Frabotta
(Da: Il vento a Bures,- Parola plurale a cura di Giancarlo Alfano. Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli e Paolo Zublema..
Sossella Editore, Roma, 2005)

COSIMO ORTESTA
(1939)


IL SENTIERO DAL CUORE DELLA CASA


Piccole navi morte, sotto tetto d’acciaio,
del nero ardore parlano
che il figlio di Corneille consunse –
la percezione dell’acqua e dell’età,
il soffio delle foglie,
la lettura del thè in cui (tutto fiorito
a morte)- il figlio: “Orsù mio bel signore
disàrmati” dicendo, insiste a che
la Defayis discenda adesso ammantata
di carezze fresche e vedove medaglie
che l’ebbero corrotta ma sempre più inflessibile
nel negarsi.

A dodici anni o a trenta da altissime
vele soffocato inutilmente o da collana d’acciaio
-dolcissimi pigiami! – l’astuto sollievo
inerte si fingeva col fiato corto reclamando
letto di spighe e lande belle e piane.
Ma aria di paragone con l’aria già di collera
di crepe giù nella corte si era fasciata

Cosimo Ortesta
(In margine alla lettura di una biografia di Pierre Corneille e di una lettera alla madre (Caroline Archnhaut Defayis) di Charles Baudelaire.


PAROLA STESSA


Cominciata nell’orizzonte dove crolli
mi dai la mano (sì, che me lo dici)
bella a me gridando se conosci
il lungo pelo e il bosco
che s’inarca

paziente trasudi qui son
io perché non scrivi e giri
intorno un quarto di parola
parola stessa d’ago e storia
entrata veglia
nei colpi sul femore battuti

ti sbarri gli occhi e il respiro
nei tiepidi scongiuri
alla porta chiusi con fendenti
e sveli l’alluce posato sulla foglia
la forchetta a te imboccata
la carezza stoccata sulla nuca.

Cosimo Ortesta
(Da: Il bagno degli occhi, Società di poesia,1980) Su Quinta Generazione, Anno XII,1984, Maggio.Giugno , nn. 119-120)
GIULIANO GRAMIGNA
(1920)


UNA CITTA’ LOMBARDA


2

Ben altro ti attende che il fischio
sordo della lampada a gas
sullo sterrato: non è il cuore che batte
ma il martello pneumatico nel punto
dove comincia l’inferno
come in un blocco di tormalina
eritis sicut dei, pensieri, desolati, volti
ghiacciati nella speranza!
Ogni sera c’è sempre meno rimorso
nello spazio di guadagnare,
meno tempo da ingannare. Piove nella stanza
diggià la cenere del Capo Nord.

Giuliano Gramigna
(Da: La pazienza, Rebellato, 1959, su Quinta Generazione, Anno XII-1984, Maggio-Giugno. Nn. 119-120)

martedì 6 ottobre 2009

GIULIA NICCOLAI
(1934)


Da:FRISBIES (1982)


Una volta
aprendo il frigorifero
é capitato anche a me di dire:
“C’è qualcosa di marcio in Danimarca”.

Un uomo mi fa notare
-durante l’intervallo di una mia lettura alla Pasticceria-
che il pane in Toscana viene fatto senza sale
e che Dante ha scritto:
“Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui…
E intanto Dante sale.

IS mi dice di aver visto vicino alla Porta Romana
un picoloo ristourante Thaigliandeisi.
“Come, dico io, “il ristorante si chiama Italia Daisy?
“Come, dice lui, (“Italian Daisy? Thaigliandeisi”
“Ah, Thailandese, dico io. (Lui, IS, mi stava parlando
in italiano e io lo stavo ascoltando in inglese).
E pensare che la più “bella” signora dell’orto
che io ero convinta si chiamasse Italia,
si chiama invece Margherita.

Non si gioca a Frisby solo con le parole
è bene farlo anche con le braccia e con le gambe.

“Beati i poveri di spirito”
dovrebbe dare in inglese
“Blessed are the half-wits”
Invece fa: “Blessed are the poor in spirito”
Sì, bevo sempre parecchio.

Vichinghi, normanni e altri
-per lo più navigatori –
vengono solitamente raffigurati
a prua, in piedi, che scrutano l’orizzonte. Alias infinito.
A un certo punto, però anche loro
saranno costretti a dire “Terra-terra-.

I Presidenti degli Stati Uniti
-da quando televisione é televisione-
e quando parlano al popolo americano,
fissano sempre un punto sopra l’obiettivo della camera.
(Vedi: orizzonte. Vedi infinito).

Sapeva quello che si diceva
quello che ha detto:
“Vedi Napoli e poi muori”.
(Questo è un omaggio ai leopardi, ai gattopardi, ai viceré, alle
pantere nere?)

La poesia
va da tutte le parti
e così fo’ io.
Laudata sia.

Giulia Niccolai
(da: Nuovi segnali, antologia sulle poetiche verbo-visuali italiane negli Anni Settanta-Ottanta, a cura di Vitaldo Conte, Maggioli editore, 1994). Riportato nella Rivista Quinta Generazione, anno XII, 1984, Maggio-Giugno)

lunedì 5 ottobre 2009

EDOARDO SANGUINETI
(1930)


Purgatorio de L’Inferno
XVII poesie, 1960-196316


16

mentre dicevamo: ma guardatela; (quella luna); ma proprio allora
io pensavo (ma tranquillo) alle parole già scritte a mia moglie:” ma
tranquilla”; (avendo spiegato); “ma tranquillo” (più tardi); “ per
Sempre” (quel minaccioso significato);
i piedi
nell’erba bagnata, nel sentiero, dopo la pioggia, incerto, in mezzo alle mucche
normanne (.:.); e poi l’alba, appunto; e poi Madame Heurgon, che ci vede
da una finestra del castello (nell’alba);
e poi non importa, appunto, niente;
(dopo la colazione, la buonanotte, il buongiorno, nella cucina, nell’alba);
e poi: stanco di spiegare, poi, di giustificare (di giustificarmi); (e volevo
dire, appunto: di giustificarmi – come ho spiegato – “ per sempre”);
e poi:
stanco di così insistente ricorso; (a fantasmi); dicendo: perché avrai
notato come mi sono affrettato, insistente, a ricorrere….;
e così via); (a fantasmi);
ma tranquilla, Luciana, davvero ( il 30
settembre), più tardi; ma voglio poi dire, adesso: “per sempre” (….);


Edoardo Sanguineti
(da Segnalibro. Poesie 1951-1981, Feltrinelli, 1982)
ANTONIO PORTA
(1935-1989)


RAPPORTI UMANI

Camminare diviene intollerabile, è passato
un altro anno con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’é.

Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
mi raccontava una storia- sì, ma soltanto la fine-

Antonio Porta
(da: I rapporti, su Poesia italiana del Novecento, a cura di Edoardo Sanguineti, Einaudi, 1969)
NANNI BALESTRINI
(1935)


1


Di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

la vista è incomparabile col bel tempo ma è
spesso offuscata dalla nebbia

panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
ghiacciato sulla vallata e le montagne circostan-
ti

panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
cime oscillanti che lo dominano

con una rivista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
tagne a O e a N

fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
Cevenne

avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
del cielo

increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
me un fiume che discende nella vallata

lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
lato e le alpi marittime da quello opposto

lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dal-
tra sui due versanti

colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
carichi di pioggia spruzzi di azzurro

un azzurro fiume di jeans.

Nanni Balestrini
(da:” Blachout” Feltrinelli, 1980)