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venerdì 30 gennaio 2009

POESIA GUATEMALTECA
MIGUEL ÁNGEL ASTURIAS


(1899-1974)


Inverno

In ginocchio tra vento, orma e levriero

corsi dietro di te, chiara presenza,

trascinato dal lampo di una stella

di senso in senso sino alla tua assenza.

Attraversasti, amore, gli egoismi

che con selce di lacrima ti svelo

sovrapponendo abissi dopo abissi,

nella mia solitudine di gelo.

Il grande ragno della pioggia fila

con acqua e vento leste ragnatele.

Cosa mai diverranno domattina?

Forse un vetro infrangibile, di certoso

migliante ai miei occhi ormai sereni

dopo aver pianto tutto ciò che ho perso.

Traduzione di Cristina Sparagana.

Poesia n. 235 Febbraio 2009 - Miguel Ángel Asturias

Un trovatore precolombiano a cura di Cristina Sparagana, Crocetti Editore 2009

POESIA AUSTRIACA

NORBERT C. KASER

(1947 - 1978)







Le trottole nella mia testa
hanno ripreso a vorticare
ancora sono fiorenti i lampioni
nel mattino dopo la notte
di plenilunio. Ho dormito
oltre il tempo e mia
lode è il sogno con
rabbia. Dalle croci delle vette
lungo le finestre abbaglianti
delle fattorie più alte
la luce solare che brucia la neve
scala lentamente
la conca di valle
ancora fioriscono
i lampioni le trottole
nella mia testa
hanno ripreso a vorticare

Norbert C. Kaser
31.1.69


Traduzione di Gio Batta BucciolPoesia n. 234 Gennaio 2009, Norbert Conrad Kaser, La dolcezza della ribellione a cura di Gio Batta Bucciol Crocetti Editore 2009

sabato 10 gennaio 2009

BEAT GENERATION
GREGORY CORSO
(1930-2001)


Sogno di una stella

Ho sognato Ted Williams
piangente nella notte,
davanti alla Torre Eiffel

Era in divisa
con la mazza ai suoi piedi
nodosa e delicata
Aveva preso la mazza con le mani aperte
mettendosi in posizione, come se fosse nel box
e rideva! scaricando la sua collera di ragazzo
verso un invisibile mound
aspettando, fino in fondo, il lancio dal paradiso.

Arrivò, ne arrivarono centinaia, tutti rapidissimi.
E girò, girò, girò senza colpirne nemmeno uno,
sinker, curva, dritti in mezzo al piazzo
un centinaio di strikes!

l'arbitro vestito in uno strano abito
esplose il suo verdetto: SEI OUT !!
L'inorridito boato dei fantasmi degli spettatori
si disperse tra gli arabeschi di Notre Dame.
E io urlai nel mio sogno
Dio! tiragli il tuo lancio misericordioso!
Annuncia il colpo della mazza!
saluta une bella valida a sinistra!
Sì: il doppio, il triplo!
Osanna: il fuoricampo!
Gregory Corso
(Literary Kicks by Asher)



ALLEN GINSBERG

(1926-1997)



AMERICA

America ti ho dato tutto e ora non conto nulla.
America due dollari e ventisette cents 17 gennaio1956.
Non posso sopportare i miei pensieri.
America quando la finiremo con la guerra umana?
Va’a farti fottere con la tua bomba atomica.
Non mi sento bene non mi disturbate.
Non scriverò più una poesia finché non sarò in armonia.
America quando sarai angelica?
Quando ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai dalla tomba?
Quando sarai degna dei tuoi milioni di Trotzkisti?
America perché le tue biblioteche grondano lacrime?
America quando manderai le tue uova in India?
Sono stanco delle tue richieste folli.
Quando potrò andare in un supermarket a comprare quel che mi occorre
pagando con il mio bel viso?
America dopo tutto siamo tu ed io ad essere perfetti non il mondo.

I tuoi macchinari sono difficili da accettare per me
Mi è venuta la voglia di essere santo.
Ci deve essere un modo per ricomporre questa lite.
Burroughs è a Tangeri non credo che tornerà sarebbe un dramma.
Fai la funesta sul serio o è uno scherzo?
Sto cercando di capire.
Mi rifiuto di rinunciare alla mia ossessione.
America basta spingermi so quel che sto facendo.
America stanno cadendo i fiori del prugno.
Non leggo i giornali da mesi, ogni giorno processano qualcuno per omicidio.
America con Wobblies divento sentimentale.
America da ragazzo ero comunista e non me ne pento.
Fumo marijuana ogni volta che capita.
Sto in casa per giorni interi fissando le rose nell’armadio.
Quando vado a Chinatown mi ubriaco e nessuno mi scopa.
Ho deciso saranno guai.
Avresti dovuto vedermi quando leggevo Marx.
Il mio psicanalista crede ch’io abbia ragione.
Non dirò le preghiere del buon Dio.
Ho visioni mistiche e vibrazioni cosmiche.
America non ti ho ancora detto cosa hai fatto a zio Max
quando arrivò dalla Russia.
E’ a te che parlo.
Lascerai che le tue emozioni siano manipolate dal Time Magazine?
Sono ossessionato da Time.
Leggo la rivista tutte le settimane.
La sua copertina e come se mi guardasse ogni volta che passo
davanti al pasticciere sull’angolo
La leggo nel seminterrato della Biblioteca Pubblica di Berkeley.
Non fa che parlarmi di responsabilità. I businessmen sono seri.
I produttori cinematografici sono seri. Tutti sono seri tranne me.
Mi viene in mente che io sono l’America.
Parlo sempre da solo.
L’Asia mi si solleva contro.
Non ho neppure una chance che ha un cinese
Farei meglio ad occuparmi delle mie risorse nazionali.
che consistono in due canne di marijuana
milioni di genitali una letteratura privata impubblicabile che va
in Jet a 1400 miglia l’ora e venticinquemila manicomi.
Non dico niente delle mie galere né dei milioni di sottoprivilegiati
che vivono nei mie vasi da fiori sotto la luce di cinquecento soli.
Ho abolito i bordelli in Francia e a Tangeri.
Il mio sogno è diventare Presidente malgrado io sia cattolico.
America come posso scrivere una santa litania nella tua vena stupida?
Continuerò come Henry Ford le mie strofe sono individui
Come le sue automobili e in più sono tutte di sesso diverso.
America ti venderò strofe a $ 2500 l’una $ 500 meno della tua
Vecchia strofa.
America libera Tom Mooney
America salva i lealisti spagnoli
America Sacco e Vanzetti non devono morire
America io sono i ragazzi di Scottsboro.
America quando avevo sette anni la mamma mi portava alle riunioni
della Cellula Comunista, ci vendevano garbanzos una manciata per un
biglietto un biglietto costava un nichel e i discorsi erano gratis tutti
erano angelici e sentimentali verso gli operai tutto era così sincero non
hai idea che bella cosa fosse il partito nel 1835 Scott Nearing era un
grande vecchio un vero mensch Mother Bloor l’Evig-Weibliche delle
operaie dei setifici in sciopero mi faceva piangere una volta ho visto
l’oratore yiddish Israel Amter in persona. Dovevano essere tutti spie.
America non è che vuoi proprio andare in guerra.
America è colpa di quei russi cattivi.
Quei russi lì, quei russi, e quei cinesi lì. E quei russi.
La Russia vuole mangiarci vivi. La Russia ha un delirio di potere.
Ci vuol portare via la macchina dal garage e impadronirsi di Chicago.
Ha bisogno di un Readers’ Digest Rosso.
Vuole le nostre fabbriche d’auto in Siberia.
Con tutti quei burocrati lì che sanno come far funzionare le nostre stazioni di servizio.
Non va mica bene. Puh. Insegnerai agli indiani a leggere
Ci servono i nostri negroni neri. Ecco! Ci farà lavorare 16 ore al giorno. Aiuto.
America è una cosa seria.
America é questa l’impressione che ho se guardo la televisione
America è giusto?
E’ meglio che mi metta subito al lavoro.
E’ vero non voglio andare nell’esercito o a far girare torni in fabbriche
di pezzi di precisione, poi non ho la vista buona e sono psicopatico.
America ora mi rimbocco queste maniche pederaste.
Allen Ginsberg
(Traduzione di A Cesena, Antologia poeti stranieri, Arte Domus, 1989)


Un Supermarket in California

Quanti pensieri ho stasera su di te, Walt Whitman, passeggiavo su
strade laterali sotto gli alberi col mal di testa guardando la luna piena.
Nella mia stanchezza, per far acquisti di immagini
sono entrato nel supermarket sognando le tue elencazioni!
Che pesche e che penombre! Intere famiglie a fare la spesa di notte!
Reparti pieni di mariti! Mogli a scegliere avocados, lattanti tra i pomodori!
E tu, Garcia Lorca, che facevi in mezzo ai cocomeri?

Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio solitario,
tastare i pezzi di carne nel frigo, sbirciando i commessi di drogheria.
Ho sentito che facevi domande a ognuno. Chi ha ucciso le braciole di maiale?
Quanto costano le banane? Sei il mio Angelo?
Ho girato tra pile luccicanti di scatolette seguendoti e immaginandomi controllato
dal detective della ditta.
Camminavamo giù per i corridoi aperti insieme alla nostra fantasia
gustando carciofi, possedendo ogni squisitezza congelata,
senza mai passare dal cassiere.

Dove stiamo andando, Walt Whitman? Tra un’ora qui
chiudono. Da che parte punta la tua barba stasera?
Prendo il tuo libro e sogno la nostra odissea nel supermarket e
mi sento assurdo.
Cammineremo tutta la notte per strade deserte?
Gli alberi fanno ombra, con le luci spente nelle case, tutti e due saremo soli.
Andremo a passeggio sognando l’America d’amore perduta,
passando vicino a macchine blu in sosta, fino a casa
al nostro cottage silenzioso?
Ah, caro padre barbagrigia, vecchio solitario, maestro di coraggio,
che America avevi tu quando Caronte smise di spingere col palo
il suo traghetto, e tu approdato su una riva fumante sei rimasto a guardare
la barca sparire sulle acque del fiume Lete?
Allen Ginsberg

(Traduzione di E. Cesena, Antologia Poeti Stranieri, Arte Domus 1989)

martedì 6 gennaio 2009

POESIA AUSTRALIANA
DAVID MALOUF
(1934)


La festa dei granchi

Impossibile più vicino
di così. La lingua s’infila
nel più intimo, nel più soave
dei tuoi angolini. So tutto,

ora so tutto dei tuoi segreti.
Spaccato il guscio
più niente tra di noi.

Assaporo il chiaro di luna

Fattosi carne
e le bolle che salgono su
dalle acque di scolo. M’immergo
tra radici e bacche di mangrovie

sotto cenere di luna, al freddo.
Sapevo che la baia
era più d’un semplice scintillio,
sapevo che se esistevi
potevo penetrare
nella tua vita e giù in fondo
afferrare le tue abitudini e conoscendo
le nostre differenze giungere a pensare che siamo
una cosa sola.
David Malouf

(Traduzione di Graziella Englaro su “Poesia” Anno II, numero 12, Dicembre 1989, Crocetti Editore)

II

Meriggio abbagliante che non ci ha rivelato
come eravamo. Ha fatto udire diversi sé
più reali di qualsiasi
riflesso, forma,

con una loro vita,
un occhio simile a uno stelo,
un periscopio che misurava orizzonti,
chele capaci di staccarti un dito.

Mi è piaciuto. I profondi meriggi
con un palo e una rete, le più profonde
notti, quando inseguivo il sole tropicale.
E i nomi latini

Un pericoloso artigliare. Ti volevo tutto,
rude battere di colpi contro il respiro che manca
e il potere d’incantesimi verbali,
sul palmo della mano, sulla lingua.
David Malouf

(Traduzione di Graziella Englaro, su “Poesia” Anno II, numero m 12, dicembre 1989, Crocetti Editore)

venerdì 19 dicembre 2008

POESIA PERUVIANA
CESAR VALLEJO
(1892-1938)

Trilce

III

I grandi
a che ora torneranno?
Batte le sei il cieco Santiago
ed è già molto buio.

Mamma ha detto che non farà tardi.

Aguedita,Nativa,Miguel,
attenti a non andare di là, dove
sono appena passati accascianti dolori
borbottando i loro ricordi,
verso il cortile in silenzio, e dove
le galline che ora vanno a dormire
si sono tanto spaventate.
E’ meglio che ce ne stiamo qui.
Mamma ha detto che non farà tardi.

Non stiamo in pena. Piuttosto guardiamo
le navi, la mia è più bella di tutte!
con cui giuochiamo tutto il santo giorno
senza litigare, da bravi:
son rimaste nella cisterna, già preparate,
cariche di dolci per domani.

Aspettiamo così, ubbidienti – tanto
è inutile- il ritorno e le scuse
dei grandi sempre pronti
a lasciare in casa noi piccoli,
come se pure noi
non potessimo partire.

Aguedita, Nativa, Miguel?
Chiamo cerco a tentoni nel buio.
Non mi avranno lasciato solo
e l’unico rinchiuso sarò io.
Cèsar Vallejo

(Traduzione di Martha Canfield, su “Poesia”, anno V, settembre 1992, n. 54, Crocetti Editore)

Gli araldi neri

Ci sono colpi nella vita, così duri….Non so!
Colpi come dell’odio di Dio, come se dinanzi a loro
la risacca di quanto si è sofferto
divenisse pozzanghera nell’anima….Non so!

Sono pochi; ma sono…. Aprono oscuri solchi
nel volto più feroce, nella schiena più forte.
Forse sono i cavalli di barbari attila
o gli araldi neri che ti manda la Morte.

Sono le cadute a fondo dei Cristi dell’anima,
di una fede adorata che il Destino bestemmia.
Questi colpi cruenti sono il crepitare
di un pane che brucia alla bocca del forno

E l’uomo…. Povero….povero! Gira gli occhi, come
quando sulla spalla una mano ci chiama;
gira gli occhi folli, e tutto il suo vissuto
si raggruma, pozzanghera di colpe, nello sguardo.

Ci sono colpi nella vita, tanto duri….Non so!
César Vallejo
(Traduzione di Marha Canfield, su:”Poesia” anno V, settembre 1992, n.54, Crocetti Editore)

giovedì 18 dicembre 2008

POESIA MODERNISTA SPAGNOLA
PEDRO GIMFERRER
(1945)



Nelle cabine telefoniche
Nelle cabine telefoniche
ci sono misteriose iscrizioni disegnate con il rossetto.
Sono le ultime parole delle dolci ragazze bionde
che con la scollatura insanguinata si rifugiano lì per morire.
Ultima notte sotto il pallido neon, ultimo giorno sotto il sole
allucinante,
strade appena annaffiate con magnolie, fari giallognoli,
delle macchine di pattuglia all’alba.
Ti aspetterò all’una e mezza all’uscita dal cinema –
e a quell’ora è già morta nell’Obitorio quella il cui corpo
era un ramo d’orchidee.
Ferita in sparatorie notturne, incalzata per strada dai
riflettori, schiaffeggiata nei nights clubs,
il mio vero e dolce amore piange tra le mie braccia.
Un ultimo chiarore, il più sottile e nitido,
sembra scivolar fuori dai locali chiusi:
questa luce che trattiene i passanti
e gli parla dolcemente dell’infanzia.
Musiche di altri tempi, canzone al ritmo delle cui vecchie
note conoscemmo una sera Ava Gardner,
ragazza avvolta in un impermeabile chiaro che baciammo
una volta in ascensore, al buio tra un piano e l’altro, e
aveva gli occhi molto azzurri, e parlava sempre a voce
bassa, si chiamava Nelly.
Chiude gli occhi e ascolta il canto delle sirene nella notte
inargentata di annunci luminosi.
La notte ha caldi viali azzurri.
Ombre abbracciano ombre in piscina e bar.
Nell’oscuro cielo combattevano gli astri
quando morì d’amore
ed era come se odorasse lentissimamente
un profumo.
Pedro Gimferrer
(Traduzione di R. Rossi, su”Poesia del Novecento in Italia e in Europa”, a cura di Edoardo Esposito, Feltrinelli, 2000)

venerdì 12 dicembre 2008

POESIA GRECA
TITOS PATRIKIOS
(1928)
Debito
Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.
Novembre 1957
Traduzione di Nicola Crocetti
Titos Patrikios -La resistenza dei fattia cura di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 2007



giovedì 11 dicembre 2008

GIORGIO SEFERIS
(1900-1971)


La casa vicino al mare

Le case che avevo me l’hanno prese. Capitarono
Annate bisestili, guerre disastri deportazioni;
a volte il cacciatore incontra uccelli di passo
a volte non incontra; la caccia
era buona ai tempi miei; quante vittime fecero le pallottole;
gli altri vanno qua e là o impazziscono nei rifugi.

Non parlarmi dell’usignolo né dell’allodola
neppure della piccola cutrettola
che disegna cifre con la coda alla luce;
non so molto di case
so che appartengono ad una razza e nient’altro.
Sono nuove da principio, come bambini
che giocano al giardino con le frange del sole,
ricamano scuri di finestre variopinti e porte
tirate a lustro sullo sfondo della giornata;
quando l’architetto le ha finite esse cambiano,
s’aggrinzano e sorridono oppure fanno dispetti
a chi ci è rimasto a chi è partito
a chi sarebbe tornato potendolo fare
o è sparito ora che il mondo intero
è diventato un grande albergo.

Non so molto di case,
ricordo la loro gioia e la loro tristezza
talvolta, quando mi fermo;
o anche
talvolta, vicino al mare, in camere spoglie
con un letto di ferro senza nulla di mio
fissando il ragno della sera mi figuro
che qualcuno sta per venire, lo vestono
di abeti neri e bianchi e di monili colorati
e intorno a lui parlano a bassa voce dame venerande,
capelli grigi e merletti scuri,
che sta per venire a darmi l’addio;
oppure una donna dalla cintola profonda che batte le ciglia
al ritorno da porti meridionali.
Smirne Rodi Siracusa Alessandria,
da città chiuse come imposte calde,
con profumi di frutti d’oro e di erbe,
mentre sale i gradini senza guardare
quanti s’addormentarono sotto la scala.

Sai, le case fanno dispetti volentieri, se tu le spogli.
Giorgio Seferis

(Traduzione di Mario Vitti da: Kichli, su Poesia, anno III, numero 25, gennaio 1990, Crocetti Editore)


martedì 2 dicembre 2008

CONSTANTINOS KAVAFIS
(1863-1933)


La città


Hai detto:”Per altre terre andrò per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento
dove il mio cuore come un morto sta sepolto
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata, qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo, non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.
Constantinos Kavafis


(traduzione di N. Risi- M. Dalmati, da”Poesia del Novecento in Italia e in Europa”, a cura di Edoardo Esposito, II volume, Feltrinelli, 2008)

sabato 22 novembre 2008

POESIA INDIANA
RATI SAXENA
(1954)

Le ragazze di buona famiglia

Le ragazze di buona famiglia
non fanno volare aquiloni.

Gli aquiloni hanno colori
i colori desideri
e i desideri spine.

Gli aquiloni sono carta
la carta si strappa
e il corpo diventa impuro.

Gli aquiloni hanno corde,
corde che si perdono
e la loro strada è persa allora.

C’è come un volo negli aquiloni
che combattono le nubi
sino a spezzarsi i nervi.

Così ragazze di buona famiglia
non fanno mai volare aquiloni.
Rati Saxena


(Le serpent tout entier, da: "One window and eight bars". Traduzione dall' inglese a cura di Federico Federici. Cantarena, 2008, edizioni in tre lingue: Hindi, Inglese, Italiano)



Quando lui suona il tamburo

Quando lui prende il tamburo
l’acqua a mare evapora
e sulla sua fronte che gli è cara
e le gocce del sudore.

Quando batte sul tamburo
una grande stella spacca e cade,
hanno un fremito le tende alla finestra
che gli è tanto cara

questa dolce pena che lo impregna
sprizza via dal battere il tamburo
la terra si dimentica la strada

sul tetto di colei che ama
è venuto per posarsi un piccolo volatile,
piovendo dal cielo
lei stende i suoi capelli
e bagna in giro tutti gli alberi
nel suo profumo dolce

quando lui suona il tamburo.
Rati Saxena


(Le serpent tout entrier, da: "One window and eight bars". Traduzione dall' inglese a cura di Federico Federici. Cantarena, 2008, edizioni in tre lingue: Hindi, Inglese, Italiano)



La notte scorsa
i lombrichi hanno perso la strada di casa
si sono infilati in buche di serpi.
Non trovando più posto
le serpi hanno messo in subbuglio il mare.
No, non temere
nulla è accaduto ai pesci.
Sono rimaste in acqua
come in cerca di qualcosa
quasi senza nemmeno nuotare.

Nessuno ha chiamato
la terra che gorgoglia
o il cielo
o il mare.

Sono rimasta io
sveglia su un albero
la notte scorsa.
Rati Saxena


(Le serpent tout entier, da:"Mountain nights". Traduzione dall' inglese a cura di Federico Federici. Cantarena, 2008, edizioni in tre lingue: Hindi, Inglese, Italiano)


*
"Anche le mie poesie sono diverse da quelle degli altri poeti Indiani, perché scrivo in isolamento e per questo scrivo quello che è in me – senza influenze dalla poesia Hindi contemporanea. Ecco perché quello che riuscirai a capire sarà un bene per i miei versi, darà loro una dimensione nuova, perché, vedi, la traduzione potrà dare nuova vita alla poesia, i miei testi parleranno una lingua nuova con chi mi leggerà in Italia." (estratto da una lettera di Rati Saxena a Federico Federici)

POESIA CINESE
LU XUN
(1881-1936)


Separazione dei fratelli

Per vivere bisogna correre tutto il giorno,
Noi fratelli siamo costretti a separarci.
E la cosa che rattrista maggiormente,
E’ la lampada solitaria in una lunga notte di pioggia.

Ritorno a casa, ma per poco, parto di nuovo,
E la sera aggiunge maggiore dolore.
Gli innumerevoli salici lungo la strada
Sono l’immagine della sofferenza.

Ci separano sempre per un anno.
Per mille li* il vento porta la nave del viaggiatore.
C’è una parola che va ricordata,
Nello scrivere, il successo non dipende dal cielo.
*Il li è un’unità di misura corrispondente a circa 500 metri
Lu Xun

(da:”Ballate del dissenso”.Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)


Sogni

Molti sogni sollevano frastuono nel crepuscolo.
Quando un sogno soffoca il precedente,
Dal sogno seguente viene cacciato.
I sogni passati sono neri come inchiostro.
Anche i sogni presenti sono neri come inchiostro:
E quello presente e quello passato esitanti dicono:
“ Guarda ho davvero un bel colore”.
Forse il colore è bello, nell’oscurità non si capisce,
E inoltre non si sa chi sia a parlare.

Nell’oscurità non si capisce, con la febbre e il mal di testa.
Vieni, vieni, sogno trasparente.
Lu Xun

(da:”Ballate del dissenso”. Traduzione di Paolo Galvagni, su Poesia, anno V, ottobre 1992, n. 55, Crocetti Editore)

venerdì 21 novembre 2008

Wang Wei
(699-759)
e P’Ei Ti


La conca del muro di Méng

La mia nuova casa
è all’inizio del muro di Mèng,
fra vecchi alberi
e resti di cadenti salici.
L’altro, dopo di me,
chi sarà?
Vana la sua mestizia
per questa che fu mia.

La mia nuova capanna
è sotto il vecchio muro:
a volte salgo
all’antico recinto.
Il vecchio muro
nulla ha più del passato,
uomini d’oggi, incuranti,
vengono e vanno.
Wang Wei e Pei Ti

(da: “Poesie del Fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)



Il recinto dei magnoli

D’autunno il monte accoglie
gli ultimi raggi;
voli d’uccelli seguono
i primi stormi.
Bagliore di smeraldo
a tratti sparso s’accende.
La foschia della sera
non ha dove restare.

Dalla volta di luce
all’ora che tramonta il sole,
la voce degli uccelli
si confonde con l’altra, del torrente.
La verde via del ruscello
volge alla lontananza;
gioia della solitudine,
avrai tu mai fine?
Wang Wei e P’ei Ti

(da: “Poesie del fiume Wang”, Traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)



Il sentiero delle sofore

Sul sentiero in disparte,
al riparo delle sofore,
nel segreto dell’ombra
rigoglia il verde muschio.
Rispondono, alla porta:
appare, solo, e mi saluta, il servo.
Credevo già venuto
il monaco del monte.

A sud della porta,
lungo le sofore,
è il sentiero sul ciglio,
che mena al lago I.
Quando giunge l’autunno,
piove molto sul monte;
le foglie che cadono
nessuno le raccoglie.
Wang Wei e P’ei Ti

(da:”Poesie del fiume Wang”, traduzione dal cinese di Martin Benedikter, Einaudi, 1972)

giovedì 13 novembre 2008

POESIA AMERICANA
LOUISE GLUCK
(1949)



Il giglio d’argento

Le notti sono di nuovo fresche, come le notti
di inizio primavera, e di nuovo silenziose. Ti
disturbo parlare? Siamo
soli ora: non abbiamo ragione di silenzio.

Guarda, sopra il giardino sorge la luna piena.
La prossima non la vedrò.

In primavera, quando sorgeva la luna, voleva dire
che il tempo era finito. Bucaneve
si aprivano e chiudevano, i grappoli
di semi degli aceri cadevano in pallide ondate.
Bianco su bianco, la luna sorgeva sulla betulla.
e nella forcella, dove l’albero si divide,
foglie dei primi narcisi, al chiar di luna
un morbido argento verdastro.

Ora siamo andati troppo avanti insieme verso la fine
per temere la fine. Queste notti, non sono più nemmeno
certo
di sapere cosa vuol dire la fine. E tu che sei stata con un
uomo:

dopo le prime grida,
è vero che la gioia, come la paura, non dà suono?
Louise Gluck

(Traduzione di Massimo Bacigalupo:da “L’iris selvatico”, Poesia, anno XVI, marzo 2003, n. 170, Crocetti Editore)

Cavallo
Cosa ti dà il cavallo
che non ti posso dare io?

Ti guardo quando sei sola,
quando monti nel campo dietro la fabbrica del latte,
le tue mani immerse nella criniera scura
della giumenta.

Allora so cosa sta dietro il tuo silenzio:
disprezzo, odio di me, del matrimonio. Eppure
vuoi che ti tocco, gridi
come gridano le spose, ma quando ti guardo vedo
che non ci sono bambini nel tuo corpo.
Allora cosa c’è?

Niente, penso. Solo fretta
di morire prima che muoia io.

In un sogno, ti ho osservata montare il cavallo
su campi secchi e poi
smontare, voi due camminavate insieme;
nel buio, non avevate ombre.
Ma le senti venire verso di me
perché di notte vanno dappertutto,
sono padrone di sé.

Guardami. Pensi che non capisco?
Cosa è l’animale
se non un passaggio fuori da questa vita?
Louise Gluck
(Traduzione di Massimo Bacigalupo, da “The Triumph of Achilles”, 1985, Poesia. anno XVI, marzo 2003, n. 170, Crocetti Editore)


JAMES WELCH
(1940-2003)


VIENE NATALE ALLA PIANA DELLE VIPERE
Natale viene così: uomini saggi
senza fretta, candele comprate a credito (basso il prezzo
dei vitelli) guerrieri faccia in giù nel sonno del vino.
I venti ingannano per trar calore dal fumo.

Amici siedono in baracche rattoppate, guardano oltre
le finestre di plastica, aspettando provviste.
Charlie Blackbird, a venti miglia da chiesa
e bar, pugnala il suo fuoco con la pietrina.

Quando gli ubriachi prosciugano i radiatori per amore
o bisogno, i capi mangiano neve e parlano di cambiamenti,
con la voglia di ridere che gli martella i fianchi.
Gli alci scherzano sugli altipiani.

La Stregona, pipa di terracotta e tabacco da masticare,
chiama per nome ogni bufera e predice
le cinque sputando nel televisore.
I bambini le si fanno addosso per chiedere una storia.

Qualcosa sull’onore e la passione,
guerrieri di ritorno con carni e canti,
una speciale stella della sera rapida visione di nascita,
Blackbird si prepara il fuoco. Fuori, un rapido
trentacinque sotto.
James Welch
(Traduzione di Gianni Menarini, “Giovani poeti americani”, Einaudi,1973)

lunedì 3 novembre 2008

SYLVIA PLATH
(1932-1963)



L’aspirante

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai?
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia.
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,

Rattoppi o qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai,
La vorresti sposare?
E’ garantita,

Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore,
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme –

Un po’ rigido e nero, ma niente male,
Lo vorresti sposare?

E’ impensabile, in frantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca.

Ma in venticinque anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare,
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna,
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?
Sylvia Plath

(Traduzione di Giovanni Giudici, “Almanacco dello Specchio” n. 5, 1976, a cura di Marco Forti, Mondadori)

Lady Lazarus

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco –

Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume nazi,
Un fermacarte il mio

Piede destro,
la mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico

Via il drappo
O mio nemico!
Faccio forse paura?

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me

E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.

Questa è la Numero Tre.
Quale ciarpame
Da far fuori a ogni decennio.

Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede –
Il grande spogliarello.
Signori e Signore, ecco qui

Le mie mani,
I miei ginocchi,
Sarò anche pelle e ossa.

Ma pure sono la stessa, identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.

Ma la seconda volta ero decisa
A insistere,a non eccedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.

Morire
E’ un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.

E’ facile abbastanza da farlo in una cella.
E’ facile abbastanza da farlo e starsene lì.
E’ il teatrale

Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:

“Miracolo!”
E’ questo che mi ammazza,
C’è un prezzo da pagare

Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore . eh sì, batte.

E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue

O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor
Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d’oro puro

Che a uno strillo si liquefa.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere –
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate-

Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.

Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.

Dalla cenere io rinvengo
Con le mie ossa chiome
E mangio uomini come aria di vento.
Sylvia Plath

(Traduzione di Giovanni Giudici, Almanacco dello Specchio n. 5, 1976, a cura di Marco Forti, Mondadori Editore)
Questi due testi sono il resoconto poetico di vari suicidi tentati dalla Plath, uno dei quali, riuscito la mattina dell’11 febbraio 1963. “Taluni critici” scrive Giovanni Giudici nella introduzione e traduzione di Lady Lazarus, otto poesie, su l’Almanacco dello Specchio,“tendono spesso a considerare il suicidio di un poeta come corollario e addirittura parte integrante dell’opera, che ne diventerebbe, pertanto, una o più o meno consapevole preparazione. – Nel caso della Plath (che quando ci riuscì era già al terzo tentativo) ciò potrebbe apparire quasi vero alla lettura dei testi. Ma potrebbe valere anche l’ipotesi contraria che la presenza del tema –suicidio- o – autocancellazione- in alcune delle sue poesie più riuscite fosse in effetti un modo rituale di esorcizzare l’irrazionale del cupio dissolvi; la poesia è spesso finzione scenica dove il tanto parlare di morte può significare in realtà un disperato amore del vivere”


ROBERT LOWELL
(1917 – 1977)


Alla mamma


Sono venuto una terza volta
a vivere nella tua Boston, austera e lussuosa,
ho quasi alzato il telefono per comporre il tuo numero,
dimenticando che non hai numero.
Il tuo umorismo esagitato,
l’opposto che all’inglese,
l’opposto di divertente per un figlio,
adesso è mio-
il tuo sangue scattante, la voglia di vita sul tuo viso,
la riluttante increspatura di dramma della voce.

Eri
Josephine Beauharmais, la femme militaire.

I gibbosi marciapiedi di mattoni di Harward
mi danno dei bei calci,
come se avessero il permesso dell’età,
persone che camminavano o inghiottivano a stento,
quando ero studente,
digrignano i denti arrabbiati come vecchi scoiattoli
con bende di capelli bianchi attorno alle orecchie.
Mi vedo cambiare nei cambiamenti dei miei amici –
possa io vivere più a lungo, ma non battere alcun primato.
Diventando noi stessi,
perdiamo il nostro sangue freddo per i bambini.

Una pianta scadente può ravvivare tutta una stanza –
Le tue non erano scadenti – bulbo, guaina, stelo seducente,
il giglio che alza la sua bandiera un momento
corrugandosi sulla ghiaia bianca di un vaso più bianco.
Il tuo salotto era un rimprovero. Vorrei essere là con te,
senza contare i minuti, ma non per sempre –
come tuo solito, sfioravi mensola e ringhiera
con l’indice d’un guanto immacolato in cerca di polvere.

“Perché continuiamo a aspettarci che la vita sia facile,
quando sappiamo che non lo sarà mai?”

Mi piaceva sentire scandali su di te. Molto veniva
dagli altri, le tue compagne di scuola, ora polvere anch’esse.

Mi ci è voluto il tempo da quando sei morta
per scoprire che sei umana come me…..
se io lo sono.
Robert Lowell

(Traduzione di Francesco Rognoni, su “Poesia”, anno XV, Gennaio 2002, n. 157)
T.S. ELIOT
(1888-1965)


La sepoltura dei morti

Aprile è il mese più crudele, genera
Lilla da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sulla Stamberggersee.
Con uno scroscio di pioggia, noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie,tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,
L’arida pietra, nessun suono d’acque.
C’è solo ombra di questa roccia rossa,
(Venite all’ombra di questa roccia rossa),
E io vi mostrerò qualcosa di diverso
Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

Frich weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind
Wo weilest du?

“Fu un anno fa che mi donasti giacinti per la prima volta,
Mi chiamarono la ragazza dei giacinti”.
Eppure quando tornammo, a ora tarda, dal giardino dei giacinti,
Tu con le braccia cariche, con i capelli madidi, io non potevo
Parlare, mi si annebbiavano gli occhi, non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla, mentre guardavo il silenzio,
Il cuore della luce
Oed’ und leer das Meer.

Madame Sosostris, chiaroveggente famosa,
Aveva preso un brutto raffreddore, ciononostante
E’ nota come la donna più saggia d’Europa,
Con un diabolico mazzo di carte. Ecco qui, disse,
La vostra carta, Il Marinaio Fenicio Annegato
(Quelle sono le perle che furono i suoi occhi. Guardate!).
E qui è la Belladonna, la Dama delle Rocce,
La Dama delle situazioni.
Ecco qui l’uomo con le tre aste, ecco la Ruota,
E qui il mercante con un occhio solo, e questa carta,
Che non ha figura, è qualcosa che porta sul dorso,
E che a me non è dato vedere. Non trovo
L’impiccato. Temete la morte per acqua,
Vedo turbe di gente che cammina in cerchio.
Grazie. Se vedete la cara Mrs. Equitone,
Ditele che le porterò l’oroscopo io stessa:
Bisogna essere così prudenti in questi giorni.

Città irreale,
Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,
Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
Ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. Affluivano
Su per il colle e giù per la King William Street,
Fino a dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore
Con morto suono sull’ultimo tocco della neve.
Là vidi uno che conoscevo, e lo fermai, gridando: Stetson!
Tu che eri a Mylae con me, sulle navi!
Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,
Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?
Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l’aiola?
Oh, tieni il cane a distanza, che è amico dell’uomo,
Se non vuoi che con l’unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!
Tu hypocrite lecteur! – mon semblable – mon frère”!
T.S Eliot

(da:La terra desolata. Trad. di Roberto Sanesi, Mondadori, luglio 1974)