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giovedì 29 ottobre 2015

POESIA ITALIANA

GIULIA PERRONI


Giulia Perroni POESIE SCELTE da La tribù dell’eclisse con un Commento di Lidia Gargiulo



L’ultimo, ampio lavoro di Giulia Perroni non approda a un punto fermo né si apre a vie di fuga, eppure è attraversato da una vita in movimento, voci e presenze di un passato che si affaccia a restituire o reinventare – la differenza è minima - ciò che pareva consumato, perduto per sempre. Questo racconto, dunque, pur attraversando esperienze e stati d’animo, sostanzialmente rimane un non finito in attesa di nuovi pensieri. Dal passato riemerge l’intricato confronto con la madre: essere come lei ma essere anche nuova e diversa; e l’oscillare tra presenza e assenza nello strano orologio dei ricordi: prima bambina e poi inquieta adolescente in cerca di se stessa, a ripensare l’accaduto, nel desiderio-illusione che quei fatti compiuti possano cambiare e tornare più leggeri alla memoria. Ora visibile ora segreto, il colloquio di figlia con la madre si svolge nella vita pa- rallela dell’immaginazione. Il buono del narrare, dunque, qui non è nell’invenzione di luoghi e tempi, ma nel ritorno fantasticato di ciò che vuole rivivere, a cui chiediamo di parlare ancora. Flusso conti- nuo, il quotidiano si inserisce nella Storia maiuscola dei libri di scuola rievocando i luoghi dei trionfi e degli eroi, gli orrori delle stragi; e man mano che il racconto cammina, il lettore entra nel flusso del suo ritmo, ne adotta la sintassi, si immerge nel racconto.

Comunque la si legga, dal primo all’ultimo verso o con casuali assaggi, questa scrittura è un colorato intreccio di memoria e in- venzione, che rimescola storia e leggenda nella verità che ognuno cova e ascolta in privato, verità inventata, ossia ritrovata nel profondo di noi, lì dove il soggettivo conta più dell’oggettivo. In questo sogno ad occhi aperti l’autrice attraversa storia privata e storia di nazioni: Garibaldi e la Sicilia da salvare dai Borbone, la distruzione barbara del territorio preda dei vincitori, nuovi padroni che non la cono- scono e non possono amarla (acqua di fonte mutata in veleno)... Forse solo questo, ai nostri giorni, può darci la poesia, ma non è poco: Giulia Perroni è un interessante esempio di fedeltà di poeta al pro- prio stile, al proprio modo di vedere e indagare; in quest’ultimo la- voro si può dire che, pur affinando lo stile e allargando l’orizzonte, rimane così fedele a sé che è impossibile non riconoscerla nell’er- rante abbondanza del narrare.

Al lettore non sfuggirà l’inquietudine del dire nella necessità di questo raccontare, l’alternarsi in folla di fatti e parole, manipoli di pensieri e visioni che si contendono spazio, attenzione e testimo- nianza (...la bellezza si schianta con la vita...); cercano l’aperto, cercano vita, vogliono ricordo di scrittura... Ma ai tempi d’oggi non è facile scrivere, non perché non abbiamo parole ma perché ne abbiamo troppe; non per mancanza di fantasia ma perché siamo assaliti da troppe immagini che tutte insieme chiedono di entrare nel discorso. Babele, Labirinto: mescolanza – fittizia e ingannevole-   di tutto con tutto e la clausura del pensiero; l’assenza di conversazione nell’immensa presenza di parole... Rinunciando alla comprensione, ci aggiriamo nel caos tra simboli e macerie, in compagnia di fantasmi che non cercano un senso. (...mi dispiace, è la storia. Pg. 93)

È la fine del senso ma non della memoria; la memoria anzi ri- bolle, manda scaglie di vita ma non si ricompone se al passato non diamo un posto nella mente; senza ricordo c’è l’invasione che ripete il caos e non diventa cosmo, molecole recalcitranti al senso, insieme nella testa ma ognuna estranea all’altra.

Scrivere, raccontare, riferire sono esposti a strategie narrative che a volte, invece di testimoniare, tolgono o aggiungono all’accaduto qualcosa che dovrebbe abbellire ma in verità deforma o tradisce. Forse perciò nei versi della Tribù troviamo l’accaduto ma raramente il senso: troviamo nude le cose, ognuna con se stessa e solo quella, refrattaria alla composizione; storie che si affacciano e altre storie spingono sul palcoscenico del dire e ricordare (la bellezza verrà, te lo prometto, pg.84), vediamo cose del mondo ma non è il cosmo, c’è l’accaduto ma non è la storia, c’è un vai e vieni di fatti e nomi. La frantumazione non è nuova alla poesia di Giulia Perroni, ma in quest’ultima prova si rivela scelta consapevole. Più visibile marchio del suo pensare e dire, un fluido caos scorre negli occhi e negli orecchi di chi legge, ricco di immagini, colori, scene, residui di vita umana alla deriva, di cui non si conosce approdo, non si vede ri- medio...

Siamo nel Labirinto della leggenda antica reinventata in un rac- conto da Friedrich Dürrenmatt: tra specchi e moltiplicate immagini, in tempi di troppe verità che si smentiscono l’una con l’altra sicché menzogna e verità, presenza e assenza, memoria e oblio sono la

stessa cosa, cerchiamo il padrone di casa, cerchiamo l’uscita, cer- chiamo il Minotauro ma non troviamo. Niente e nessuno ci salverà, non verrà Teseo a liberarci, non vedremo il Minotauro, forse nem- meno esiste... Eppure, incantati dai colori del mondo, il labirinto ci invita al futuro. Quale futuro? Siamo prigionieri che si credono liberi: è l’umano felice-tragico del nostro stare al mondo, il troppo di accadere, il poco di memoria, il distratto momento dell’ascolto... C’è tutto nelle pagine e tuttavia può essere poco; dipende, come sempre, da colui che legge, l’ignoto lettore che nello specchio dei versi riconosce una parte di sé.

Al poeta non chiedere come si fa, lui stesso non lo sa; lo sa in altro modo:
lo ha scritto, è questa la risposta. (lidia gargiulo)



Nereidi, nottetempo, appena dopo l’equinozio d’autunno
                                                                                                                             
*
Giulia Perroni da La tribù dell’eclisse(Passigli, 2015)
(...)
Io bevevo la pioggia sacrosanta come le zolle in cielo
e mi stupivo che la bellezza fosse nelle strade
oscura nella forza

Mi stupivo che fossi io la bellezza

La  vittoria di serpi di corallo

Voi date onore ai morti, cavalieri

Cavalieri che nelle lance mai perdete il giorno

Giulia era bella nel soffitto d’oro

Malinconia d’un tempo

Cavalieri che forse veleggiate
alla ricerca della vita bionda
del calice che imprime la sua fine
non uccidete gli uomini già morti

Ci fu un tempo ora l’anima è stravolta
la gran virtù s’è fatta titubanza
pepita d’oro e attimo violento
nella stanza degli echi

La ferocia è la paga dei vigliacchi
l’estirpare rinfocola la notte
e il grigio buio aliena le sorgenti

Non ci sarà speranza

Immagino quell’anima pesante che chiede a tutti un grido

E il corpo che non muore

(La tristezza)

Lapidato come un’estasi tranquilla nella pace dei sogni

Squartato come un sacco

E Giulia ha il collo vergine e stupendo dell’umiltà dei fiori

Il suo giardino ha sette stelle e spade

Il pozzo il suo sublime

L’orologio la quintessenza d’arca

Il brulicare i tulipani d’oro

E questo è tutto

Il nostro sogno è il sogno

L’ossessione che naviga nel cielo

E questo è tutto

Origine del vero

C’è silenzio quando origlia la notte

Era tabù la stanza di orologi
di fucili di lame di fanfare
brillava solo il mondo solo il mare
e l’abbraccio magnifico e stupendo
con la vita del tutto

Solo il mare

L’immensità che canta

Il mare azzurro denso d’amore e quieto

Penzolava una rosa dal giardino
dalla soglia si nutre la speranza
anche oggi un fiore rosa
penzola all’aria fuori dal cancello

Anche oggi è la vita
mescolata ai colchici dell’ombra

Ezra rimane duro e battagliero
solitario e profondo
ed anche chi non seppe dire il mantra
che popolava i secoli

Dorme con me la vita

Gli sconfitti hanno una giara che riabbaglia il senso
la pregnanza che illude le chimere

Abbiate pace tutti quelli che vissero

Ogni cosa serve per essere

Venne la pietra a contrastare l’acqua, il fuoco la vertigine
il riparo fu nel sole bellissimo la vita quando l’arte ci avvolse
e in quei momenti come dentro l’amore si discinse
il giorno con la pioggia

E in quei momenti di mezzo sole l’arte fu fulgore

Per la vita strapperò le catene

Anche mia figlia è sogno

Per la vita datemi un nodo per i lestofanti
forse ne avrò pietà
ma non c’è forza che oscuri in me l’Amore
che possa dire smetti di sognare

Io non potrò lasciarle nella casa il sandalo dei lumi o l’impreciso
bianco sconforto delle tele bianche nelle attese ghiottissime
dei nembi non potrò con sveltissimi riguardi tambureggiare
varchi e gelsomini né capriole di nubi oltre lo sguardo ma dirle
che l’eccelso può apparire e darle pace e un’ottima carezza

I lestofanti sono indistinguibili
ma tu per me rimani
accetta il sole sopra ai mandarini
è un disegno di vita

Per favore rimani

Dal deserto sorgono fiabe dentro visi scuri

Rimani, ogni cosa avrà corso

I lestofanti fuggiranno più svelti della luna
quando i cervi camminano e singhiozzano
sulle radure d’api e cinghialini
faranno d’aria i monti

Fuggiranno e tu sarai regina

Te lo prometto

Anche se il male grida
vivrà sempre nel mondo la speranza

I pacifisti hanno nel raggio amaro ribattezzato il fascino
la luna in sette spade c’è silenzio un messaggio cifrato
per chi ascolta

La bellezza verrà te lo prometto

Lo promette lo Spirito alla folla

Nel discorso che viene da montagne

E resiste l’immagine dipinta
sotto cui ero solita mangiare
la fiamma con la luna la fierezza
i cavalieri usciti da quel mare

Tutto così sognante

Poi la vita

La guardo in occhi di ferocia e argento
e ho paura del buio
così come nessuno potrà mai riempire
il mio essere donna

C’era bellezza intorno
nonostante lo stridere dei ferri

C’era un’asse e una luce

La giustizia

Lontana e indispensabile

L’aurora

Necessaria ferocia del linguaggio
ora che tutto è aperto

L’albero incauto a cui mancò una foglia

Altezza del coraggio

Il suo nome fu quello

Quello solo

Coraggio

Come se i sogni nutrano
e passeggino
in un sogno deciso

Olga e Giulia a braccetto
ed io tremante come un nudo fagiano

La bellezza

Io piccolina

Olga e Giulia e la donna
che sputava in faccia ai suoi carnefici la vita

C’era un giardino un giorno
una volta sì c’era

C’era una volta

Un principe e una luce

Un guardiano di faggi

Un promontorio

Una lucciola spersa tra le foglie

Una eresia

Un incanto

Una carrozza che possedeva i suoi lingotti d’oro

Sono perduta e ascolto: così assurdo il linguaggio

Così acceso il cantare e il mormorio che fa di sale la cintura d’oro

Ho cento rapimenti

Lincoln ucciso, ucciso Petrosino ed ucciso Giuliano

E tanti ancora moriranno nel dubbio

Chi colora i rami della pioggia?

La bellezza fuori dal mondo viva



domenica 18 ottobre 2015

POESIA ITALOAMERICANA



GIOSE RIMANELLI
(1925)

Bella Carnap che incise surrealistici pali totemici
era profeticamente barbuta e parlava con soffice voce.
A volte come in sogno o bevuta camminava allo specchio
tutta nuda mostrando i suoi crudi contorni e l’atroce
presenza del vuoto tutt’intorno i cuscini di pietra
che adornavano d’ombra l’alcova dei suoi vergini incontri
in giorni di fiera e trastullo sopra i monti, ed ora
-anzi spesso-baciava solo se stessa in un buio di tomba
rimirandosi intera come ieri nell’abbraccio fortuito
del nuovo fanciullo portato a valle con suoni di tromba
perché-lei spiegava mascherando orgoglio e passione-
l’amare d’amore è l’acido calice d’ogni buona stagione.
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro.

E in falsetto recitando Falstaff strillava alle bambole
che adornavano i muri e ammiccavano affrante di gioia
attraverso lo specchio Sì certo non cerco più scampoli
o Bella mia bella anzi penso d’averti infine capita
con la tua spina all’orecchio la voce fioca al mattino
e quello sguardo che più non riguarda l’arazzo e la stuoia
e scruta inquieto il calore che naviga spento su colazione
e cene all’aperto (di tutto un’esperta) che ti capita ora?
Quando ti svegli nell’ancora scialba mia tersa mattina
perché ti ripeti che ci faccio a starmene sola? Stralci
di mondi rimbalzano a fondo nel cranio del povero niente.
Tu hai visioni di cose di fiori in ogni ora del giorno
sebbene un perduto Nessuno ancora ti ama ti cerca ti adora
ma tu indietro non torni non puoi senza un Qualcuno
che t’esca dai pori ti porti per mano facendoti vecchia.
Riempiva i sacchi del Tempo con sassi e foglie d’alloro,
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro.

Se non fosse stato per quei suoi primitivi aggressivi
esclusivi bisogni di fisico ardore e passioni irrisolte
nelle fosche e pur vaghe compagnie di nuovi paragoni
che lei tuttavia riteneva integrali e persino morali
quanto il laccio disciolto dell’abbraccio notturno
col Pinocchio delle sue calve fantasie si sarebbe anche
forse affidata disarmata all’assistenza socio-pediatrica
di scorfane e finocchi cosicchè quei lenoni quei banchieri
in accorata epistemologica riflessione in spigoli di muri
si facessero meno grassi degli assi di picche con sorte
insicura cosicchè anche le innocenti battone diventassero
un tantino più ricche delle lavande di cloro per prima
cosa abortendo le insane fontane di lacrime su povera
mamma e figlioletto negletto frutto d’amore sudore ora
sola speranza di soldi d’onore di là dall’infame letame.
L’assenza è richiamo di nude colombe e muggito di toro.
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro.


Quest’oggi l’appartamento di Bella presenta cardini rotti
porte aperte sconnesse senza chiavi o bianche inferriate
siccome aveva a ragione predicato che l’opzione maggiore
della giusta avanguardia è il ripetere il salto già fatto
competere imitando innovando la bile il sudore il candore
dei nonni dei padri su di un altare di franca mediazione
ma nessuno a quel tempo aveva molto capito delle blande
e inibite imitazioni furtive di Lord Lowell di chi arriva
o non arriva in compagnia di Barthes-Darrida cosicchè sana
ma stanca nient’affatto umiliata anzi reclamando dal boia
d’essere decapitata Bella Carnap da sola andò via insalutata
dietro lasciandosi appena un minisaggio di delfico tono:
“Ex nihilo tu a volte soccombi alle frane gitane e conscio
nel magico velo di un esangue sandwich di brame di foia
nascondi quel tuo guazzo d’incastri che ricreano il cielo
ed altre volte d’un tratto ti ritrovi nel torbido pieno
della piena di marzo o nell’alogico giallo del Malevich”
Nessuno seppe mai perché Bella Carnap nemica della noia
fosse curva dalla parte della pena trascurando la gioia.

Più tardi da voci cannibali sentii storie di un suo rapido
arrivo a Parigi con solo ninnoli misti a cartilagini
tristi ai margini del naso ed al lobo clorotico agnostico
delle sue orecchie già vecchie già del tutto risecche
di madidi odori ed uno squallido fallico bongo del Congo
preso a nolo nei pressi di Porta Portese passando per Roma
non vista adesso da lei inzeppato di calze pomate mutande
in miste misure con schizzi sfumati fatti con labile lapis
di scale portali arsenali ditali di fili intrigati coniati
più altre strutture di sfondi di gore intercapedini fonde
pizzi mostruosi sontuosi di puppole e ponti per poi finire
forse solo a scopo di morirci di fronte in un plurimista
mistica cornice d’intellettuali tra Salamanca/Barcellona
& environs trovando infine occasione di farsi cultrice
di folaghe sparse nelle riarse fitte tenebre di Malaga
El Pais riportò una sua foto con barba assai nera raccolta
sulla nuca a raggiera che definirono rabbinico-lirica
ed era invece di quell’onirico mais che sfocia nel croco.
Sola sola Bella Carnap non era fatta di molto e di poco.

L’ho cercata per mari e per monti senza mai ritrovarla
scansando gli incontri e gli scontri con la gente del mondo
fermandomi affranto anzi stanco e forse stravolto ma mai
di niente esitante anche in fosche contrade più d’una volta
chiedendo bussando sia alla porta del destino incrociato
chiamato Circle City dove Charles Olson il sublime scrisse
un saggio sul mito figurandosi un Maya che nell’acrilica
Greenwich Village di nonno Dominik dove insonne insicuro
pur soffrendo di collettiva amnesia scambiai qualche parola
di conforto di addio col malato Mister Sax che a quel tempo
recitava nel suo imbuto un kyrie per Bird l’uomo perduto.
E un po’ tutti ricordavano Bella divulgatrice di frottole
nel muoversi agile su fragili trampoli o quando indossando
parrucche di trucchi parastorici sedeva su alti sgabelli
o sul coperchio del piano del comico insano Steve Allen
cantando in russo o italiano storie di guerre e dolore
che facevano ridere. Anche in uno stato di bruto abbandono
lei riusciva a giocare nel guano col rude vecchio pallore
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro.

Aveva estasi labili ed epilettiche stasi specie quando
giungeva al suo canto la voce esultante che ogni sua cosa
nell’Est e nell’Ovest era stata irrimediabilmente perduta
alla camorra del tempo; e queste-quasi sempre contenta-
lei le temprava con uno o due sorsi del suo onesto Elijah
del Kentucky in quanto (con grazia cantava) più non aiuta
se in piedi o seduta di faccia o di culo tu sei poi caduta.
Ma ecco di nuovo inventando una storia andava
poi via di quartieri e paesi solo rinchiusa forse protetta
dalla nera barbaccia e quelle flaccide brache color kaki
a malapena sorrette da strisce di carta incollate col muco.
Camminava nel fango dei viottoli con una canna di verde
sambuco dalla quale estraeva suoni d’insetti e ballate
d’estate, sul vergine corpo odori profondi di menta e alloro.
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro.

Ora questa pare una storia d’altri tempi perché ovunque
io vada e comunque m’inquadri amici di amici mi squadrano
con occhi pensosi e dicono poi con un certo mistero
perplessi nei bruti ricci peli d’immodeste narici
che c’è sempre un Qualcuno nel giro (un sadico falbo
un medico astuto un atleta incompiuto una mesta fanciulla)
che chiede o riporta notizie di Bella la quale per nulla
o qualcosa come appunto si dice ha cambiato il suo nome
in quello del signore di Rimini, Sigismondo Malatesta.
E’ stata una festa o così pare: per questa è certamente
altre ed altre gravi ragioni lei non penso che più pensi
di rivedere la soglia di casa spingere aperti i cancelli
e pulire la ruggine nei cardini delle antiche inferriate
per ricominciare tutto da capo con modestia ed amore.
Bella Carnap era fatta di pelle di capra e di zoccoli d’oro.

Da Alien Cantica, An American Journey (1964-1993)
Ed. Peter Lang

lunedì 12 ottobre 2015

POESIA ITALIANA

        


    “La soglia del duende”


Riceviamo e pubblichiamo un testo di Antonio Sagredo, con un commento di Giorgio Linguaglossa e dello stesso Autore che ne esplicano il senso per una maggiore transizione del significato, non equiparabile all’area novecentesco-formalista, ma ad una implantologia rivoluzionaria della parola che, nel suo essere-non essere, traslucida la realtà in tutte le sue diramazioni sensoriali. C’è un termine usato da Sagredo, che allarma il lettore non conoscendone il collegamento, ed è: “duende”, facilmente reperibile, come indica il poeta, in un testo di Lorca. Ora, a parte gli accostamenti, e le derivazioni, leggendo questa poesia, non possono essere “incomprensibili” gli eventi riportati da Sagredo, con le varianti mostruose dei delitti della Storia. Da qui, si scorge subito il  “male di vivere” popolato di voci, di allarmi, di perenne conflittualità, con la  stessa lotta del “duende”, che non si pacifica con nessuno. In questo vivacissimo scontro-incontro, vi è tutta la spettrografia umorale di Sagredo che cerca un punto di appoggio ma non lo trova se non nel senso stesso del “duende”. Allora, sopravvenendo queste direzioni esplicative dell’energia-non forza, l’avvicinamento di Sagredo alla filosofia, pone da subito la vulnerabilità individuale di un poeta che cerca di correlarsi (o autoescludersi?) dal circuito referenziale con il lettore, attraverso la personalità, il carattere e il temperamento. Conciliando questi tre approcci si può ben carpire la poetica di Sagredo.


Mario M. Gabriele

    Antonio Sagredo  (1945)

Antonio Sagredo UNA POESIA "La soglia del duende" con Commento di Giorgio Linguaglossa e Autocommento dell'autore

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.
La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.
Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).
Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).
Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.
Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È in uscita, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems di Antonio Sagredo.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Antonio Sagredo è un atto irriducibile che si inserisce nel mondo. Un atto che per incarnarsi deve pescare nelle profondità dell’Estraneo in quanto «le maschere si somigliano». La sua è una poesia che si assenta da questo e quello, dagli oggetti storici, sembra quasi vivere in un limbo a-storico. Come ho scritto altre volte, l’impiego degli aggettivi (mai dimostrativi o qualificativi di una sostanza) è volto a stravolgere e a sconvolgere la sostanzialità e la stanzialità del discorso linguistico. Sarà bene dire subito che la poesia di Sagredo non è poesia pura, non riposa sull’atto poetico in sé, non abbandona mai i significati particolari delle parole nemmeno quando alza il diapason della significatività fino agli orli dell’incomprensibile e dell’indicibile.

Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”: «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».
La parola poetica di Sagredo è fondatrice di un mondo, un mondo surrazionale e incipitario, vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellarla secondo nuovi bisogni, seguendo la logica perlocutoria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’atto fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso.

C’è un insieme ballerino e convergente:
sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!
Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.
Solitudine del punto.
Solitudine del ritorno.
Solitudine della linea.
Solitudine dell’insieme.
L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

È un atto poetico che vuole situarsi all’inizio della costruzione della Lingua, in una solitudine assoluta ed eroica. È un atto maniacale e spasmodico, incipitale e magmatico.

Ogni atto «incipitario» è un «atto fondativo». La poesia di Sagredo va letta in quest’ottica: come ogni fondazione di città, traccia il decumano e il cardo e le innumerevoli vie trasversali che li attraversano, anche nella poesia sagrediana si pone il medesimo problema di disseminare i sensi e le direzioni di senso ai fini dell’orientamento nella città del Verbo. Sagredo sa bene che in ogni atto fondativo di parola si cela il Teatro della Rappresentazione, un rito, un altare (divelto), un logos (rimosso), un messaggio (tradito) ove il parlante è contraddetto e contraddistinto dalla parola parlata. La parola sagrediana assume la forma di una erotecnica, è sospinta da un desiderio di parola che vuole rimettere la parola al centro della scena della rimozione e del tradimento (di qui l’abbondanza nella sua poesia di armi bianche, di scene di tradimento, di sanguinamenti, di oltraggi etc.). La poesia sagrediana è una rappresentazione teatrale di un teatro finto, posticcio, bislacco, è una parola di cartapesta che la abita, una parola consunta e infingarda che guarda con orrore e dispetto al discorso poetico che crede ingenuamente di risolvere il conflitto tra il conscio e il rimosso, tra il tradimento e la fedeltà con il semplice ricorso ad una parola referenziale che tradisce un concetto federativo tra discorso poetico e reale (visto come una serie di oggetti che stanno di fronte al parlante).

Primo intento di Sagredo è quindi rompere il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante, il tacere al parlare, il parlare al tacere visti come soluzioni non accettabili ed insufficienti; secondo intento è rimescolare l’ordine e il disordine delle parole, considerate quali frattaglie algebriche della impossibilità di attingere un senso o una direzione di senso nella Città del Verbo. Lo scompaginamento, lo scassinamento e il caos verbale che ne conseguono sono il diretto risultato di un atteggiamento quasi donchisciottesco del poeta che si rivela impagliatore di frasari, fustigatore di parole, allibratore di scommesse perdute… Oltraggiatore di quisquilie, posteggiatore di improperi, fustigatore di imperatori. È l’irruzione nel Discorso della ragione Poetica, dell’Estraneo, dell’Alterità, del Simbolico, dell’Immaginario direbbe Lacan, della barra in-significante, della traccia perduta e dimenticata. Forse Antonio Sagredo è più prossimo ad Amleto di quanto si immagini, discetta sulla orditura del cosmo nel mentre che prepara il suo delitto di cartapesta. Forse, l’Utopia di Sagredo è un sogno, il sogno della uccisione del totem del Padre, sopprimere l’Estraneo…

Leggiamo una breve poesia di Antonio Sagredo:

La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

La poesia parla di una «gorgiera» (elemento di una vestizione seicentesca che appariva immediatamente sotto il collo maschile, simbolo di nobiltà e di elevato censo sociale); ma la «gorgiera» è un attante di specificazione di un’altra parola chiave del testo: «di un delirio». Qui, subito all’inizio, troviamo una sineddoche, si nomina una parte del tutto per indicare il tutto; è quindi «il delirio» il centro del motore simbolico della poesia, ma appena leggiamo le parole seguenti del primo verso, ci accorgiamo che «la gorgiera» è diventata il soggetto che mostra che «la Via del Calvario Antico», qui si tratta di un accenno semantico alla crocifissione di Gesù, ma è appena un accenno, perché subito dopo si parla di «un crocicchio» dove «la calura» fa una cosa strana, Sagredo usa il verbo neologismo «atterò» (che non sappiamo che cosa possa significare ma che richiama alla mente una serie di accezioni semantiche secondarie). Dunque, siamo arrivati alla metà del secondo verso e già le cose si presentano maledettamente complicate. Ma che cos’è che «attera» (forse nel senso di atterrare, azzerare, sopprimere) «i miei pensieri»?. E qui di nuovo riemerge l’io spodestato dalla «gorgiera» del primo verso la cui presenza viene sottintesa nella declinazione alla prima persona dell’io poetante: «i miei pensieri». A questo punto veniamo informati che «che dall’Oriente […] «fu accecato» «il faro d’Alessandria». Il «faro d’Alessandria» si capisce subito dopo che è «Kavafis»…

Insomma, la poesia procede a zig zag, mediante espedienti del senso che straniano in continuazione il senso del testo, lo straniano appunto introducendo delle deviazioni continue. Il testo si presenta come una serie continua di deviazioni da una immagine, da una simbolica all’altra. La procedura sagrediana è questa: un infinito adeguarsi del senso. Sagredo fa con la mano sinistra quello che con la mano destra disfa; fa e disfa la tela di Penelope. È un falsario, un imbonitore e un rivoluzionario al tempo stesso, procede per tradimenti del senso e dell’orizzonte di attesa del lettore. Una instancabile ricerca di una traccia in direzione di una archi-traccia. Che non verrà mai trovata. Che non può mai essere trovata. Un Salvator Dalì della poesia italiana.

Nelle poesie di Sagredo noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita (non dimentichiamoci che Sagredo è stato attore ed è stato un ammiratore della poesia attoriale di Ripellino); nella recita Sagredo recita a soggetto. Ha in mente soltanto un canovaccio, sa a memoria soltanto alcune battute ma, al momento dell’entrata in scena, il canovaccio viene tradito, consegnato al pubblico e tradito. Sul palco del teatro si annuncia una messinscena, si allestisce uno spettacolo, si allestisce un parricidio simbolico che si risolve in un ossessivo, maniacale, spostamento degli oggetti e della suppellettile della casa paterna. Sagredo fa nella sua poesia ciò che Shakespeare ha fatto nell’Amleto, crea, e mentre che crea sente il bisogno di distruggere ciò che crea. È un cerchio simbolico che qui ha luogo. Un assassinio del Totem, sempre ripetuto e sempre rinviato. La poesia sagrediana diventa così un atto liturgico, regredisce a rito apotropaico. Sagredo decostruisce il testo nel momento in cui lo mette in scena o, almeno, nel momento in cui tenta di metterlo in scena.


Antonio Sagredo
La soglia del duende


Mi giunsero notizie come varianti mostruose da ogni luogo terrestre: l’orrore
non era più una novità per me, gli eventi  sugli occhi battevano i ritmi delle visioni
recidive: catastrofi, apocalissi il nostro pane quotidiano… i tasti del duende scellerati:
 Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!

Voi forse credete le croci meno mostruose delle scimitarre? I candelabri meno
mostruosi di quelle? Caroselli, giostre, morgue, obitori, mattatoi ad uso comune…
tutto o nulla fluisce dalla pianta dei piedi  al midollo… meno cantavo più la canzone
mi era sonoramente insensata: fuoco del sangue! sangue del fuoco!

Ho spremuto la Morte come un limone di primavera quel giorno romano che il silenzio
oscillava al canto del gallo come una banderuola gitana. Eloisa, meretrice di Siviglia,
batteva i quattro boulevards dell’arena, lei che era gobba come una prefica medievale  
cantava Santa Teresa barocca dal volto più affilato di una falce!

 Sugli altari delle lagrime scrisse con dita di cera un epitaffio muliebre con gli stiletti
delle sue unghie arcuate … era famosa come la bambina dei pettini e gareggiava
con le ballerine di Cadice, e danzava al canto di Silverio l’emorragia dei gesti dai balconi
giudei dei fiori di sale… mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

La soglia e la ferita mi contesero il poeta sulle scale delle lagrime: era la squillante
voce piombata degli zoccoli sul nero suono muschiato…un’aria con odore di saliva
di bimbo, di erba pestata e velo di medusa sotto nuovi portali di scoperta.
Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!

  Roma, 10 ottobre 2015

Autocommento di Antonio Sagredo

Caro Giorgio,

cerco di spiegarmi:

Intanto dovresti sapere cosa è il duende. Se non lo sai dovresti leggere il testo di Federico Lorca del 1930: El duende teoria y juego.
Il poeta assegna alla ispanità 4 linee come strade o boulevards, e sono: gitano, barocco, ebraico, romano.

la prima strofa:

a tutti giungono notizie da tutto il mondo e sono notizie tragiche colme di orrori di vario genere, si presentano, come visioni recidive (nulla al mondo è cambiato in meglio e tutto gli orrori si ripetono fin dalle nostre origini tant'è che è pane quotidiano!), al contrario del duende che non si ripete mai!
Il duende questa forza di cui si sa e non si sa la natura ci suona il cervello (midollo) dai nostri primordi e suona scelleratamente: il quarto verso mio è tratto dalla poesia "Me ne fotto" del 2011. "Rose nere" coincidono (non lo sapevo prima) con quanto ci riporta Lorca nel suo scritto su menzionato, citando una frase di un personaggio spagnolo, dice Lorca:" Manuel Torres pronunciò questa splendida frase: : tutto ciò che ha suoni neri ha duende>".

seconda strofa:

croci sta per cristianesimo; scimitarre sta per islamismo; candelabri sta per ebraismo . sono le tre religioni monoteiste e tutte e tre responsabili delle
catastrofi e tragedie dell'umanità! Esse sono: caroselli morgue, ecc. alla portata di tutti, cioè tutti sono in grado di realizzare apocalissi! E il duende fluisce
 in noi dalla pianta dei piedi fino al midollo (dal testo di Lorca), vuole significare che questa forza-nonforza penetra in noi e ci cambia e con la stessa tendenza
se ne esce da noi! –(il duende non sta nella gola (Lorca) ciò significa che il poeta canta invano! e meno il poeta canta più il suono (nero) della canzone diviene insensato da non comprendere più dove sta il nostro fuoco e il nostro sangue:
vuol significare che il duende (questa energia) è così padrona di noi che noi stessi non sappiamo più chi siamo.

terza strofa:

la terza strofa richiede obbligatoriamente la conoscenza del testo di Lorca. Giorno romano  (una delle quattro grandi strade della tradizione spagnola - Lorca)… banderuola gitana…; Eloisa, la meretrice personaggio reale di Siviglia… gobba come una prefica… che (mia versione) canta Santa Teresa, barocca, induendata (sovrassatura di duende!) al massimo grado! – Lorca nel testo ci dice che la Musa e l’Angelo non hanno alcuna importanza per il duende, che sta altrove e che è di altra natura!
E ci dice qualcosa di fondamentale importanza che riguarda il Poeta: il duende ama la lotta, anzi il duende è la lotta stessa!... “e questa lotta per l’espressione e per la comunicazione dell’espressione a volte acquisisce, in poesia, caratteri mortali”.(Lorca) - (frase che definisce i miei versi!).

quarta strofa:

“sugli altari delle lacrime…” chi scrisse con mano di cera? Fu la Musa vinta, dice Lorca. E Santa Teresa? (carne viva!), e  il Duende? E il Poeta? E la Meretrice? = la bambina dei pettini che gareggia (mia versione) con le ballerine di Cadice, elogiate da Marziale (Lorca)… al canto di Silverio (gran personaggio spagnolo reale, artista e compositore di musiche…)… balconi giudei… - “mirando del mio corpo il non agire… e poi non più”: (mio verso tratto dalla poesia del 2004 Ponte del suono)… e ho scoperto di aver detto qualcosa di stupefacente sul duende che non sapevo e cioè che il non agire - (scrive Lorca: ”Così, dunque, il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare”).

quinta strofa:

Il duende sta ai bordi (soglia) , sta  alla ferita, e esso stesso bordo e ferita. Scrive Lorca :” Angelo e Musa scappano con violino o ritmo, e il duende ferisce, e nella guarigione di questa ferita, che mai rimargina, risiede l’insolito, l’inventato dell’pera umana”.
Il verso: … si contesero il poeta sulle scale delle lacrime (lacrime come ferite aperte, carne viva, voce del poeta che è errato che resti nella gola quando il duende è invece l’energia che dalla pianta dei piedi sale fino al midollo!)... si, ma giunge con suoni neri di zoccoli piombati? Suono del piombo! E infine del testo Lorca scrive :”Ma dov’è il duende? [è in] un’aria con odore di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create”.


 Il mio verso finale:
Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera! –
Che significa? È una uscita soltanto teatrale come di solito uso fare? Oppure no?
Scrive Lorca.”il duende è il sangue che  respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili… Che il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”.
È tutto una serietà apparente, oppure no?
Di contro tutte le geometrie (“per cercare il duende non v’è mappa, né esercizio”, scrive Lorca) qui, del pianto (ma possono essere altre geometrie) io oppongo il trucco con gesso di Ruidera
(Ruidera, località lacustre nella arida regione di Castilla-La Mancha). Il trucco, per me, scompagina ogni classificazione geometrica della vita, per questo è una altra via che segna l’entrata trionfale del duende… sulla SOGLIA appare e tutto si inizia!



mercoledì 7 ottobre 2015

POESIA AMERICANA

Edna St. Vincent Millay
(22 febbraio 1892- Austerlitz, 19 ottobre 1950)


Si ricorda di te l’umida terra
di primavera, con tutti i suoi fiori,
le strade polverose, i cardi, e il lento
crescere della tonda luna, e tutte
le gole che cantarono d’estate,
le ali in partenza, i nidi, i rami spogli,
i venti che soffiarono a ogni tempo
e le tempeste di quattro stagioni.
Tu non vai piú col tuo passo di gloria
sui sentieri dell’alba e della bruma,
non vegli al vento, non ascolti il palpito
d’invisibili ali alte nell’aria.
Qualcosa in piú che giovane e gentile
eri tu: l’anno intero ti ricorda.


Traduzione di Silvio Raffo
 Edna St. Vincent Millay
L’amore non è cieco
a cura di Silvio Raffo
Crocetti Editore 1991, 2001