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sabato 23 aprile 2016

POESIA ITALIANA - MARIO M. GABRIELE


MARIO M. GABRIELE

INEDITO

La nebbia che vedesti
celava i portali di Villa San Giovanni.
Fissarti stava nel potere dell’iride,
arrossata dai pollini d’aprile.
Più del passato ti inasprisce ora
il turbinio del vento.
Si va sui binari,
colmi d’erba e di sterpaglia.
Ha ragione Marcus
quando dice che il tempo non ha più spiagge.

Arrivi anche tu a questa riva,
né io so condurti al vecchio faro.  
La tempesta ha lasciato ruderi
sull’isola di Crusoe.
Pochi anni e non so più come salvarti
dalla voce che ti chiama.

Veronica mi guardò
invitandomi ad un cocktail party.
Parlò di Madhvan Muni e di Balarama.
Non dissi nulla, attento ai labrador.
Lei lasciò la torcia. Tornò il buio.
 -Seguimi- gridò. E fu tutto un tacito andare
con le cose del bivacco.
-Non abbreviare il tuo viaggio-,
farfugliò la sensitiva
con la carta dell’impiccato.
C’erano nella garconniére
una custodia con sette spade acuminate,
uno spartito di Handel
e due o tre coppe di Jack Daniels.
-Anche lei è della confraternita?-,
chiese la bionda norvegese.
Judith non sapeva che rispondere.
Il giorno dopo ci fu un viaggio allo scoperto
e una lezione alla Bernard School.
A sera, Padre Stone preparava Giselle
per le nozze di settembre.
Questo lo può dire, Signor Brandberg,
se prendendo il largo ci sono ancora
piranha e squali.
La signorina Elliot rifece il letto,
cacciò i sette peccati capitali.
Non si sa più nulla di tutta la polvere caduta.



martedì 19 aprile 2016

POESIA ITALIANA - UBALDO DE ROBERTIS


UBALDO DE ROBERTIS
(1942)


Ospite dell’Isola dei poeti è Ubaldo De Robertis, che ci invia un testo poetico dal titolo L’Anfora: una specie di ripostiglio segreto, che dura fino a quando non si dissolve in mille frantumi, portandosi via ciò che aveva di più bello. Tutto questo Ubaldo De Robertis ce lo dice con semplicità, col suo linguaggio poetico fatto di sotterranea metafora dalla quale poi sarà il lettore a svelarne il segreto, o quanto meno ad avvicinarsi ad esso. Il discorso è nitido, avvolgente, chiaramente privo di punteggiatura. Si offre a caute aperture interpretative, secondo il ritmo sequenziale degli eventi e dei traumi. L’anfora custodiva il segreto di piccoli  miracoli, prima della sua frantumazione. E’ discorso poetico umorale, psichico, di recupero dei valori perduti. Da qui la nascita di un rapporto, emotivo e confidenziale, fra due interlocutori, riportato in superficie, con  improvvise aperture dialogiche, che vengono da un humus profondo, scalfito dalle risonanze della vita,  con le sue “alture da oltrepassare”. Una risposta a superare il trauma, viene dal desiderio di entrambi di scavare più in profondità sull’evento accaduto: chi andando all’indietro, chi oltre, nel tentativo, forse illusorio, di ricostruire il passato e il presente. (Mario M. Gabriele)


L'Anfora

Neve in alto
pura
la terra natia
la gola scura
del fiume in basso
la foschia 
continua a salire
il sentiero non è più tanto ripido 
come prima
l'eco di cose lontane si separa sparge
dissolvenze incrociate
immagini destinate a scomparire
Lui... non le stacca gli occhi di dosso
- Com'è cupo il tuo silenzio- le dice chiamandola con molti nomi
 “È rotta, - ripete Lei- ahimé! È rotta! L'anfora più bella!
Ne sono sparsi i frammenti qua intorno!”
Giorno
inoltrato    
il limite dell'orrido    
di lato 
più in su ... l'altura  da oltrepassare  
più agevole scavare un pertugio
nel ghiaccio
scortati dal richiamo di una cosa calda
desiderio che pervade l'ambito dei sensi
e quello della ragione
senza aderire
a nessuno dei due
calore che non si può attingere neppure in prestito
 dall'ambiente
dal niente che li circonda
Lui vuole scavare  
andare all'indietro 
Lei...      andare oltre...
Impossibile sanare la frattura
a partire da quel fondo diviso
dal corso d'acqua
e da quella cima dove più cruda è la realtà
nemmeno scalfita dalle parole dell'uomo
di per sé  vaghe  e vuote
alla donna continuano a cadere di mano
i frammenti raggelati
 “È rotta,  ahimé! È rotta!
 L'anfora più bella!




giovedì 31 marzo 2016

POESIA ITALIANA - GINO RAGO


Questo testo di Gino Rago, trasmessoci gentilmente dall’Autore, lo proponiamo ai nostri lettori, in quanto si articola su fatti e avvenimenti storici, dove il grido di dolore si riflette anche nella nostra realtà sociale, fatta di violenza e di  tragedie. Passato e presente hanno una continuità fenomenica da cui è difficile comprendere le ragioni di tanta aggressività e comportamento criminale come sistema ideologico, tanto da porci la domanda: Unde Malum? E’ qui che Gino Rago trae le ragioni della sua sensibilità poetica, mettendo in rilievo un doloroso reportage che ci accomuna e ci consente di essere vicini al suo testo di Amore e Morte.

GINO RAGO
(1950)



Alla bellezza tutto si perdona         

Alla bellezza tutto si perdona         
Chi  saprà  dire alla Regina d’Ilio
la  nuda verità su Elena di Sparta.   
Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
la fuga, il rapimento, gli amplessi
della spartana sul mare  verso Troia?
Prima fra le prime accanto a Menelao.
Venerata  da Paride al pari di una dea.
Perdonata in patria da servi e da padroni.
La colpa cancellata.
Il rispetto e l’onore riaffermati.
Festa per Elena presso gli spartani.
Le donne vinte invece vegliano i cadaveri.

Noi siamo qui per Ecuba.
La donna che tutto perde nelle fiamme.
La madre che mai accetterà gli scorni
di quelle dee beffarde, gelose
delle  fattezze carnali di fanciulle
contese dai guerrieri a suon di lame.
Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
Le bende strappate.
I ramoscelli sacri nelle fiamme.

La  freccia lancinante, il dardo vero
a  insanguinare  il cuor della Regina?
Un’idea soltanto. La stessa
da  quando a corte Elena le contese il trono:
vinca la cenere, periscano  gli eroi,

alla bellezza tutto si perdona.

(testo inedito - Gino Rago)


martedì 22 marzo 2016

POESIA ITALIANA - GIORGIO LINGUAGLOSSA

GIORGIO LINGUAGLOSSA
(1949)


Questa poesia inedita di Giorgio Linguaglossa, dal titolo: Un balcone. Una siepe con sopra i lilla,  fa parte di una più articolata produzione poetica in fase di pubblicazione. E’ bene qui precisare che qualunque “guida” alla lettura di un testo poetico, di cui si intende “spiegare”, o “suggerire” i punti più significativi, è sempre operazione di indebita invadenza, che tradisce l’aura originaria in cui si muove il poeta nel comporre una poesia. E’ chiaro che qui ci troviamo di fronte ad una elaborazione linguistica che non ha nulla a che vedere con il panorama asfittico  che ha  invaso e sta invadendo il territorio poetico italiano. Ci troviamo di fronte ad una struttura  che riesce a fissare  scene da everyday life in continui flashback, con un ritmo serrato e compulsivo, tra scansione e ricomposizione di figure e sfondi di diversa scenografia. Finisce l’epoca dell’IO pleonastico e raffigurativo e nasce un nuovo orizzonte dai molteplici riflessi tematici, con una sfilata di personaggi all’interno di un territorio ora urbano, ora storico, ma sempre rappresentato nella realtà. E’ una indicazione, ma potrebbe essere un concreto segnale di direzione o più semplicemente un messaggio del fare poesia in un mercato che abbonda di merci secondarie, senza codice a barre. Certamente è un modello poetico che travalica i confini nazionali, con tutto il suo carico di immaginazione e di cultura. Non si tratta di moda o di capriccio estetico, ma di un considerevole progetto di un mondo linguistico e poetico chiamato a riempire la scena del mondo,  articolandone la visione. Ciò che emerge è una panoramica che  mette in primo piano lo sfondo a camera aperta,  di un locus esterno e interno e di brevissimi squarci metafisici con”un dio che deve ancora venire. Ma non verrà / perché  ha dimenticato di essere dio /: mentre incalzano le sequenze di ripresa fotodinamica, contraddistinte da uno sguardo osservatore e psichico, neutralizzante l’inerzia e la stasi. Qui si nota subito la proposizione di un nuovo modo di fare poesia, che ricostruisce, uno ad uno, gli elementi materici della parola provenienti “dall’unità infranta”, attraverso la narrazione, che riattiva i frammenti sparsi di un edificio crollato, ricomponendone le fondamenta della poesia dal suo stato colliquativo. E’, in altre parole. la progettazione simmetrica che ha in sé l’equilibrio stilistico di coerente ricerca espressiva, per esprimere l’evento temporale, storico o urbano, nell’accumulo delle pulsioni e introspezioni psicologiche. Ed è il meglio che si possa incontrare oggi leggendo le poesie di Linguaglossa, come avanzamento di scrittura creativa  in circolazione, che sfata il pensiero critico di Barardinelli quando decreta la morte della poesia. (Mario M.Gabriele)

Un balcone. Una siepe con sopra i lillà


Un prato verde. Pettinato come un tavolo da biliardo.
Ghiaia. Bambini. Giocano a palla qua e là.
Panchine verniciate di fresco. Una giostra.
Un balcone. La siepe con sopra i lillà.
Margherita e il Maestro con il cappello a cilindro,
il frac lurido e scarpe di vernice. Il romanziere Bulgakov
ha fretta di finire il romanzo, si attarda in cucina
a bere un caffè.
La nursemaid fa oscillare la carrozzella.
Un Signore con il berretto a visiera degli hockey club.
Una testa mozzata rotola sulla ghiaia.
Un borghese con i pantaloni a righe legge il "Corriere della Sera"
sulla panchina rossa.
Alla destra, prima della cornice del quadro,
l' uomo, gilè a scacchi e maniche di camicia, osserva
il pittore che dipinge un quadro.
Il quadro osserva il pittore che dipinge il quadro.
Sul cavalletto, una tela. Il sole giallo ritratto nel quadro
illumina la stanza. Si alza dal cavalletto,
esce dalla finestra, e se ne va a zonzo per la città.
Un balcone. Una siepe con sopra i lillà.
Il sole si è annoiato di aspettare il pittore.
Il pittore si è dimenticato della tela e del sole
e corteggia la modella del quadro precedente.
Nudo in un interno. C'è la modella davanti al cavalletto.
Qui, all'esterno, ci sono io. O forse, sono là.
Il pittore se n'è andato, chissà dove, tra i lillà.
Una signora canta: «che sarà, sarà».
Un dio che deve ancora venire. Ma non verrà,
perché ha dimenticato di essere un dio,
e adesso ha indosso abiti borghesi, sta fermo
alla fermata del tram, alla Potsdamer Platz.
Mentre il sole dichiara che domattina verrà,
puntuale come al solito, prima del caffè, a bere caffè.
La sfera di vetro con ghepardo delle nevi e presepe.
Di nuovo, tutto si capovolge.
Cadono all'insù fiocchi di neve. Cadono all'ingiù.
Il prato verde, i bambini che giocano con la palla di caucciù
sotto il balcone con i lillà.
La nursemaid con la carrozzella. Un Signore, là
con i pantaloni a righe che legge su una sedia rossa
il "Corriere della sera".
Il signore con il berretto a visiera degli hockey club.
Bulgakov è irritato perché ha perso il tram.
E così via. Davvero. Tutto si capovolge.

Il prato verde. Il balcone con sopra i lillà.

(Inedito di Giorgio Linguaglossa)



lunedì 11 gennaio 2016

POESIA AMERICANA

Anne Sexton
(1928-1974)

Il bacio

La bocca fiorisce come un taglio.
Sono stata maltrattata tutto l'anno, notti
noiose, con nient'altro che ruvidi gomiti
e delicate scatole di Kleenex che dicono piagnona
piagnona, stupida!

Fino a oggi il mio corpo era inutile.
Ora si strappa da ogni parte.
Strappa via gli indumenti della vecchia Mary, nodo
dopo nodo
ecco: ora è colpito in pieno da questi fulmini elettrici.
Zac! Una resurrezione!

Un tempo c'era una barca, tutta legnosa
e disoccupata, senza il mare sotto di lei
e bisognosa di una verniciatura. Non era altro
che un mucchio di assi. Ma tu l'hai issata, l'hai armata.
È stata prescelta.

I miei nervi si sono accesi. Li sento come
strumenti musicali. Dove c'era silenzio
tamburi e archi suonano irrimediabilmente Sei
stato tu a farlo.
Puro genio all'opera. Tesoro, il compositore è entrato
nel fuoco.

Traduzione di Cristina Gamberi


Poesia n. 311 Gennaio 2016
Anne Sexton. La zavorra dell'eterno

a cura di Cristina Gamberi

lunedì 30 novembre 2015

POESIA RUMENA

 SZOCS GEZA
(1953)


 Viviamo giorni difficili, angelo mio

(Sigfrido, Gerusalemme)

Un tempo difficile è questo:
e proprio su di noi
si schiude il riparo;
ma respiriamo come sulla terra l'erba,
e vedrai, ce ne andremo presto
con vele verdi, angelo mio.

Ma perché non ci siamo amati fino adesso?
Com'è successo? Ci pensi,
perché tu non lui, perché lui non te,
e perché amò proprio quella?

Sarà stato soprattutto il destino?
O un disegno che trascende
pure il destino? E poi il fatto
che il passato
fu imprevedibile?

Ma non occupiamoci di questo adesso,
l'amore è buono se amato,
e il passato se sepolto
ti amo; nel cielo pasquale
o sul prato
emerge
una nave intrecciata di erbe e di
astri.

Traduzione di Tomaso Kemeny


Poesia n. 300 gennaio 2015
Numero Speciale: L'amore in versi
Fondazione Poesia Onlus 2015


martedì 24 novembre 2015

A SEGUITO DELLA CONDANNA A MORTE PRONUNCIATA DA UN TRIBUNALE SAUDITA CONTRO IL POETA ASHRAF FAYADH  CHE HA ESPRESSO UN LIBERO PENSIERO, QUESTO BLOG SI ASSOCIA ALLE NUMEROSE INIZIATIVE VOLTE A FERMARE QUESTO OBBROBRIO.

domenica 22 novembre 2015

POESIA ITALIANA

Angelo Ferrante
(1938  - 2010)

Racconto d'inverno
Manni, 2002, (pp. 103), Euro 11.00

Intervento critico di Mario M. Gabriele


Se non fosse per il clima di diffuso ostracismo culturale messo in atto dai vari Repertori della poesia italiana contemporanea nei confronti dei poeti del Sud, non senza una punta di acredine da parte di Giuliano Manacorda quando di fronte a certe operazioni antologiche di chiara impronta separatista, fa notare una brutale scissione degli italiani al di sopra e al di sotto del 40° parallelo; si potrebbe considerare la poesia di Angelo Ferrante, sotto una diversa luce, a cominciare da Segni, Seledizioni, Bologna, 1982, finalista al Premio Viareggio nel 1983, per l’Opera prima, fino alle più recenti pubblicazioni che si sono venute a realizzare in questi anni, tanto che non sarebbe difficile tracciare un diagramma del suo impegno linguistico e poetico, come alternativa alla poesia d’oggi, che sembra tornare ai vecchi spazi della mediocrità, puntualmente occupati e crepuscolarizzati da tanti nomi noti, un tempo protagonisti di un potere culturale di tutto rispetto.
Sembra che con questo recente volume di poesie dal titolo Racconto d’inverno ci si debba ancora una volta occupare della resistenza del dire poetico di Angelo Ferrante, in risposta all’incenso soporifero del verso fin troppo neoermetico e crepuscolare, di cui si fa tanto uso, come se questi ultimi quaranta anni di sperimentazioni poetiche non avessero modificato i gusti letterari, nonostante i tanti decreti di morte sulla poesia, non ultimo quello di Luigi Baldacci che ne Il male nell’ordine. Scritti leopardiani, Milano 1998, confessa che “l’Avanguardia non è più proponibile, e che le parole della poesia sono state tutte adoperate, così come si rileva nella Introduzione ai testi di Patrizia Valduga: Medicamenta e altri Medicamenti, Torino, Einaudi, 1989. Ora di fronte a queste confessioni epigrafiche, pronunciate da un critico di assoluta fede e serietà come Baldacci, non si può non rimanere preoccupati sul futuro della poesia.
Tuttavia nel mare magnum dei libri che si pubblicano in Italia c’è chi propone volumi di poesia d’altro genere, come ad esempio questo Racconto d’Inverno di Angelo Ferrante, che instaura imprevedibili percorsi prelogici e analogici attraverso i quali si sviluppano alcuni temi meditativi, sociali ed esistenziali, che si riallacciano alle figure grammaticali individuate da Hopkins come discorso globale e rivalutazione del significante.
Racconto d’inverno è indubbiamente un libro che va visto come progetto ed evoluzione del linguaggio pianificato su una struttura poematica, supportata da segmenti amebici della lingua, nella piena autonomia delle vicende intersoggettive provenienti da epicentri psicologici e linguistici che mettono allo scoperto il nervo-anima sin dalle prime battute del libro.
Tutto questo è rilevabile nelle sezioni dai titoli: Rimandi, Cupe, Velature, Spirali e Trame, che sembrano parti separate di un discorso, ma che in effetti sono speculari al titolo stesso del volume i cui testi entrano nel corpus della vita radiografato a fondo attraverso gli interni familiari e memoriali, tra lucidissimi flash back della giovinezza e atmosfere domestiche avvolte da riti e simboli, con le immancabili delusioni del tempo, che riconducono a pagine di diario i transiti della quotidianità e certi resoconti privati che fanno parte della storia di una vita:…zia Maria sposò l’uomo venuto da Cantalupo nessuno seppe / quale ragione alle sue nozze durarono solo qualche mese /, pag. 26; oppure, proseguendo nella lettura con altri exempla. Alba d’inverno a Frosolone una vertigine di litanie nella / novena dicembrina come di sogno sveglia che l’urto avvolto / nel maglione al ghiaccio sui vetri spandeva di arabeschi se / più tardi un raggio in spruzzi di luce ancora fosse notte / dalla strada sebbene i suoni delle incudini e le fornaci / d’odore l’agro alle corna nel fuoco arse a modellare manici / di coltelli quando Beppe Puzone batteva come sul canto delle / campane da San Pietro…. Su queste scansioni si snoda Racconto d’inverno di Angelo Ferrante, che precorre i tempi della fruizione e si staglia nettamente dai prodotti poetici di oggi. L’ospite d’eccezione è sempre la parola, autentico locus antropologico della commutazione del significante proposto nella sua forma iperesometrica, in un disordine formale che è anche ordine strutturale.
Organico è invece il pretesto del Racconto che si unisce e si disarticola nei fatti e nelle storie, fino ad estendersi nelle parestesie del linguaggio e nell integralità della poesia. Si tratta, più in specifico, di un campo mitopoietico teso a vibrare nello sfondo di avvenimenti che si addensano in capitoli ricomposti nell’affanno del cuore e della mente.
E’ il tempo della memoria che scorre in un cono di luce e ombra, in un discorso digressivo interno, che ha scatti di “inquietudine ritmica” e di limpide trasfigurazioni, con a centro il tempo del collegio, i ritorni, le fughe dal paese natale, le soste in stazioni e metropolitane, l’orrore della guerra incancellabile dalla memoria attraverso la rivisitazione del tempo passato e delle iconografie paesaggistiche e di folklore, tra addensamenti lirici e accentuato autobiografismo. Ciò che alla fine resta di questo Racconto è la catalogazione di materiali narrativi visti come elementi unitari che danno vita ad un roman de vivre che è anche spazio di letteratura all’interno della morfologia dell’anima e dell’esperienza del poeta.

….. ma dico sì tutto può accadere al ritorno da Campobasso
rollando le ruote notte d’agosto e del viaggio a ritroso
dopo la curva lessi il nome della tua morte e il pugno
sfondò il cuore di ogni stella del cielo della notte
dell’aria

Leonildeee….così urlando tu padre mio cadesti sul
pavimento del portone io blaterando sulla clausola
ostativa l’ammissione occorre verbalizzare scrivessi
tu già caduto eri già morto e l’arteria polmonare al
cedimento SPLAT già dal mattino in assenza di tosse
o i soliti rituali del risveglio la voce tacevi ti
era urlato e quello schianto SBAM ti vedo bianco ma
bianco sui capelli mostro di vita lungamente mi spegne
il segnale la stessa voglia di udivo te ci sono ancora
dopo la curva e tu riposava il pianto sei ben chiuso
ti protegge ora dal vento dalle intemperie i cipressi
e foglie il platano nasconde il paese alla tua vista
ma nonostante lo vedi con gli occhi tuoi d’amore........

domenica 8 novembre 2015

POESIA ITALIANA


CARLO FELICE COLUCCI
(1927)


Eurobarcarola

Senti, gondoliere, per le tue lagune
quei remoti canti, i giorni della merla
e il cuore freddo passons passons puisque tout
passe, dalle Alpi, agli Appennini, dal Reno
October fest, al Delta e alle sue nebbie lì, o
dove les neiges d’antan (avanti c’è posto),
noi turisti a Dachau  matricola abrasa
a rivedere calcinar le ossa, il forno
acceso come quel pane fatto in casa,
Mater dolorosa, rotula e menisco
da cambiare presso  Piccadilly Circus
e una sterlina per mangiare in due, in quattro,
Big Ben, fu dura quella notte a Coventry
e ancora  un poco di macerie nei cibori
senza ostie ormai  dei prevosti la gran fuga,
férmati a San Pietro, a Nòtre Dame, in piedi, e
qualcosa di gotico  per poco o niente,
non si sa mai, al mio computer spenti i vinti,
ed io scold! Leggo Praga in silenzio. Ponte
Carlo, da impazziti violini agli ultimi
carri armati con granate, antiche schegge
nel riso dei pagliacci (un grande naso un neo)
dove il Danubio blu s’arrossa per un poco
e passa, magiari amici  per l’estremo
dei borghi antichi magia e i castelli
in cima lacere bandiere del Nulla o,
ma chi a stazionare nei metrò d’Europa
ai nostri insonni metrò di barboni e noi
distinti, lungo la Senna  bouquinistes
i miei vecchi libri vi chiedevo all’alba
giramondo, e, solo, fin di mezzanotte
al sole, giù giù fino al tuo Partenone,
Pericle, un giorno di filosofi attenti,
quei molti Cesari, cave canem, i nostri, o
il colostro d’ancillae e pergamene a iosa,
forse  L’Evo Medio, incruscate adunanze,
e poi non ti prende voglia di sapere
se l’amico d’un tempo è ancora vivo, là?
Meglio lettori a Oxford o alla Sorbona,
semmai, con l’ultimo volo a destra di chi
scrive una fine, una memoria già andata
(come il bianco vaporetto che salpava),
spento compagno di banco e di lezioni,
dal Tago alle dolci sponde in barcarole
d’addio, un concerto a San Lorenzo forse,
ràsati per bene, ma vince il cantore
della Sistina che ascolti rilassato
per quel tanto di transfert (a Vienna) Sigmund,
coi tuoi lettini d’amore sempre pronti,
ma pure il Crocefisso alle nostre spalle
 quei piccoli prefissi o appena un suffisso,
narcisista dominante o dipendente?
That’s is rhe question, ovvero è qui il dilemma,
né dove Malone Muore o quei Dubliners
o lungi dai lindi cimiteri inglesi
dal gioco dei sapienti croupiers l’azzardo,
non sei tu, ragazza d’aria, a mirare
le vetrine d’Europa, il nuovo corso
(un euro oggi, uno domani e vivo)
dove l’argot, lo slang il vernacolo e via
la bestemmia di mio nonno a maledire
il dialetto, poi ci saranno i cotillons,
Il processo (“Qualcuno doveva avere
calunniato Josef K. se quella mattina”),
e semmai pure i girasoli di Van Gogh
le belle mazurke del pallido Chopin
o Il porto sepolto le bigie tartane,
(battaglie perse non sono le peggiori
fu solo un lungo malinteso la Storia) e
Napule  pur’essa requie va cercanno e
che oscure guarigioni per fede a Lourdes
anche noi, Madonna, un libro e un editore,
stasera dovrò rasarmi bene, per
l’omino vecchio e lacero che nel metrò
ci vende lupini e l’olio santo e poi
sous le Pont Mirabeau coule la Seine,
ma ora attento gondoliere briaco e stanco,
da Nord a Sud, soltanto eurobarcarole
e via dovremo rasarci per bene.

(da: la materia dei sogni 2004)


 A colloquio con l’Autore
(Intervista di Mario M. Gabriele)
Quando anni fa manifestai a Colucci la mia intenzione, già da un poco vagheggiata, di dedicargli un saggio monografico - da far nascere nella nostra amata Terra molisana- lessi subito sul suo un po’ attonito, stanco volto un’espressione di stupito disappunto. E, trascorsi i primi momenti di interrogativo silenzio, mi sentii dire che lui, cose del genere non ne aveva mai pensate e tanto meno chieste; che s’era fermato a qualche sporadica prefazione - genere di cui si considerava non simpatizzante, con le debite eccezioni- ed alle recensioni, nate qui e là per la Penisola. Solo una volta, a Napoli -nel 1993-, prima di entrare nel lungo tunnel di malattie da cui stava appena uscendo, Carmine Di Biase, dell’Università di Salerno, gli aveva voluto dedicare un breve profilo critico, cui teneva molto: così concluse, come avesse voluto liquidare lì l’argomento, mentre lo sguardo —ancora un poco spento- sembrò come illuminarglisi appena. Sapevo bene che nemmeno a Napoli, -dove egli ha sempre vissuto ed operato giuntovi in fasce dalla natia Riccia (nel Molise)- qualcuno se n’era preoccupato mai, sulla scontata scia del Nemo propheta in Patria!
Sicché quel discorso, là finì, non desiderando più nessuno di noi due, forse, approfondirlo. Mi dissi, però, che non mi sarei dato per vinto, anche per la profonda stima che ho sempre nutrita per Colucci: da me —e non solo da me—ritenuto il più significativo scrittore vivente della latitudine Abruzzese/molisana, considerando anche la sua ragguardevole produzione narrativa —ed, episodicamente, saggistica- accanto alla prevalente attività di poeta: che certamente ha operato spinte innovative e rinnovative in terra di poesia, già dagli anni Settanta, molto apprezzate da buona parte della critica. Inclusa una parte di quella che non ha disdegnato e non disdegna di rivolgere uno sguardo anche al Sud, dal “lontano” Nord: di quella, per intenderci, che in assoluto non si identifica con i vari Cucchi e Giovanardi e le loro un po’ imprudenti conclusioni neganti l’esistenza di Poeti degni d’esser ricordati in cinque regioni del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Sardegna). Ma non sono stati e non sono i soli a praticare questa sorta di “leghismo” letterario strisciante, come pittorescamente si esprime Daniele Giancane in una delle ultime, ahimè neglette, antologie dedicate al Sud (Vertenza Sud) e, detto francamente, anche malfatta ad opera di taluni compilatori regionali poco provveduti! E si ritornerebbe, purtroppo anche qui, al fatidico Nemo propheta in Patria….
Di Napoli e della Campania invero non mi sono mai molto interessato. Ma, in genere e fatte le debite eccezioni di cui sopra abbiamo -seppure fra le righe- citato un esempio di grande disinformazione-, anche nella sua Patria di adozione, il Nostro riscuote una meritata stima, ben presto allargata al campo nazionale, come già accennato. E basterebbe qui ricordare la folta schiera di letterati suoi manifesti estimatori: da Accrocca a Baldacci, a Bassani, a F. Bruno, a Forti, a Manacorda, a Pomilio, a Prisco, a Ravegnani, a Sereni, a Spagnoletti, a Squarotti, ecc., per ricordare solo taluni nomi di più ampia risonanza.
Eppure, Carlo Felice Colucci, ripigliando il discorso della sua più che quarantennale attività letteraria, mi confidava di avvertirsi come spaesato, in qualche modo, dopo essersi ridestato —per fortuna dal lungo letargo patologico ed essersi affacciato, timidamente quasi, sopra l’attuale orizzonte letterario, piuttosto diverso da quello lasciato parecchi anni addietro ed, in genere, assai meno accattivante. Non si rendeva conto, ad esempio, della strabocchevole fioritura di neonarratori, pubblicati -fra l’altro- anche da primarie case editrici.

“Immagina, sebbene qualcosa tu già sappia”, mi disse quasi come confessandosi e non senza una certa reticenza “che tutti i miei romanzi furono regolarmente respinti dalle grosse case editrici, tranne l’ultimo pubblicato dalla Rusconi con il viatico del compianto amico Mario Pomilio. E che, per ottenere la pubblicazione di una decina di poesie sul prestigioso Almanacco dello Specchio Mondadori, apparse col titolo di Check-up nel 1983, occorsero vari travagliati, per me, anni di attesa sotto l’egida di Vittorio Sereni e di Marco Forti, e dopo che Bassani generosamente s’era offerto per una presentazione che, infatti, stilò: comunque, sono rimasto sempre molto grato a questi scrittori e - soprattutto - all’ottimo Marco Forti. Ma fu tale lo shock, per così dire, che poi non riuscii mai più ad inviare un mio testo completo di liriche presso nessuna delle massime collane di poesia esistenti in Italia. Temendo un quasi certo rifiuto, accompagnato dalle solite -odiose- letterine di prammatica. Alle quali, “aggiunse contrariato”, avevo ormai quasi fatto il callo, per così dire, riguardo alla narrativa. Ma per la poesia ho sempre pensato che non avrei sopportato impunemente quei rifiuti ben confezionati e, molto spesso, riservati agli scrittori del Sud più o meno profondo; ai quali è stato quasi sempre negato l’accesso alle collane mondadoriane, einaudiane, garzantiane e così via, quasi sempre un po’ riservate -per non dire altro- salvo miracolose eccezioni a conferma della regola: eccezioni che a me non toccarono mai in sorte”.

“Comprendo bene; e noi tutti, quaggiù, ne sappiamo qualcosa, pur senza volere ingigantire il fenomeno. D’altronde vige sempre il bell’adagio “habent sua fata libelli” e, perché no?, scriptores ! Ma ora un’altra domanda mi intrica, in apparenza appartenente alla sfera dei cosiddetti luoghi comuni, ma che in realtà non lo è. E ti chiedo perché si scrive?”

“Scrivere, come leggere, vedi, io credo sia essenziale nella vita; dalla parte di chi scrive e, reciprocamente, di chi legge. Flaubert diceva che leggere non significa divertirsi (intrattenersi), non significa istruirsi, bensì vivere. Ed io estenderei una tale bella asserzione agli scrittori: lo scrittore, piccolo, o grande che sia, purché in qualche modo degno dell’appellativo e del ruolo, se non scrivesse, metaforicamente morirebbe. E, talvolta, si ammala proprio fisicamente a causa d’una forzata inattività. Ciò premesso, è piuttosto opinabile ed ha fatto il suo tempo, secondo me, quel famoso, banale adagio che: si scrive per sé, si dipinge per sé, e così via. Sarebbe troppo facile, troppo semplice una conclusione simile. L’artista - scrittore, pittore, musicista che sia - opera sì in quanto spinto dal bisogno creativo, insopprimibile, ma vuole, deve, anche riuscire a comunicare agli altri almeno qualcosa della propria creazione, piccola o grande che sia. Lo ha energicamente sostenuto - ed a più riprese — un nostro grande poeta che ho sempre molto amato: Alfonso Gatto”.

“Hai perfettamente ragione. Viceversa il tutto si ridurrebbe a una forma di esercizio piuttosto sterile, ripiegantesi sull’Autore e con lui destinato a nascere ed a morire!”

“Esatto: sarebbe, se si cancellasse l’opera finita, il libro stampato, il dipinto incorniciato, insomma, una mera manifestazione di autoerotismo, solo masturbatoria, a così dire: mentre l’artista ha l’esigenza, anch’Egli, di fare all’amore. Di farlo col fruitore dell’opera, con il lettore. E, naturalmente, più lettori ha e più all’amore fa! Quindi, per concludere, io ho sempre asserito che l’esprimersi sia prioritario per qualsiasi artista. Ma che se poi quest’artista riesce anche e bene, a più o meno comunicare, Egli così raggiunge la meta ambita, la sua massima soddisfazione di creatore d’arte. Io, ti confesso altresì, che quando ho terminato di scrivere una poesia, un racconto, ecc., miro letteralmente a ricorrere alla lettrice mia moglie: la quale, da buona pittrice con una propria sensibilità artistica, talvolta mi elargisce anche ottimi suggerimenti”.

“Ma se questo è stato il passato -seppure un po’ deludente rispetto alle tue aspettative di scrittore-, quali i progetti per presente e futuro, ora che sei fuori da quel terribile tunnel di malattie?,” chiedo a Colucci.
Ed Egli, pacatamente ma con voce ferma, mi anticipa in qualche modo ciò che in pentola già bolle, dicendomi subito che è in corso di stampa (uscirà per i tipi di Alfredo Guida, entro il dicembre) una nutrita raccolta di elzeviri, interviste e note, in massima parte pubblicate nei primi anni Ottanta sul quotidiano napoletano “Il Mattino”.

“Ho preferito rivolgermi all’editore Guida, gloriosa firma dell’editoria napoletana, gruppo editoriale in espansione, piuttosto che “mendicare” un’improbabile pubblicazione oltre il Garigliano; anche perché “ho fretta” di rivedere —dopo tanto- un mio libro. Dopo tanto forzato e penoso silenzio”.

Poi mi parla delle poesie, mentre nei suoi occhi azzurri si riaccende quella enigmatica luce che ormai gli conosco bene quando si tira in ballo la ”nostra” adorata poesia.
Ne possiede una nutrita silloge composta da un gruppo di oltre venti liriche scritte fra il “92 e il 95” (prima della caduta, precisa!) e da un più nutrito gruppo scritto fra il 2000 ed il 2001:circa una cinquantina.

“Ebbene, caro Gabriele, per la stampa di queste poesie, intendo “lottare”. Finalmente le invierò presso lo Specchio mondadoriano (quella collana che già mi tenne a battesimo dei grandi editori nel 1983), la collana “bianca” di Einaudi, la Garzanti, ecc. Ho però un desiderio, prima: di pubblicare un librettino col per me “mitico” Scheiwiller, rimpiangendo io molto la perdita del grande Vanni e quella del favoloso marchio “All’insegna del pesce d’oro”.

“Vedo che stavolta sei deciso a mirare in alto; penso che un poeta come te ne abbia ormai tutto il diritto”.

“Io, francamente e presunzione a parte, immagino di sì. Decisamente di sì. E’ come una sorta di piccolo, onesto risarcimento che infine mi spetta; convinto come sono che i miei elaborati poetici, passati e presenti, possono ben reggere il confronto con quelli di molti, ma di molti poeti del Nord -visto che ci hanno costretti ad una tale assurda "separazione"-, e, talvolta, uscirne perfino vincenti. A parecchi dei quali Mondadori o Einaudi, ecc. hanno già stampato più di una plaquette. Io fermamente
credo di aver diritto almeno alla stampa di un libro… Non mi arrenderò facilmente, stavolta, né mi appagherò delle belle letterine ben confezionate ad uso dei “gonzi” del Sud! Sebbene debba -per obiettività- ripetere qui di non avere mai inviato, finora, ad una delle suddette collane di poesia un mio manoscritto”.

“Ma tu non pensi che oggi qualcosa finalmente sia cambiata rispetto —mettiamo- a cinque anni fa?

“Lo spero, voglio sperarlo, ma -sinceramente- non lo credo. E ti dirò anche il perché di un tale mio scetticismo. Tu forse, non hai avuto occasione di avere tra le mani una delle più recenti -forse la più recente- antologia di poesia, dal bel titolo “Il pensiero dominante, Poesia italiana 1970-2000,” a cura del “dialettale” Franco Loi, operante a Milano, e dell’emiliano Davide Rondoni, di cui invero non ho mai udito parlare prima d’ora: ma sarà certo una delle mie tante lacune. Ebbene, questi due poeti di differente età ed estrazione - come il Loi ripetutamente precisa nella sua non molto chiara introduzione -, hanno avuto il coraggio (sic!) di includere nella loro “opera” ben l’85% circa dei poeti del Nord - più o meno giubilati -, alcuni poeti del Centro, e pochissimi del Sud limitatamente ad operatori per lo più “dialettali”. Ergo, con tutti i distinguo e la richiesta venia per le (volute) omissioni su cui il Loi si arrabatta nella predetta introduzione, al Sud -e forse anche al Centro- NON esistono poeti di gradimento dei due superbi curatori.
Beati loro che sono così esigenti. Io, allorché mi è capitato di parlarne, NON sono stato tanto esigente coi colleghi (sodali ?!) del Nord”.

“Non posso che darti ragione tutta la ragione del caso, naturalmente, rifacendomi banalmente alla “solita storia del pastore.” Ma, lasciando da parte queste autentiche tristezze, cos’altro di bello vai preparando oltre le ormai già pronte poesie?”

“Si, lavoro anche ad un libro di racconti, sperando che il Padreterno mi conceda la salute per portarlo a termine. L’avvenire essendo -ahimé- sempre nel grembo non troppo ospitale di Giove!”

“Te lo auguro di vero cuore, caro Colucci, ben consapevole che potrai ancora darci tanti bei libri.”

Credo, a questo punto, di avere in qualche modo esaurito l’interessante colloquio con Colucci, ma ho la netta impressione che il Nostro voglia dire ancora qualcosa, quasi come a trovare un più concreto finale al discorso. E nel mentre mi stringe forte la mano, a più riprese, con aria rattristata, infatti, soggiunge:

“Sai, al termine del nostro colloquio, non posso non confessarti anche, come, a volte, la fredda mano della depressione, che per anni mi ha torturato, torni a sfiorarmi. Ed allora, per un attimo, vorrei adagiarmi in una sorta di quieta fine e tutto dimenticare magari sussurrando: “Oh allora sballottati, / come l’osso di seppia dalle ondate / svanire a poco a poco”. Perché, vedi, anch’io ho sempre creduto — con Emile Cioran- che la vera quiete, contrario dell’indifferenza, il vuoto, insomma, possano dare come la massima percezione raggiungibile di benessere ”solo quando nessun pensiero sfiora il mio spirito”. E non per parlare di meste cose — giacché ci siamo! — ti voglio altresì confidare di avere scelto per la mia sepoltura, speriamo il più tardi possibile!, il bel Cimitero degli Inglesi, di Napoli, e di avere espresso la volontà che sulla mia lastra tombale sia apposto pure il verso di Ungaretti da me più amato: “La morte si sconta vivendo”.

Orbene, questo colloquio — come forse il lettore meglio capirà appresso — avveniva alcuni anni fa, oltre un lustro per l’esattezza: quando appunto venne subito dopo dato alle stampe il volume “Poesie, 1960 — 2001”, di cui il presente è la legittima continuazione. E chiusura. Anche perché Colucci ha deciso, come si è detto, di non pubblicare più versi…E qui non possiamo — quasi a proseguimento ed “epilogo” del colloquio — non riferire, senza commenti, quanto l’Autore molisano ci ha raccontato della propria vicenda “editoriale” dal 2001 ad oggi. In breve: i non pochi “sogni” di Colucci, a pubblicare presso il mitico Scheiwiller dai big Mondadori, Einaudi e Garzanti, ecc., sono miseramente naufragati: “costringendolo” a stampare la produzione in versi degli anni 2000, come più avanti risulterà, presso piccoli editori, talvolta in odore di anonimato! Il che significa — lo ribadiremo nel capitolo Finale di partita — che anche un ottimo poeta del Sud, oggi ancora più di ieri, non può mirare alto, né in campo editoriale, né in campo critico — saggistico. Più o meno destinato com’è ad una sorta di relativo cronico oblio.

(Tratto da Colucci, un'antologia con interventi critici di Baldacci, Squarotti, Bassani, Betocchi, Di Biase, Forti, Manacorda, Pomiglio, Spagnoletti etc, 1963-2006)