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martedì 22 settembre 2015

POESIA SVIZZERA

STEVEN GRIECO
(1949)

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il linguaggio è fatto per interrogare e rispondere. Questa è la verità prima del Logos, il quale risponde solo se interrogato. Noi rispondiamo attraverso il linguaggio e domandiamo attraverso il linguaggio. Il nostro modo di essere si dà sempre e solo entro il linguaggio.
Interrogando il logos il poeta ci dice che interrogare significa domandare, e che l’uso del linguaggio, implicando l’interrogatività  dello spirito, è atto di pensiero. Non era Nietzsche che diceva che “parlare è in fondo la domanda che pongo al mio simile per sapere se egli ha la mia stessa anima?”. La questione del logos poetico ci porta ad indagare il funzionamento interrogativo del linguaggio. Anche quando ci troviamo di fronte alle frasi più astruse o ai sintagmi più impliciti, il poeta risponde sempre, e risponde sempre ad una domanda posta, o quasi posta o a una domanda implicita. E nella risposta esplicativa il poeta introduce sempre una nuova istanza che solleva nuove domande alle quali non può rispondere se non attraverso un linguaggio o un metalinguaggio. La differenza problematologica (la differenza domanda/risposta) diventa una differenza stilistica. Abitualmente si intende per domanda una frase interrogativa, ma questo è già qualcosa di esplicito, non sempre le domande assumono una forma interrogativa, anzi, forse le grandi domande sono poste in forma assertoria e dialogica, ricercano un interlocutore. Analogamente, nella forma mentis comune per risposta si intende qualcosa di assertorio. Ma in poesia le cose non sono mai così semplici e distinte; in poesia le due modalità si presentano sempre in commistione reciproca e in reciproca inimicizia.
Nella poesia di Steven Grieco è il punto lontano della domanda da cui prende l’abbrivio che costituisce un luogo geometrico dal quale si dipana il verso. Ma qui è una geometria non-euclidea che è in questione. Il verso è la traccia di una ricerca, la via verso un luogo abitabile. Utopia che la poesia ricerca senza tregua. Il punto lontano va alla ricerca del punto più vicino scegliendo la via tangenziale piuttosto che quella più retta, una via goniometrica, eccentrica;  in questo modo la versificazione si irradia dalla periferia del punto lontano verso il centro di gravità della costellazione simbolica mediante le vie molteplici che hanno molteplici direzioni. Ogni direzione è un senso interrotto, e più sensi interrotti costituiscono un senso compiuto, o quantomeno definito, anche se non definitivo. La poesia si dà per formale marcamento dell’implicito, e procede nella sua ricerca del vero allestendo una mappa, una carta geografica dell’evento linguistico. Si smarca dalla significazione dell’esplicito. La poesia di Steven Grieco risponde sempre per totale smarcamento dell’implicito alla ricerca di ciò che non può essere detto con parole esplicite o con un ragionamento protocollare. In questa ricerca concentrica ed eccentrica la poesia narra se stessa e narrando la propria ricerca indica una traccia, delinea uno spazio che si apre al tempo, anzi, uno spazio fatto di tempo, ovvero, un tempo fatto di spazio, che chiude lo spazio entro la propria irreversibile temporalità. È la marca della temporalità quella che appare alla lettura, una temporalità inscindibilmente legata ad un destino, ad un accadere. Per Steven Grieco, l’esplicito è certo una risposta, ma una risposta becera perché vuole rispondere attraverso la via più breve utilizzando lo spazio geometrico della significazione euclidea, mediante le vie rette del linguaggio neutrale della comunicazione, invece che attraverso lo spazio quadri dimensionale della comunicazione poetica. La sua poesia  abita  uno spazio osmotico e topologico che si rivela per omeomerie e per omeotropismi dove i rapporti di simiglianza e di dissimiglianza tracciano lo spazio interno di questo  universo in miniatura, dove c’è corrispondenza tra il vuoto e il pieno, dove gli eventi “Sono apparsi in una sfera / staccata dal pneuma” e accadono in una “sfera” come se fosse un universo in miniatura che riproduce il macro universo.

Il silenzio-lucertola scruta fisso.
Si muove. Risale verso l’immobilità. Si ferma, ingoia suono,
i suoi occhi gonfiano il vuoto.

Le domande che occupano il locutore restano tacite, solo ciò che vi risponde prende la forma della metafora e dell’immagine. La metafora indica così il divario che si apre tra l’implicito e l’esplicito; l’immagine allude alla lontananza tra la periferia e il centro dello spazio poetico. L'immagine e la metafora marcano il rotolare dell'io dal centro alla periferia, e viceversa. Se il Logos è fatto di domande e di risposte, a che cosa risponde il Logos? Il Logos risponde a ciò che siamo. Si dà linguaggio poetico nella misura in cui si mette in gioco ogni possibilità del dire della Lingua, in cui ci si mette in gioco. Nella poesia intitolata alla “icona di Andrey Rublyov”, non c’è nulla che rimandi, per via implicita o esplicita, alla icona del pittore russo, il discorso poetico procede per le vie sue proprie in un universo simmetrico e distopico a quello della icona, non si dà come illustrazione o come commento, non sceglie la via diretta dell’esplicito, quanto allude e illustra un altro universo analogico e contiguo a quello della icona pur se dissimile e distopico.

Giorgio Linguaglossa

I – Троица – Trinità del Vecchio Testamento

Sono apparsi in una sfera
staccata dal pneuma,
adesso guardano
il succedersi dei secoli.

Nevica.
La rozza pianura si sdraia,
stende le braccia all’orizzonte.
Sopra i suoi lamenti e tonfi
il muto giacere è perenne.

Nel profondo, miriadi di tremiti
si scindono, balenano, si spengono.
Ma uno si è avvicinato, crescendo,
è sgorgato inalberandosi fuori dal tempo
in un silenzio di respiro.

È diventato tre angeli
che rispecchiano
la prima neve sulla pianura
e la sua brutalità.

Nei loro occhi meravigliosi
si muove il patriarca di vento,
stringendo in mano un fascio d’ombre.

1973


            Trinità del Vecchio Testamento, icona di Andrey Rublyov

                           IL VIAGGIO

                              Parte prima

L’erba oscilla nello stagno
il faro preme sul mare annuvolato
un radar ruota sotto le stelle
vuoti i segni, il peso scomparso,
il pensiero sale su per gli occhi inerti
fra i violenti rami intrecciati
volando verso il grande respiro

Le mani a tastoni il cieco senso guida
le mani cercando. Un qualcosa di duro.
Tastano, palpano. Schiocco. Rugosa superficie, angoli, lati:
profonda volando. Non angoli: rotondità,
il profondo ritorna di scatto.
Poi afferrano, il senso cresce si forma
particelle di luce si muovono, viaggiano verso la mente
– fotogrammi, nero, grigio, più chiaro –
generano la pura immagine, memoria
di forma – un albero, frondoso nel vento

                                   Parte seconda

L’alba cola nel mare grigio dello spazio
la grande luce uccide le forme.
Seguendo gli occhi, il pensiero dilaga
nella cieca luminosità,
piatto e profondo.

Il silenzio-lucertola scruta fisso.
Si muove. Risale verso l’immobilità. Si ferma, ingoia suono,
i suoi occhi gonfiano il vuoto.

Fruscia un’ombra, si alza un corpo senza viso
si alza un corpo correndo

si alza correndo                              

si alza correndo                             

In questo luogo, tortura, morte.
Un grido scivola dalla gabbia
i rami della gabbia fremono,
conficcati nel cemento.

Questo luogo squamoso, morso da grida.

                                  Parte terza

Lucertola, lucertola, ascoltatrice, creatrice
di musica, fissa nei tuoi occhi

lucertola della sera, ricordo dal giardino...

Verso la luce si arrampicano le idee
la coda ancora nel buio.

La memoria apre,
è un puro lago di musica che s’increspa,
scrolla largo le sue torri d’acqua
si allarga nelle immagini di vento,
scrosciano libri, fogli
fino all’azzurra idea che sale alla vetta
all’impossibile
creazione

Nello stormire annuvolato di primavera
si muoveva il patriarca, girandosi dietro
il vetro di foglie stupite.

Era assorto in qualcosa; o forse
a qualcosa di scordato volgeva la sua attenzione.

                                     Parte quarta

Voci sommesse, bisbigli: da qualche parte lussureggia una vasta
zona di tremiti, le grandezze stellari creano oscurità,
si schiude un silenzio febbrile percorso
da piante e liane di suono

il pensiero spumeggia e sospira,
si spande e rispande

Un attimo rotto – un gesto, guardando stupito:
qualcosa scende giù,
la luce irrequieta va oscillando, mutando

Presagio. Fresco vento. Pioggia. Salute!

Nel ricordo aleggia una figura lievissima:
la casa presso il bosco, due gradini fino alla porta,
s’inginocchia piano davanti al patriarca,
scordata figura che forse avanzava, tendeva
la mano, avvicinandosi con lo sguardo
ad un tempo più remoto


Volando sotto l’alba verso il mare di nuvole,
calando, un vuoto d’aria, risalendo,
di nuovo calando, la memoria e le idee fuggivano
nel sonno incombente:

il faro scrutava cieco il mare annuvolato

il pensiero combatteva il sonno,
una profonda tristezza gravava sul petto.

6 October 1976



          
ON HIS 25TH BIRTHDAY

Andandomene così, nell’
improvviso riquadro di fari accesi
balza un’ombra al muro notturno
urta nella luce
cercando di ricordare

un cane travolto sull’autostrada di notte
come attraversare, le auto che corrono,
come riprendere il corpo
portarlo in salvo fra i fasci luminosi

(il cespuglio emetteva brani di musica
un trasognato uccello s’involò,
da tempo una tristezza pungente
era scesa sulla lastra-ricordo)

come attraversare le immense corsie
le auto che passano volando
il cane scomparso nel buio, balzando su
più morto nelle ruote di luce

Ora salgono schegge frantumi di poesia
un’immagine si apre franando
inghiottita dalla lente che stringe

raccolti in un punto, gli anni spersi,
funi sgomitolate, ruotano al cielo stellato

13 novembre, 1974

                                 MAHLER

irrompe una luce di trombe cadendo
un’onda di luce dove salgono
scalano sfere di note e trombe spaventate
stramazza per terra rabbuiata

nella musica che freme disfatta,
inutili smanie, immagini infrante
un rumore si storce salendo si schiude
si staglia un arco vibrando si apre volando

ombre barcollano nel vento notturno
si spegne il mare scosse di tramonto
impennate, tonfi, raffiche, ricordi di voci
scartano allucinate, pulsano forme d’ombra
irrequiete oscillano nel profondo
dove crescono idee multiformi
s’intrecciano infiniti rami pensanti
salgono gracili piante aprendosi
e tornano nel violento schema
nel nascere che distrugge

13 marzo 1975

       POEMS FOR MARC METRAUX IV

Sprigiona il musicista insegue
un purissimo suono
nella perfezione del vuoto

sprigiona, segue in alto la chiave
che accorda gli archi di luce

fuggono gli strali curvandosi
si spaccano, si fissano con fremiti

e le stelle pulsano nel buio
si forma una volta di musica

1975

             RONDINAIA: PRIMA DEL VIAGGIO

Esili valli, dirupi,
paesaggio venato di pioggia

mi sono svegliato
ascoltando, aprendo
gli occhi:
                si è schiusa nel corpo
una profonda chiarezza

sveglio al cielo annuvolato,
discendo piano tra rivoli e fruscii,
goccia capovolta
calo
          dentro lo stelo

universo riflesso
che racchiude tutto in sé

fino allo specchio d’acqua laggiù –
immobilità turbata
da un singolo ramo annerito.

Late winter 1976



                     

                    SAWAI MADHEPOR (I)

Da una pellicola che gira corrono antilopi nel bosco
e uccelli salgono nel cielo e riscendono. Lago.
Non vivendo, vivevano: non specchi né ombre.
Ma di questo lei s’imprimeva, e riflettendo,
era specchio d’ogni forma, ne era ombra.

Gira la pellicola, sparpagliava nel bosco gli animali,
mormorìo di pioggia sull’acqua, e grida
di grida di vita. Mai più veloce, mai più lenta,
gira sbiecando la realtà, srotolando in terra
l’immagine (che ordinata la bobina avvolge).

Scimmiotta nel riflesso quel tempo sublime,
era galoppo nel galoppo, pavoneggiarsi di voli
che tutto scordando spegnevano la tromba d’oro.
Girava l’immagine che non è, sognando.
Si avvolge la pellicola che si srotolava in terra.

gennaio 1980

                                   МЕСЯЦ  -  MESE

           Luna calante d’inverno. Uomini, animali, piante
si contraggono, accartocciandosi nel suo decrescere.

Dentro qualche velo di marzo.
                                                   Confuso stringere, confu
sa rotondità, confu

Di ieri e di domani le incontabili lune
non furono, non saranno. Sono. Suono sferico, cinereo,
spicchiando a levante o ponente. Forma-sempre.

Ma adesso declina la luna. Adesso crescita e pienezza staranno
nel suo decrescere.
                                 Nudi rami, sterpi
                                                                tonda contrazione

15 marzo, 1980

                              BOMBAY, SERA (1)

Non cielo, non luce profonda o nuvole.
Una brezza spingeva dal mare, i palazzi
schiamazzavano confusi in polvere d’ombra.
In alto, schiusa luce non era cielo, non nuvole.

Sventolando, le cose morivano le une nell’altre
perdevano ogni senso nel venire della notte.

Non pronto a morire, mai pronto, il giorno
moriva miracoloso: sbriciolava ombra di palazzi
fuggiva in alto, non era cielo, non luce, non nuvole.

Calando, scendendo, si cullava il giorno morente.
Era mattino, pomeriggio, tramonto. Era notte.

1980

COMMENTO DI MARIO M. GABRIELE

Quando  Steven Grieco scrive versi, fa uso della maggior parte  delle categorie retoriche, all’interno delle quali il transfert psicolinguistico diventa traccia di un percorso con più segnaletiche. Il reportage di determinati  eventi, è  correlato al pensiero  argomentante, che cela il doppio fondo di captazione interna ed esterna, da cui si può risalire in superficie,  facendo ricorso  a  scale  di proiezione, che costituiscono l’essenza stessa del fare o scrivere versi. Da qui il  significato di personalità poetica, determinato  da un rapporto inter-relazionale con la realtà. Si tratta, in altri termini, di gestire  la struttura linguistica portandola verso una  nuova Forma incontaminata, sorretta da una visione dinamica del pensiero  e dell’inconscio.  Del resto tutto ciò che ha portato la poesia ad essere principio del piacere, e per dirla con Barthes, del piacere del testo, è lo specchio di rifrazione che coinvolge il lettore e lo stesso poeta, senza l’allegorizzazione dell’io che non è mai ideale nella commutazione espressiva.  La non appartenenza ad una specifica classe linguistica, già omologata, consente a  Steven Grieco di inserirsi in un’area che la critica definisce “modernista ” e che  non si identifica  nella post-storia della poesia del secondo Novecento.


giovedì 17 settembre 2015

POESIA AUSTRIACA


Friederike Mairòcher
(1924)
Come mi chiami?
Qual è il nome che mi dai,
fiumicello sotto la terra.
Quand’io chiudo gli occhi
posso tracciare il tuo profilo
fiumicello sotto la terra.
Io ti ricalco:
sono la tua mente sono il tuo cuore
in venti dita io vivo.
Forse han per questo le parole
tra noi smesso di andare e venire
quando siamo soli
 forse abbraccio me stessa
quand’io ti abbraccio
forse mi sono disgiunta:
no, fiumicello sotto la terra,
questo non è più amore
solo compiuta dissoluzione.

(da:  Poesia  anno V luglio-agosto 1982 n. 53, traduzione di Luigi Reitani)

domenica 30 agosto 2015

POESIA ITALIANA

GIORGIO LINGUAGLOSSA
(1949)


Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
posti sulla sommità delle torrette blindate.
Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.
Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
sul numero 33.
Giocano con le bambole, giocano con le murene,
accompagnano al pianoforte la bella Marlene
che canta il Lied della nostalgia e della morte.
In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
nel firmamento stellato.
Cogito è in viaggio su un treno blindato
sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
«Mia amata, il mio posto è qui».
Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
Un Signore salta dalla bandella di un polittico nella stanza del pittore.
Gira per la stanza, vuole prendere un po’ di aria fresca.
Non vuole più dipingere Annunciazioni o Madonne col bambino.
Anteprima: Un uomo in nero è accanto al letto di morte del poeta.
«Ospite sgradito! La tua fama da tempo s’è sparsa»,
scrive il poeta sul letto di morte.
Un gendarme cammina tra gli hangar, agita il frustino
in mezzo ad un nugolo di cani lupo. Abbaiano furiosi,
intuiscono gli ordini dell’aguzzino dal movimento del suo polso.
Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte
ma la luce della finestra non li raggiunge.
Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.
Benozzo Gozzoli alla corte degli Estensi dipinge
un cardellino sul ramo di corbezzolo
e fischia un motivo di Mozart,
sa che non c’è più tempo, deve affrettarsi,
il Beato Angelico lo ha chiamato a Roma,
«Per fare cosa?», si chiede Benozzo, «ancora affreschi,
polittici da altare, annunciazioni?».
Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.
Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
La polizia segreta bussa alla porta del Signor Cogito.
«Gutentag Herr Cogito».

da “Risposta al Signor Cogito” (inedito)

Giocavano a dadi con i meteci

Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "malediciamo il nome di Dio."
Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.
Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.
A quel tempo dall' Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele
e gettarono le ancore.
lo fissavo il loro occhio di vetro ...
Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,
ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l'infiltrato e la spia,
passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d'oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
lo a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
tiravo con l'arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "dimenticatevi il nome di Dio."

Per gentile concessione dell'autore

martedì 14 luglio 2015

POESIA GRECA

TITOS PATRIKIOS
  (1928)


Parto agevolato ad Atene nel 2004

Ovviamente sono successe tante cose, diciamo, ripetiamo
a volte con calma, a volte con ardore,
ma nonostante le urla da moribondi
nonostante i melodrammi dolciastri
speriamo sempre in un futuro migliore,
per agevolare il suo arrivo
lo sgraviamo di tutti i gravami
gli eliminiamo bandiere e tamburi,
tuttavia quello non ne vuol sapere di nascere,
resta acciambellato in posizione embrionale
nel ventre materno del passato
per non rinunciare al tiepido dondolio
nel liquido amniotico, per non perdere
il morbido involucro del buio
uscendo nell’insolenza della luce
nell’opportunismo del chiaroscuro
in un mondo arido e duro.
Sa che alla fine non potrà evitarlo
che ancora una volta tribolerà
per i tagli cesarei urgenti
che ordinano le autorità competenti
ma soprattutto sa che in seguito soffrirà
per la delusione dei genitori
quando vedranno che il loro figlio
di nuovo non soddisfa le loro aspettative.


(Testo inedito, tradotto da Nicola Crocetti)

venerdì 17 ottobre 2014

POESIA ITALIANA

Mario M. Gabriele

Faubourg (inedito ottobre 2014)

Una nuvola bianca che mai s’era vista
più  bianca di un bianco di neve in inverno,
poca acqua dentro, poca,
sostava  su un vecchio faubourg
di tùmuli e croci,
sostava  più a lungo delle nuvole grigie,
sicura di celare l’azzurro,
velo bianco,
più bianco del viso di chi trascolora,
sostava,  oscurando  l’occhio del cielo,
più cieco dell’occhio di Dio, 
come un bianco lenzuolo
copriva Marina tra le rughe del fiume,
sostava celando l’azzurro,
le tombe e le croci di un vecchio faubourg.

giovedì 16 ottobre 2014

POESIA AUSTRIACA

Ingeborg Bachmann
(1926-1973)



Al Sole

Più bello della pregevole luna con la sua nobile luce,
Più bello delle stelle, illustri decorazioni della notte,
Molto più bello dell'infocato apparire di una cometa
E a cose assai più belle di tutti gli astri designato,
Poiché da lui ogni giorno la vita tua e la mia dipende, è il sole.

Bel sole, che sorge e non ha dimenticata né ultimata
L'opera sua, bellissimo d'estate, quando la giornata
Evapora dai litorali e le vele pendule a specchio dei tuoi occhi
Trascorrono, finché tu stanco ne dimezzi l'ultima.

Priva di sole, riprende il velo anche l'arte:
Tu non mi appari più, e il mare e la sabbia,
Flagellati dalle ombre, mi fuggono sotto le palpebre.

Bella luce, che dona calore e custodisce e meravigliosa
Provvede a ridonarmi la vista, a ridarmi la vista di te!

Cosa più bella sotto il sole non v'è che star sotto il sole...

Guardare il palo nell'acqua e, sopra, l'uccello
Che medita il volo, e sotto, i pesci a schiere,
Variopinti, ben fatti, venuti al mondo con una missione di luce;
E guardarsi intorno: il quadrato di un campo, il frastagliato
profilo del mio paese,
E l'abito che hai indossato. Il tuo abito, azzurro, a campana!

Il bell'azzurro, dove i pavoni passeggiano facendo riverenze,
Azzurro delle lontananze, delle regioni felici con i baleni
propizi al mio estro,
Azzurra incognita dell'orizzonte! E i miei occhi entusiasti,
Di nuovo si slargano e brillano, e perdutamente riardono.

Bel sole, cui la polvere deve l'ammirazione più alta,
Non per ìa luna né per ie stelle, né perché la notte
Vogliosa di beffarmi sfoggia comete, ma per amore
Di te, all'infinito, e per null'altro al mondo, io farò

Lamento su l'ineluttabile perdita dei miei occhi.


(Testo tratto da poesieracconti.it)

venerdì 11 luglio 2014

POESIA ITALIANA

VELSO MUCCI
(1911-1964)



TEMPO E MAREE 
da Continuum 1962-1963 

                                                                                       Will it bloom this year? T.S.Eliot
noi viviamo in un tempo
che la Morte è sospesa

vola un piccione grigio alla lavagna
del cielo di Charing Cross

i più vecchi tra noi
hanno strani ricordi

a quest’ora
nella piana di Pimlico
la Luna alza le strade
e sul Ponte di Londra
le acque umane si gonfiano
da un limo all’altro del fiume

se la memoria indugia
è sommersa

questo è l’ultimo tonfo della chiatta
alla chiatta che attracca
c’è il sottoterra e le domeniche
per covare i ricordi

noi viviamo in un tempo
che la Morte è sospesa
e i più vecchi tra noi
non hanno il cuore facile

se qualcuno verrà dopo di noi
in questi cunicoli
dove i treni biforcano
e i nostri giorni in piena ebbero pausa
sotto il crinale
ventoso della brughiera di Hampstead
non badi alle nostre ossa
ma alla vita che avemmo
per toglier di mezzo la Morte

questo è un tempo che torce ogni nostra ora

è lontano lo sparo
del suicida alla prua della sirena

il futuro è a portata di mano

ma nessuno verrà dopo di noi
a ruspare nel limo
delle basse maree vetri di guinness
o qualche magro rame
d’Elisabetta la Seconda
se al pelo morto delle acque
approda solitario un coccio bianco
dell’umano deterrent

corriamo un Sole basso all’orizzonte
sopra spalti di neve e sulla Terra obliqua
un cielo freddo si schiaccia
fino al ventre delle nostre memorie
………………

                                                                                                             Londra, gennaio-febbraio 1963
(Poesia tratta dal sito: http://velsomucci.blogspot.it/)


giovedì 10 luglio 2014

POESIA AMERICANA

BOB DYLAN 
(1941)



Blowin In The Wind 

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quante volte un uomo deve guardare verso l'alto
Prima che riesca a vedere il cielo?
Sì, e quante orecchie deve avere un uomo
Prima che possa ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perchè egli sappia
Che troppe persone sono morte?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quanti anni può esistere una montagna
Prima di essere spazzata fino al mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

(Brano compreso nell'album The Freewheelin' Bob Dylan, pubblicato nel 1963)


venerdì 25 aprile 2014

POESIA NIGERIANA

OBIORA UDECHUKWU
(1946)

Postumi
III

Sulla scia del turbine
una donna ritta in silenzio
sotto cavi del telegrafo abortiti
una donna in nero
esaminava la strada di rovine ed erba smisurata
una donna in nero
al cospetto delle palme decapitate
gli uccelli ora cantano di nuovo
verso casa il canto degli esuli
la terra mormora un lamento
verso casa il lamento dei caduti
il turbine è passato
e gli esiliati tornano
ma non hanno riparo dalle piogge

(Tradotta da Giovanna Zunica - Poesia tratta dalla raccolta What the Madman Said, Boomerang Press, Bayreuth, 1990)