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lunedì 12 ottobre 2015

POESIA ITALIANA

        


    “La soglia del duende”


Riceviamo e pubblichiamo un testo di Antonio Sagredo, con un commento di Giorgio Linguaglossa e dello stesso Autore che ne esplicano il senso per una maggiore transizione del significato, non equiparabile all’area novecentesco-formalista, ma ad una implantologia rivoluzionaria della parola che, nel suo essere-non essere, traslucida la realtà in tutte le sue diramazioni sensoriali. C’è un termine usato da Sagredo, che allarma il lettore non conoscendone il collegamento, ed è: “duende”, facilmente reperibile, come indica il poeta, in un testo di Lorca. Ora, a parte gli accostamenti, e le derivazioni, leggendo questa poesia, non possono essere “incomprensibili” gli eventi riportati da Sagredo, con le varianti mostruose dei delitti della Storia. Da qui, si scorge subito il  “male di vivere” popolato di voci, di allarmi, di perenne conflittualità, con la  stessa lotta del “duende”, che non si pacifica con nessuno. In questo vivacissimo scontro-incontro, vi è tutta la spettrografia umorale di Sagredo che cerca un punto di appoggio ma non lo trova se non nel senso stesso del “duende”. Allora, sopravvenendo queste direzioni esplicative dell’energia-non forza, l’avvicinamento di Sagredo alla filosofia, pone da subito la vulnerabilità individuale di un poeta che cerca di correlarsi (o autoescludersi?) dal circuito referenziale con il lettore, attraverso la personalità, il carattere e il temperamento. Conciliando questi tre approcci si può ben carpire la poetica di Sagredo.


Mario M. Gabriele

    Antonio Sagredo  (1945)

Antonio Sagredo UNA POESIA "La soglia del duende" con Commento di Giorgio Linguaglossa e Autocommento dell'autore

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.
La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.
Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).
Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).
Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.
Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È in uscita, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems di Antonio Sagredo.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Antonio Sagredo è un atto irriducibile che si inserisce nel mondo. Un atto che per incarnarsi deve pescare nelle profondità dell’Estraneo in quanto «le maschere si somigliano». La sua è una poesia che si assenta da questo e quello, dagli oggetti storici, sembra quasi vivere in un limbo a-storico. Come ho scritto altre volte, l’impiego degli aggettivi (mai dimostrativi o qualificativi di una sostanza) è volto a stravolgere e a sconvolgere la sostanzialità e la stanzialità del discorso linguistico. Sarà bene dire subito che la poesia di Sagredo non è poesia pura, non riposa sull’atto poetico in sé, non abbandona mai i significati particolari delle parole nemmeno quando alza il diapason della significatività fino agli orli dell’incomprensibile e dell’indicibile.

Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”: «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».
La parola poetica di Sagredo è fondatrice di un mondo, un mondo surrazionale e incipitario, vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellarla secondo nuovi bisogni, seguendo la logica perlocutoria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’atto fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso.

C’è un insieme ballerino e convergente:
sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!
Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.
Solitudine del punto.
Solitudine del ritorno.
Solitudine della linea.
Solitudine dell’insieme.
L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

È un atto poetico che vuole situarsi all’inizio della costruzione della Lingua, in una solitudine assoluta ed eroica. È un atto maniacale e spasmodico, incipitale e magmatico.

Ogni atto «incipitario» è un «atto fondativo». La poesia di Sagredo va letta in quest’ottica: come ogni fondazione di città, traccia il decumano e il cardo e le innumerevoli vie trasversali che li attraversano, anche nella poesia sagrediana si pone il medesimo problema di disseminare i sensi e le direzioni di senso ai fini dell’orientamento nella città del Verbo. Sagredo sa bene che in ogni atto fondativo di parola si cela il Teatro della Rappresentazione, un rito, un altare (divelto), un logos (rimosso), un messaggio (tradito) ove il parlante è contraddetto e contraddistinto dalla parola parlata. La parola sagrediana assume la forma di una erotecnica, è sospinta da un desiderio di parola che vuole rimettere la parola al centro della scena della rimozione e del tradimento (di qui l’abbondanza nella sua poesia di armi bianche, di scene di tradimento, di sanguinamenti, di oltraggi etc.). La poesia sagrediana è una rappresentazione teatrale di un teatro finto, posticcio, bislacco, è una parola di cartapesta che la abita, una parola consunta e infingarda che guarda con orrore e dispetto al discorso poetico che crede ingenuamente di risolvere il conflitto tra il conscio e il rimosso, tra il tradimento e la fedeltà con il semplice ricorso ad una parola referenziale che tradisce un concetto federativo tra discorso poetico e reale (visto come una serie di oggetti che stanno di fronte al parlante).

Primo intento di Sagredo è quindi rompere il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante, il tacere al parlare, il parlare al tacere visti come soluzioni non accettabili ed insufficienti; secondo intento è rimescolare l’ordine e il disordine delle parole, considerate quali frattaglie algebriche della impossibilità di attingere un senso o una direzione di senso nella Città del Verbo. Lo scompaginamento, lo scassinamento e il caos verbale che ne conseguono sono il diretto risultato di un atteggiamento quasi donchisciottesco del poeta che si rivela impagliatore di frasari, fustigatore di parole, allibratore di scommesse perduteOltraggiatore di quisquilie, posteggiatore di improperi, fustigatore di imperatori. È l’irruzione nel Discorso della ragione Poetica, dell’Estraneo, dell’Alterità, del Simbolico, dell’Immaginario direbbe Lacan, della barra in-significante, della traccia perduta e dimenticata. Forse Antonio Sagredo è più prossimo ad Amleto di quanto si immagini, discetta sulla orditura del cosmo nel mentre che prepara il suo delitto di cartapesta. Forse, l’Utopia di Sagredo è un sogno, il sogno della uccisione del totem del Padre, sopprimere l’Estraneo…

Leggiamo una breve poesia di Antonio Sagredo:

La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

La poesia parla di una «gorgiera» (elemento di una vestizione seicentesca che appariva immediatamente sotto il collo maschile, simbolo di nobiltà e di elevato censo sociale); ma la «gorgiera» è un attante di specificazione di un’altra parola chiave del testo: «di un delirio». Qui, subito all’inizio, troviamo una sineddoche, si nomina una parte del tutto per indicare il tutto; è quindi «il delirio» il centro del motore simbolico della poesia, ma appena leggiamo le parole seguenti del primo verso, ci accorgiamo che «la gorgiera» è diventata il soggetto che mostra che «la Via del Calvario Antico», qui si tratta di un accenno semantico alla crocifissione di Gesù, ma è appena un accenno, perché subito dopo si parla di «un crocicchio» dove «la calura» fa una cosa strana, Sagredo usa il verbo neologismo «atterò» (che non sappiamo che cosa possa significare ma che richiama alla mente una serie di accezioni semantiche secondarie). Dunque, siamo arrivati alla metà del secondo verso e già le cose si presentano maledettamente complicate. Ma che cos’è che «attera» (forse nel senso di atterrare, azzerare, sopprimere) «i miei pensieri»?. E qui di nuovo riemerge l’io spodestato dalla «gorgiera» del primo verso la cui presenza viene sottintesa nella declinazione alla prima persona dell’io poetante: «i miei pensieri». A questo punto veniamo informati che «che dall’Oriente […] «fu accecato» «il faro d’Alessandria». Il «faro d’Alessandria» si capisce subito dopo che è «Kavafis»…

Insomma, la poesia procede a zig zag, mediante espedienti del senso che straniano in continuazione il senso del testo, lo straniano appunto introducendo delle deviazioni continue. Il testo si presenta come una serie continua di deviazioni da una immagine, da una simbolica all’altra. La procedura sagrediana è questa: un infinito adeguarsi del senso. Sagredo fa con la mano sinistra quello che con la mano destra disfa; fa e disfa la tela di Penelope. È un falsario, un imbonitore e un rivoluzionario al tempo stesso, procede per tradimenti del senso e dell’orizzonte di attesa del lettore. Una instancabile ricerca di una traccia in direzione di una archi-traccia. Che non verrà mai trovata. Che non può mai essere trovata. Un Salvator Dalì della poesia italiana.

Nelle poesie di Sagredo noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita (non dimentichiamoci che Sagredo è stato attore ed è stato un ammiratore della poesia attoriale di Ripellino); nella recita Sagredo recita a soggetto. Ha in mente soltanto un canovaccio, sa a memoria soltanto alcune battute ma, al momento dell’entrata in scena, il canovaccio viene tradito, consegnato al pubblico e tradito. Sul palco del teatro si annuncia una messinscena, si allestisce uno spettacolo, si allestisce un parricidio simbolico che si risolve in un ossessivo, maniacale, spostamento degli oggetti e della suppellettile della casa paterna. Sagredo fa nella sua poesia ciò che Shakespeare ha fatto nell’Amleto, crea, e mentre che crea sente il bisogno di distruggere ciò che crea. È un cerchio simbolico che qui ha luogo. Un assassinio del Totem, sempre ripetuto e sempre rinviato. La poesia sagrediana diventa così un atto liturgico, regredisce a rito apotropaico. Sagredo decostruisce il testo nel momento in cui lo mette in scena o, almeno, nel momento in cui tenta di metterlo in scena.


Antonio Sagredo
La soglia del duende


Mi giunsero notizie come varianti mostruose da ogni luogo terrestre: l’orrore
non era più una novità per me, gli eventi  sugli occhi battevano i ritmi delle visioni
recidive: catastrofi, apocalissi il nostro pane quotidiano… i tasti del duende scellerati:
 Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!

Voi forse credete le croci meno mostruose delle scimitarre? I candelabri meno
mostruosi di quelle? Caroselli, giostre, morgue, obitori, mattatoi ad uso comune…
tutto o nulla fluisce dalla pianta dei piedi  al midollo… meno cantavo più la canzone
mi era sonoramente insensata: fuoco del sangue! sangue del fuoco!

Ho spremuto la Morte come un limone di primavera quel giorno romano che il silenzio
oscillava al canto del gallo come una banderuola gitana. Eloisa, meretrice di Siviglia,
batteva i quattro boulevards dell’arena, lei che era gobba come una prefica medievale  
cantava Santa Teresa barocca dal volto più affilato di una falce!

 Sugli altari delle lagrime scrisse con dita di cera un epitaffio muliebre con gli stiletti
delle sue unghie arcuate … era famosa come la bambina dei pettini e gareggiava
con le ballerine di Cadice, e danzava al canto di Silverio l’emorragia dei gesti dai balconi
giudei dei fiori di sale… mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

La soglia e la ferita mi contesero il poeta sulle scale delle lagrime: era la squillante
voce piombata degli zoccoli sul nero suono muschiato…un’aria con odore di saliva
di bimbo, di erba pestata e velo di medusa sotto nuovi portali di scoperta.
Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!

  Roma, 10 ottobre 2015

Autocommento di Antonio Sagredo

Caro Giorgio,

cerco di spiegarmi:

Intanto dovresti sapere cosa è il duende. Se non lo sai dovresti leggere il testo di Federico Lorca del 1930: El duende teoria y juego.
Il poeta assegna alla ispanità 4 linee come strade o boulevards, e sono: gitano, barocco, ebraico, romano.

la prima strofa:

a tutti giungono notizie da tutto il mondo e sono notizie tragiche colme di orrori di vario genere, si presentano, come visioni recidive (nulla al mondo è cambiato in meglio e tutto gli orrori si ripetono fin dalle nostre origini tant'è che è pane quotidiano!), al contrario del duende che non si ripete mai!
Il duende questa forza di cui si sa e non si sa la natura ci suona il cervello (midollo) dai nostri primordi e suona scelleratamente: il quarto verso mio è tratto dalla poesia "Me ne fotto" del 2011. "Rose nere" coincidono (non lo sapevo prima) con quanto ci riporta Lorca nel suo scritto su menzionato, citando una frase di un personaggio spagnolo, dice Lorca:" Manuel Torres pronunciò questa splendida frase: : tutto ciò che ha suoni neri ha duende>".

seconda strofa:

croci sta per cristianesimo; scimitarre sta per islamismo; candelabri sta per ebraismo . sono le tre religioni monoteiste e tutte e tre responsabili delle
catastrofi e tragedie dell'umanità! Esse sono: caroselli morgue, ecc. alla portata di tutti, cioè tutti sono in grado di realizzare apocalissi! E il duende fluisce
 in noi dalla pianta dei piedi fino al midollo (dal testo di Lorca), vuole significare che questa forza-nonforza penetra in noi e ci cambia e con la stessa tendenza
se ne esce da noi! –(il duende non sta nella gola (Lorca) ciò significa che il poeta canta invano! e meno il poeta canta più il suono (nero) della canzone diviene insensato da non comprendere più dove sta il nostro fuoco e il nostro sangue:
vuol significare che il duende (questa energia) è così padrona di noi che noi stessi non sappiamo più chi siamo.

terza strofa:

la terza strofa richiede obbligatoriamente la conoscenza del testo di Lorca. Giorno romano  (una delle quattro grandi strade della tradizione spagnola - Lorca)… banderuola gitana…; Eloisa, la meretrice personaggio reale di Siviglia… gobba come una prefica… che (mia versione) canta Santa Teresa, barocca, induendata (sovrassatura di duende!) al massimo grado! – Lorca nel testo ci dice che la Musa e l’Angelo non hanno alcuna importanza per il duende, che sta altrove e che è di altra natura!
E ci dice qualcosa di fondamentale importanza che riguarda il Poeta: il duende ama la lotta, anzi il duende è la lotta stessa!... “e questa lotta per l’espressione e per la comunicazione dell’espressione a volte acquisisce, in poesia, caratteri mortali”.(Lorca) - (frase che definisce i miei versi!).

quarta strofa:

“sugli altari delle lacrime…” chi scrisse con mano di cera? Fu la Musa vinta, dice Lorca. E Santa Teresa? (carne viva!), e  il Duende? E il Poeta? E la Meretrice? = la bambina dei pettini che gareggia (mia versione) con le ballerine di Cadice, elogiate da Marziale (Lorca)… al canto di Silverio (gran personaggio spagnolo reale, artista e compositore di musiche…)… balconi giudei… - “mirando del mio corpo il non agire… e poi non più”: (mio verso tratto dalla poesia del 2004 Ponte del suono)… e ho scoperto di aver detto qualcosa di stupefacente sul duende che non sapevo e cioè che il non agire - (scrive Lorca: ”Così, dunque, il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare”).

quinta strofa:

Il duende sta ai bordi (soglia) , sta  alla ferita, e esso stesso bordo e ferita. Scrive Lorca :” Angelo e Musa scappano con violino o ritmo, e il duende ferisce, e nella guarigione di questa ferita, che mai rimargina, risiede l’insolito, l’inventato dell’pera umana”.
Il verso: … si contesero il poeta sulle scale delle lacrime (lacrime come ferite aperte, carne viva, voce del poeta che è errato che resti nella gola quando il duende è invece l’energia che dalla pianta dei piedi sale fino al midollo!)... si, ma giunge con suoni neri di zoccoli piombati? Suono del piombo! E infine del testo Lorca scrive :”Ma dov’è il duende? [è in] un’aria con odore di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create”.


 Il mio verso finale:
Ma contro la geometria del pianto mi truccavo con gesso di Ruidera!
Che significa? È una uscita soltanto teatrale come di solito uso fare? Oppure no?
Scrive Lorca.”il duende è il sangue che  respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili… Che il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue”.
È tutto una serietà apparente, oppure no?
Di contro tutte le geometrie (“per cercare il duende non v’è mappa, né esercizio”, scrive Lorca) qui, del pianto (ma possono essere altre geometrie) io oppongo il trucco con gesso di Ruidera
(Ruidera, località lacustre nella arida regione di Castilla-La Mancha). Il trucco, per me, scompagina ogni classificazione geometrica della vita, per questo è una altra via che segna l’entrata trionfale del duende… sulla SOGLIA appare e tutto si inizia!



mercoledì 7 ottobre 2015

POESIA AMERICANA

Edna St. Vincent Millay
(22 febbraio 1892- Austerlitz, 19 ottobre 1950)


Si ricorda di te l’umida terra
di primavera, con tutti i suoi fiori,
le strade polverose, i cardi, e il lento
crescere della tonda luna, e tutte
le gole che cantarono d’estate,
le ali in partenza, i nidi, i rami spogli,
i venti che soffiarono a ogni tempo
e le tempeste di quattro stagioni.
Tu non vai piú col tuo passo di gloria
sui sentieri dell’alba e della bruma,
non vegli al vento, non ascolti il palpito
d’invisibili ali alte nell’aria.
Qualcosa in piú che giovane e gentile
eri tu: l’anno intero ti ricorda.


Traduzione di Silvio Raffo
 Edna St. Vincent Millay
L’amore non è cieco
a cura di Silvio Raffo
Crocetti Editore 1991, 2001

martedì 22 settembre 2015

POESIA SVIZZERA

STEVEN GRIECO
(1949)

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il linguaggio è fatto per interrogare e rispondere. Questa è la verità prima del Logos, il quale risponde solo se interrogato. Noi rispondiamo attraverso il linguaggio e domandiamo attraverso il linguaggio. Il nostro modo di essere si dà sempre e solo entro il linguaggio.
Interrogando il logos il poeta ci dice che interrogare significa domandare, e che l’uso del linguaggio, implicando l’interrogatività  dello spirito, è atto di pensiero. Non era Nietzsche che diceva che “parlare è in fondo la domanda che pongo al mio simile per sapere se egli ha la mia stessa anima?”. La questione del logos poetico ci porta ad indagare il funzionamento interrogativo del linguaggio. Anche quando ci troviamo di fronte alle frasi più astruse o ai sintagmi più impliciti, il poeta risponde sempre, e risponde sempre ad una domanda posta, o quasi posta o a una domanda implicita. E nella risposta esplicativa il poeta introduce sempre una nuova istanza che solleva nuove domande alle quali non può rispondere se non attraverso un linguaggio o un metalinguaggio. La differenza problematologica (la differenza domanda/risposta) diventa una differenza stilistica. Abitualmente si intende per domanda una frase interrogativa, ma questo è già qualcosa di esplicito, non sempre le domande assumono una forma interrogativa, anzi, forse le grandi domande sono poste in forma assertoria e dialogica, ricercano un interlocutore. Analogamente, nella forma mentis comune per risposta si intende qualcosa di assertorio. Ma in poesia le cose non sono mai così semplici e distinte; in poesia le due modalità si presentano sempre in commistione reciproca e in reciproca inimicizia.
Nella poesia di Steven Grieco è il punto lontano della domanda da cui prende l’abbrivio che costituisce un luogo geometrico dal quale si dipana il verso. Ma qui è una geometria non-euclidea che è in questione. Il verso è la traccia di una ricerca, la via verso un luogo abitabile. Utopia che la poesia ricerca senza tregua. Il punto lontano va alla ricerca del punto più vicino scegliendo la via tangenziale piuttosto che quella più retta, una via goniometrica, eccentrica;  in questo modo la versificazione si irradia dalla periferia del punto lontano verso il centro di gravità della costellazione simbolica mediante le vie molteplici che hanno molteplici direzioni. Ogni direzione è un senso interrotto, e più sensi interrotti costituiscono un senso compiuto, o quantomeno definito, anche se non definitivo. La poesia si dà per formale marcamento dell’implicito, e procede nella sua ricerca del vero allestendo una mappa, una carta geografica dell’evento linguistico. Si smarca dalla significazione dell’esplicito. La poesia di Steven Grieco risponde sempre per totale smarcamento dell’implicito alla ricerca di ciò che non può essere detto con parole esplicite o con un ragionamento protocollare. In questa ricerca concentrica ed eccentrica la poesia narra se stessa e narrando la propria ricerca indica una traccia, delinea uno spazio che si apre al tempo, anzi, uno spazio fatto di tempo, ovvero, un tempo fatto di spazio, che chiude lo spazio entro la propria irreversibile temporalità. È la marca della temporalità quella che appare alla lettura, una temporalità inscindibilmente legata ad un destino, ad un accadere. Per Steven Grieco, l’esplicito è certo una risposta, ma una risposta becera perché vuole rispondere attraverso la via più breve utilizzando lo spazio geometrico della significazione euclidea, mediante le vie rette del linguaggio neutrale della comunicazione, invece che attraverso lo spazio quadri dimensionale della comunicazione poetica. La sua poesia  abita  uno spazio osmotico e topologico che si rivela per omeomerie e per omeotropismi dove i rapporti di simiglianza e di dissimiglianza tracciano lo spazio interno di questo  universo in miniatura, dove c’è corrispondenza tra il vuoto e il pieno, dove gli eventi “Sono apparsi in una sfera / staccata dal pneuma” e accadono in una “sfera” come se fosse un universo in miniatura che riproduce il macro universo.

Il silenzio-lucertola scruta fisso.
Si muove. Risale verso l’immobilità. Si ferma, ingoia suono,
i suoi occhi gonfiano il vuoto.

Le domande che occupano il locutore restano tacite, solo ciò che vi risponde prende la forma della metafora e dell’immagine. La metafora indica così il divario che si apre tra l’implicito e l’esplicito; l’immagine allude alla lontananza tra la periferia e il centro dello spazio poetico. L'immagine e la metafora marcano il rotolare dell'io dal centro alla periferia, e viceversa. Se il Logos è fatto di domande e di risposte, a che cosa risponde il Logos? Il Logos risponde a ciò che siamo. Si dà linguaggio poetico nella misura in cui si mette in gioco ogni possibilità del dire della Lingua, in cui ci si mette in gioco. Nella poesia intitolata alla “icona di Andrey Rublyov”, non c’è nulla che rimandi, per via implicita o esplicita, alla icona del pittore russo, il discorso poetico procede per le vie sue proprie in un universo simmetrico e distopico a quello della icona, non si dà come illustrazione o come commento, non sceglie la via diretta dell’esplicito, quanto allude e illustra un altro universo analogico e contiguo a quello della icona pur se dissimile e distopico.

Giorgio Linguaglossa

I – Троица – Trinità del Vecchio Testamento

Sono apparsi in una sfera
staccata dal pneuma,
adesso guardano
il succedersi dei secoli.

Nevica.
La rozza pianura si sdraia,
stende le braccia all’orizzonte.
Sopra i suoi lamenti e tonfi
il muto giacere è perenne.

Nel profondo, miriadi di tremiti
si scindono, balenano, si spengono.
Ma uno si è avvicinato, crescendo,
è sgorgato inalberandosi fuori dal tempo
in un silenzio di respiro.

È diventato tre angeli
che rispecchiano
la prima neve sulla pianura
e la sua brutalità.

Nei loro occhi meravigliosi
si muove il patriarca di vento,
stringendo in mano un fascio d’ombre.

1973


            Trinità del Vecchio Testamento, icona di Andrey Rublyov

                           IL VIAGGIO

                              Parte prima

L’erba oscilla nello stagno
il faro preme sul mare annuvolato
un radar ruota sotto le stelle
vuoti i segni, il peso scomparso,
il pensiero sale su per gli occhi inerti
fra i violenti rami intrecciati
volando verso il grande respiro

Le mani a tastoni il cieco senso guida
le mani cercando. Un qualcosa di duro.
Tastano, palpano. Schiocco. Rugosa superficie, angoli, lati:
profonda volando. Non angoli: rotondità,
il profondo ritorna di scatto.
Poi afferrano, il senso cresce si forma
particelle di luce si muovono, viaggiano verso la mente
– fotogrammi, nero, grigio, più chiaro –
generano la pura immagine, memoria
di forma – un albero, frondoso nel vento

                                   Parte seconda

L’alba cola nel mare grigio dello spazio
la grande luce uccide le forme.
Seguendo gli occhi, il pensiero dilaga
nella cieca luminosità,
piatto e profondo.

Il silenzio-lucertola scruta fisso.
Si muove. Risale verso l’immobilità. Si ferma, ingoia suono,
i suoi occhi gonfiano il vuoto.

Fruscia un’ombra, si alza un corpo senza viso
si alza un corpo correndo

si alza correndo                              

si alza correndo                             

In questo luogo, tortura, morte.
Un grido scivola dalla gabbia
i rami della gabbia fremono,
conficcati nel cemento.

Questo luogo squamoso, morso da grida.

                                  Parte terza

Lucertola, lucertola, ascoltatrice, creatrice
di musica, fissa nei tuoi occhi

lucertola della sera, ricordo dal giardino...

Verso la luce si arrampicano le idee
la coda ancora nel buio.

La memoria apre,
è un puro lago di musica che s’increspa,
scrolla largo le sue torri d’acqua
si allarga nelle immagini di vento,
scrosciano libri, fogli
fino all’azzurra idea che sale alla vetta
all’impossibile
creazione

Nello stormire annuvolato di primavera
si muoveva il patriarca, girandosi dietro
il vetro di foglie stupite.

Era assorto in qualcosa; o forse
a qualcosa di scordato volgeva la sua attenzione.

                                     Parte quarta

Voci sommesse, bisbigli: da qualche parte lussureggia una vasta
zona di tremiti, le grandezze stellari creano oscurità,
si schiude un silenzio febbrile percorso
da piante e liane di suono

il pensiero spumeggia e sospira,
si spande e rispande

Un attimo rotto – un gesto, guardando stupito:
qualcosa scende giù,
la luce irrequieta va oscillando, mutando

Presagio. Fresco vento. Pioggia. Salute!

Nel ricordo aleggia una figura lievissima:
la casa presso il bosco, due gradini fino alla porta,
s’inginocchia piano davanti al patriarca,
scordata figura che forse avanzava, tendeva
la mano, avvicinandosi con lo sguardo
ad un tempo più remoto


Volando sotto l’alba verso il mare di nuvole,
calando, un vuoto d’aria, risalendo,
di nuovo calando, la memoria e le idee fuggivano
nel sonno incombente:

il faro scrutava cieco il mare annuvolato

il pensiero combatteva il sonno,
una profonda tristezza gravava sul petto.

6 October 1976



          
ON HIS 25TH BIRTHDAY

Andandomene così, nell’
improvviso riquadro di fari accesi
balza un’ombra al muro notturno
urta nella luce
cercando di ricordare

un cane travolto sull’autostrada di notte
come attraversare, le auto che corrono,
come riprendere il corpo
portarlo in salvo fra i fasci luminosi

(il cespuglio emetteva brani di musica
un trasognato uccello s’involò,
da tempo una tristezza pungente
era scesa sulla lastra-ricordo)

come attraversare le immense corsie
le auto che passano volando
il cane scomparso nel buio, balzando su
più morto nelle ruote di luce

Ora salgono schegge frantumi di poesia
un’immagine si apre franando
inghiottita dalla lente che stringe

raccolti in un punto, gli anni spersi,
funi sgomitolate, ruotano al cielo stellato

13 novembre, 1974

                                 MAHLER

irrompe una luce di trombe cadendo
un’onda di luce dove salgono
scalano sfere di note e trombe spaventate
stramazza per terra rabbuiata

nella musica che freme disfatta,
inutili smanie, immagini infrante
un rumore si storce salendo si schiude
si staglia un arco vibrando si apre volando

ombre barcollano nel vento notturno
si spegne il mare scosse di tramonto
impennate, tonfi, raffiche, ricordi di voci
scartano allucinate, pulsano forme d’ombra
irrequiete oscillano nel profondo
dove crescono idee multiformi
s’intrecciano infiniti rami pensanti
salgono gracili piante aprendosi
e tornano nel violento schema
nel nascere che distrugge

13 marzo 1975

       POEMS FOR MARC METRAUX IV

Sprigiona il musicista insegue
un purissimo suono
nella perfezione del vuoto

sprigiona, segue in alto la chiave
che accorda gli archi di luce

fuggono gli strali curvandosi
si spaccano, si fissano con fremiti

e le stelle pulsano nel buio
si forma una volta di musica

1975

             RONDINAIA: PRIMA DEL VIAGGIO

Esili valli, dirupi,
paesaggio venato di pioggia

mi sono svegliato
ascoltando, aprendo
gli occhi:
                si è schiusa nel corpo
una profonda chiarezza

sveglio al cielo annuvolato,
discendo piano tra rivoli e fruscii,
goccia capovolta
calo
          dentro lo stelo

universo riflesso
che racchiude tutto in sé

fino allo specchio d’acqua laggiù –
immobilità turbata
da un singolo ramo annerito.

Late winter 1976



                     

                    SAWAI MADHEPOR (I)

Da una pellicola che gira corrono antilopi nel bosco
e uccelli salgono nel cielo e riscendono. Lago.
Non vivendo, vivevano: non specchi né ombre.
Ma di questo lei s’imprimeva, e riflettendo,
era specchio d’ogni forma, ne era ombra.

Gira la pellicola, sparpagliava nel bosco gli animali,
mormorìo di pioggia sull’acqua, e grida
di grida di vita. Mai più veloce, mai più lenta,
gira sbiecando la realtà, srotolando in terra
l’immagine (che ordinata la bobina avvolge).

Scimmiotta nel riflesso quel tempo sublime,
era galoppo nel galoppo, pavoneggiarsi di voli
che tutto scordando spegnevano la tromba d’oro.
Girava l’immagine che non è, sognando.
Si avvolge la pellicola che si srotolava in terra.

gennaio 1980

                                   МЕСЯЦ  -  MESE

           Luna calante d’inverno. Uomini, animali, piante
si contraggono, accartocciandosi nel suo decrescere.

Dentro qualche velo di marzo.
                                                   Confuso stringere, confu
sa rotondità, confu

Di ieri e di domani le incontabili lune
non furono, non saranno. Sono. Suono sferico, cinereo,
spicchiando a levante o ponente. Forma-sempre.

Ma adesso declina la luna. Adesso crescita e pienezza staranno
nel suo decrescere.
                                 Nudi rami, sterpi
                                                                tonda contrazione

15 marzo, 1980

                              BOMBAY, SERA (1)

Non cielo, non luce profonda o nuvole.
Una brezza spingeva dal mare, i palazzi
schiamazzavano confusi in polvere d’ombra.
In alto, schiusa luce non era cielo, non nuvole.

Sventolando, le cose morivano le une nell’altre
perdevano ogni senso nel venire della notte.

Non pronto a morire, mai pronto, il giorno
moriva miracoloso: sbriciolava ombra di palazzi
fuggiva in alto, non era cielo, non luce, non nuvole.

Calando, scendendo, si cullava il giorno morente.
Era mattino, pomeriggio, tramonto. Era notte.

1980

COMMENTO DI MARIO M. GABRIELE

Quando  Steven Grieco scrive versi, fa uso della maggior parte  delle categorie retoriche, all’interno delle quali il transfert psicolinguistico diventa traccia di un percorso con più segnaletiche. Il reportage di determinati  eventi, è  correlato al pensiero  argomentante, che cela il doppio fondo di captazione interna ed esterna, da cui si può risalire in superficie,  facendo ricorso  a  scale  di proiezione, che costituiscono l’essenza stessa del fare o scrivere versi. Da qui il  significato di personalità poetica, determinato  da un rapporto inter-relazionale con la realtà. Si tratta, in altri termini, di gestire  la struttura linguistica portandola verso una  nuova Forma incontaminata, sorretta da una visione dinamica del pensiero  e dell’inconscio.  Del resto tutto ciò che ha portato la poesia ad essere principio del piacere, e per dirla con Barthes, del piacere del testo, è lo specchio di rifrazione che coinvolge il lettore e lo stesso poeta, senza l’allegorizzazione dell’io che non è mai ideale nella commutazione espressiva.  La non appartenenza ad una specifica classe linguistica, già omologata, consente a  Steven Grieco di inserirsi in un’area che la critica definisce “modernista ” e che  non si identifica  nella post-storia della poesia del secondo Novecento.


giovedì 17 settembre 2015

POESIA AUSTRIACA


Friederike Mairòcher
(1924)
Come mi chiami?
Qual è il nome che mi dai,
fiumicello sotto la terra.
Quand’io chiudo gli occhi
posso tracciare il tuo profilo
fiumicello sotto la terra.
Io ti ricalco:
sono la tua mente sono il tuo cuore
in venti dita io vivo.
Forse han per questo le parole
tra noi smesso di andare e venire
quando siamo soli
 forse abbraccio me stessa
quand’io ti abbraccio
forse mi sono disgiunta:
no, fiumicello sotto la terra,
questo non è più amore
solo compiuta dissoluzione.

(da:  Poesia  anno V luglio-agosto 1982 n. 53, traduzione di Luigi Reitani)

domenica 30 agosto 2015

POESIA ITALIANA

GIORGIO LINGUAGLOSSA
(1949)


Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
posti sulla sommità delle torrette blindate.
Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.
Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
sul numero 33.
Giocano con le bambole, giocano con le murene,
accompagnano al pianoforte la bella Marlene
che canta il Lied della nostalgia e della morte.
In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
nel firmamento stellato.
Cogito è in viaggio su un treno blindato
sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
«Mia amata, il mio posto è qui».
Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
Un Signore salta dalla bandella di un polittico nella stanza del pittore.
Gira per la stanza, vuole prendere un po’ di aria fresca.
Non vuole più dipingere Annunciazioni o Madonne col bambino.
Anteprima: Un uomo in nero è accanto al letto di morte del poeta.
«Ospite sgradito! La tua fama da tempo s’è sparsa»,
scrive il poeta sul letto di morte.
Un gendarme cammina tra gli hangar, agita il frustino
in mezzo ad un nugolo di cani lupo. Abbaiano furiosi,
intuiscono gli ordini dell’aguzzino dal movimento del suo polso.
Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte
ma la luce della finestra non li raggiunge.
Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.
Benozzo Gozzoli alla corte degli Estensi dipinge
un cardellino sul ramo di corbezzolo
e fischia un motivo di Mozart,
sa che non c’è più tempo, deve affrettarsi,
il Beato Angelico lo ha chiamato a Roma,
«Per fare cosa?», si chiede Benozzo, «ancora affreschi,
polittici da altare, annunciazioni?».
Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.
Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
La polizia segreta bussa alla porta del Signor Cogito.
«Gutentag Herr Cogito».

da “Risposta al Signor Cogito” (inedito)

Giocavano a dadi con i meteci

Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "malediciamo il nome di Dio."
Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.
Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.
A quel tempo dall' Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele
e gettarono le ancore.
lo fissavo il loro occhio di vetro ...
Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,
ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l'infiltrato e la spia,
passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d'oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
lo a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
tiravo con l'arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: "dimenticatevi il nome di Dio."

Per gentile concessione dell'autore

martedì 14 luglio 2015

POESIA GRECA

TITOS PATRIKIOS
  (1928)


Parto agevolato ad Atene nel 2004

Ovviamente sono successe tante cose, diciamo, ripetiamo
a volte con calma, a volte con ardore,
ma nonostante le urla da moribondi
nonostante i melodrammi dolciastri
speriamo sempre in un futuro migliore,
per agevolare il suo arrivo
lo sgraviamo di tutti i gravami
gli eliminiamo bandiere e tamburi,
tuttavia quello non ne vuol sapere di nascere,
resta acciambellato in posizione embrionale
nel ventre materno del passato
per non rinunciare al tiepido dondolio
nel liquido amniotico, per non perdere
il morbido involucro del buio
uscendo nell’insolenza della luce
nell’opportunismo del chiaroscuro
in un mondo arido e duro.
Sa che alla fine non potrà evitarlo
che ancora una volta tribolerà
per i tagli cesarei urgenti
che ordinano le autorità competenti
ma soprattutto sa che in seguito soffrirà
per la delusione dei genitori
quando vedranno che il loro figlio
di nuovo non soddisfa le loro aspettative.


(Testo inedito, tradotto da Nicola Crocetti)

venerdì 17 ottobre 2014

POESIA ITALIANA

Mario M. Gabriele

Faubourg (inedito ottobre 2014)

Una nuvola bianca che mai s’era vista
più  bianca di un bianco di neve in inverno,
poca acqua dentro, poca,
sostava  su un vecchio faubourg
di tùmuli e croci,
sostava  più a lungo delle nuvole grigie,
sicura di celare l’azzurro,
velo bianco,
più bianco del viso di chi trascolora,
sostava,  oscurando  l’occhio del cielo,
più cieco dell’occhio di Dio, 
come un bianco lenzuolo
copriva Marina tra le rughe del fiume,
sostava celando l’azzurro,
le tombe e le croci di un vecchio faubourg.

giovedì 16 ottobre 2014

POESIA AUSTRIACA

Ingeborg Bachmann
(1926-1973)



Al Sole

Più bello della pregevole luna con la sua nobile luce,
Più bello delle stelle, illustri decorazioni della notte,
Molto più bello dell'infocato apparire di una cometa
E a cose assai più belle di tutti gli astri designato,
Poiché da lui ogni giorno la vita tua e la mia dipende, è il sole.

Bel sole, che sorge e non ha dimenticata né ultimata
L'opera sua, bellissimo d'estate, quando la giornata
Evapora dai litorali e le vele pendule a specchio dei tuoi occhi
Trascorrono, finché tu stanco ne dimezzi l'ultima.

Priva di sole, riprende il velo anche l'arte:
Tu non mi appari più, e il mare e la sabbia,
Flagellati dalle ombre, mi fuggono sotto le palpebre.

Bella luce, che dona calore e custodisce e meravigliosa
Provvede a ridonarmi la vista, a ridarmi la vista di te!

Cosa più bella sotto il sole non v'è che star sotto il sole...

Guardare il palo nell'acqua e, sopra, l'uccello
Che medita il volo, e sotto, i pesci a schiere,
Variopinti, ben fatti, venuti al mondo con una missione di luce;
E guardarsi intorno: il quadrato di un campo, il frastagliato
profilo del mio paese,
E l'abito che hai indossato. Il tuo abito, azzurro, a campana!

Il bell'azzurro, dove i pavoni passeggiano facendo riverenze,
Azzurro delle lontananze, delle regioni felici con i baleni
propizi al mio estro,
Azzurra incognita dell'orizzonte! E i miei occhi entusiasti,
Di nuovo si slargano e brillano, e perdutamente riardono.

Bel sole, cui la polvere deve l'ammirazione più alta,
Non per ìa luna né per ie stelle, né perché la notte
Vogliosa di beffarmi sfoggia comete, ma per amore
Di te, all'infinito, e per null'altro al mondo, io farò

Lamento su l'ineluttabile perdita dei miei occhi.


(Testo tratto da poesieracconti.it)