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giovedì 15 ottobre 2009

POESIA ITALIANA
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
(1929)


LO SGABELLO DI DIO

ad Angelo Jacomuzzi

Sì, è vero, anche se accumuli a migliaia
fogli su fogli scritti ai margini
(e anche qualche disegno d’angelo, una rondine
in un angolo del cielo bianco), il tremore di una foglia
dove è caduta una riga, forse, un volto
vecchio si affaccia da una macchia bruna,
sembra voler parlare, poi gli occhi come se
per la prima volta avesse visto davvero il libro scritto
del mondo, troppo lungo e confuso, pieno
di storie senza senso e tutte di morti da chi sa
quanto tempo o uno traballa un poco, poi si lascia
cadere troppo lentamente a terra,
allargando le braccia, mentre ancora
in una mano convulsamente stringe
una bandiera vuota); ecco, neppure —
mettendo l’uno su l’altro tutti i sogni
sognati sul Parnaso e altrove si può giungere
anche soltanto a intravedere lo sgabello
dove i suoi piedi a volte posa Dio —
un passo lento, un’orma pesante sul broccato
rosso, la punta di una pantofola un po’ lisa
nel tremare dell’aria come dopo
il primo tuono della primavera
proprio niente di tutto questo, solo un muro
di carta o di cartone, e quale spazio
può rimanere oltre un angolo d’aria muta e morta,
un lembo di tenda grigia che un vento
inesistente a volte spinge fino
ai fogli, una mano di bambino che saluta
in un’alba d’inverno, il punto animato di una mosca
che cerca a lungo la parola fine
dove fermarsi.

Giorgio Bàrberi Squarotti
(da: "Gerico" - Guida Editore, 1983)
ANGELO FERRANTE
(1938-2010)


I

Tu, mio sentire il tempo, la sorte,
la vita, non abbandonarmi mai.
Sii aspro e dolce, aprimi le porte
dell'anima, e canta quel che sai.

Non tralasciare ciò che l'occhio umano
non scorge: i minimi frantumi, il lento
sfarinìo delle rocce, il lontano
mormorìo degli astri, l'aria, il vento.

E più rammenta il moto della polvere
quando, nuda, s'adagia sulle cose.
E' nell'invisibile dissolvere
il sè che la vita traccia le sue pòse.

Ma poi tutto si muove e si trasforma,
anche ciò che non sembra che si muova.
E anche l'eterno, che non lascia orma,
nell'ignoto si muta e si rinnova.

Angelo Ferrante
(da: "dentro la vita" - Moretti & Vitali Editore, 2007)
DINO CAMPANA
(1885-1932)


La sera fumosa d’estate
dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
e mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume s’accende una lampada) chi ha
a la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – C’è
nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto;
e tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
nel cuore della sera c’è
sempre una piaga rossa languente.
Dino Campana
(Da:“Canti Orfici” Marradi, 1914, su La poesia Italiana Contemporanea a cura di G. Cavallini e L. Marguati)
ARTURO GIOVANNITTI
(1884-1959)


COLUI CHE CAMMINA

Al di sopra del mio capo, odo il rumore dei passi,
tutta la notte.
Avanti e indietro; vanno e vengono….
Ancora….ancora….ancora….
Tutta la notte; tutte le notti…..
Un’eternità nei quattro passi che vanno; un’eternità
nei quattro passi che tornano e nei brevi,
sempre
uguali intervalli, pesa il Silenzio, la Notte, l’Infinito.
Ché infiniti sono i nove passi di una cella di prigione,
e senza fine è la marcia di colui che cammina,
tra i muri di mattoni gialli ed il rosso cancello di ferro
ingenerando pensieri che non si possono ammanettare
che non si possono segregare, perché errano lontano,
nella luce solare del mondo, ed ognuno di essi va
peregrino verso la meta del suo destino.
T’imploro, fratello mio, perché sono assai stanco
di udire e contare i tuoi passi, e non mi reggo
più dal sonno.
Fermati, riposa, dormi fratello mio, ché l’alba è
assai vicina e non è soltanto la chiave che può
riaprirci il cancello.

Arturo Giovannitti
(da: Quando canta il gallo, Ed. Clemente e Figli, Chicago - 1957)

martedì 13 ottobre 2009

MILO DE ANGELIS
(1951)


*

Il luogo era immobile, la parola oscura. Era quello
il luogo stabilito. Addio memoria di notti
lucenti, addio grande sorriso. Il luogo era lì.
Respirare fu un buio di persiane, uno stare primitivo.
Silenzio e deserto si scambiavano volto e noi
parlavamo a una lampada. Il luogo era quello. I tram
passavano radi. Venere ritornava nella sua baracca.
Dalla gola guerriera si staccavano episodi. Non abbiamo
detto più niente. Il luogo era quello. Era lì
che stavi morendo.


Milo De Angelis
(Da:Tema dell’addio, su La Parola Plurale, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, e Paolo Zublena, Sossella Ebitore, 2005)
GIOVANNA SICARI
(1954-2003)


PER UN AMORE EDIPICO


Malgrado quel tuo odore
mi distraesse dal resto
di dicembre squartava l’aria
un altro anno scandiva la sequenza.
Nei solchi delle periferie
distratte bocche dalle tasche dei pantaloni
inseguono l’atmosfera pigra
del sogno di stanotte
fra tradimenti e chiese devastate,
niente oltre il tuo respiro di usignolo
fra i quadri rubati nella penombra
dell’ultima guerra fratricida
raccontando tutto a un amico
sempre lo stesso dalle mille conturbanti facce
di pavone, di bue, di filigrana gentile
di vitello da scorreria.
Dov’era, chi era
con la faccia bestiale o floreale
non mi scuoteva,
per caso- diceva-
per un amore edipico.

Giovanna Sicari
(Su: Tam – Tam n. 29, anno 1982)

lunedì 12 ottobre 2009

HELLE BUSACCA
(1915-1996)



*

E perché dovrei andare in grecia
o a creta o in egitto o a siviglia,
e perché sognerei
gli atolli dalle verdi lagune,

mio fratello non è là.

I suoi occhi infinitamente tristi
infinitamente dolci in cui brilla
quel radioso sorriso,
questo universo senza pupille
non sapeva che cosa farsene.

E la sardegna, sì, paola,
un tempo, è bella, avrei potuto scriverti;
ma ora,
..............ed è questo che vorrei che udissi,
aldo che dormi accorato ancora
di ciò che non avesti,
....................................................non è che limo
e cenere come ogni cosa: bello e gentile,
nulla, se non quel nulla ch'è un cuore d'uomo.

Helle Busacca
(Dal Blog Blanc de ta nuque di Stefano Guglielmin)



TV
(Revival anni 40)

Come se n’é andata la nostra vita,
Aldo, perduta, sprecata,
eppure sempre meravigliosa
anni”40, “40”)
quando era giovane nostro padre,
quando eravamo ragazzi noi,
e siamo già nell’ottantacinque,
io qui nel risucchio, tu chi sa dove.

Helle Busacca
(Su Progetto di curva e di volo, a cura di Domenico Cara, Laboratorio delle arti, Milano, 1994)

DAVIDE RONDONI
(1964)


*

Sia dolce con noi.
Su di noi altissimo cielo,
in noi vicinissima pietà.
Sia respiro,
tremato segreto.
Sia cuore nel cuore della notte,
sia nuovo arco del giorno.
Sia Compassione!

Sii dolce con noi.

Vieni
nella sera che si svena.
Nelle feste di cocci.
Vieni al morire delle ore,
vieni nel nostro livore.

Vieni nei grandi presepi,
nei bambini vuoti.
Vieni nelle ore carcerate,
nelle preziose coppe sbeccate.

Sii Compassione!

Vieni
nel valzer triste,
nella dischiusa mandorla del sogno.
Vieni nelle ore chinate,
nell’incanto, nelle poesie dimenticate.

Vieni nei debolissimi pianti,
negli uomini profanati.
Vieni nelle ore gementi,
nella malattia, vieni nelle menti.

Sii respiro!

Vieni nella sconosciuta particella,
nei pensieri filo -di –ragno.
Vieni nelle ore centellinate,
nelle regine denudate.

Vieni
nel nostro amore balbuziente,
nel niente di voce rimasto.
Nelle ore ingravidate.
Vieni nelle nostre polveri innamorate.
Vieni e sii tormento.
Vieni nel mio frammento.

Davide Rondoni
(Natale 1983, su Quinta Generazione, Anno XII, 1984, Maggio-Giugno, nn. 119-120)

domenica 11 ottobre 2009

GIOVANNI GIUDICI
(1924)



GUARDERO' INDIETRO

Guarderò indietro, non avrò più paura.
Dimenticare amici, dimenticare sventura
o ventura, non serve, cambiare accento,
sapere tutte le giuste notizie,

dunque non serve. Se è da rifare il mondo,
datemi la mia parte, fissatemi il tempo,
controllatemi, lavorerò….Ma qui un po’ di vento
già mi sbalestra, mi scopro se mi nascondo,

mi coglie in fallo: basta un niente a tradirti,
e sbagliare da soli non dà esperienza.
Cominceremo daccapo, ma qui è già sabato sera,
credo che il Diavolo esiste, volevo dirti.

Giovanni Giudici
(da: La vita in versi di Giovanni Giudici, a cura di Enrico Testa, su “Poesia”, anno III, gennaio 1990, numero 25)

sabato 10 ottobre 2009

GIORGIO BASSANI
(1916-2000)
DOVE VIVI?

Dove vivi? - mi chiede corrugando la
fronte e stringendo le palpebre – Dov’è
che diavolo stai?

A Roma? A Ferrara? Laggiù a
Maratea? Oppure nuovamente
altrove?

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più
piccolo posto un po’ tuo- concludo – proprio tu che fino
all’altro ieri soltanto
non ne hai abitato in fondo che
uno
Giorgio Bassani
(Da: In gran segreto, Mondadori, 1978)


a MOMI

Gli anni – quaranta almeno dei tuoi sessanta – tutti una ritmica
alternanza d’autunnali nebbie ineffabili di inverni
del pari inesprimibili nelle opache loro o fulgenti
nevi urbane e collinari d’estati
anch’esse da non dirsi nei loro padani
polverosi ori
supremi


o nel frattempo tu sempre lì in attesa di un’improbabile
inaudita primavera giammai
avere tu fretta anzi marcissero
in te cose ed eventi prossimi sempre a una mirabile
epifania ad una imminente
caduta….


Era alla Poesia che tiravi a quella

Giorgio Bassani
(Da: In gran segreto, Mondadori, 1978)

venerdì 9 ottobre 2009

FELICE PIEMONTESE
(1942)


STREGHE (a Patrizia Vicinelli)

di Patrizia Vicinelli ricordo un gesto
di tenerezza, davanti a una fontana
di Pesaro (m’innamorai subito
naturalmente, quando già
aveva deciso che lo spreco
di sé è l’unica fatica
che merita di essere
fatta. Negli ultimi tempi (ma
la saggezza non arriverà, dissi) amava
raccontare le sue avventure, come farebbe
un vecchio esploratore: le fughe,
il carcere, i molti umori, le rivolte, questa
vita di rossori, Anastasia,
anche gli aborti, certo, e
la lunga droga, le persecuzioni, la strega
degli Abruzzi (fu a Tangeri
o a Westminster bridge che
ci venne incontro?). Sono (quasi) sempre
allegra, disse, Il futuro sarà
radioso (aveva
ancora pochi mesi). E almeno
non ci saranno la compassione, la senilità
precoce, irreversibile
è il tempo, nevvero, e certe
le macerie. Chi sa perché

Felice Piemontese
(Su Risvolti, Edizioni Riccardi, quaderni di linguaggio in movimento, Misenum Rain n. 6, 2001)
STELIO MARIA MARTINI
(1934)


*

é vero, amore, è vero: dietro i muri, oltre le porte
esistono gli angeli lievitanti dei bordelli-
é vero, amore, è vero: basterebbe infatti abolire gli opericoli-
io credo ai miracoli, al sonno, e intanto giacciono i terremoti-

ognuno mi stende la mano, una sua zampetta pelosa
ognuno mi offre una rosa o un’unghia, ma invano-
la strada, la folla, ogni cosa caduta e gettata
è bella con te… è vero, ma, cos’è mai capire?

é vero, amore, è vero: né per frigus pars destrens
mi sento rivivere, né sono per questo più acuto-
il mare, il cielo, il sole, le zanzare, i tafani, le mosche
è tutto una musica nel tuo ronzare plenilunio-

ho l’anima piena di luce, non sono altro che un bugno
io amo, io sono felice nonostante i privati fetori-
è vero, un miracolo, è vero, in questo ricettacolo di goccioline,
amore, sei tu, ritrovato nell’incredibile brulicante

Stelio Maria Martini
(Da: Schemi, su Risvolti, Quaderni di linguaggi in movimento, Edizioni Riccardi, Arvenum Poetryn. 1, 1008)


HARLET’S HOUSE

C’incamminammo a passo errante
per la lunare strada sognante
e finimmo davanti all’Harlot’s House.

Da dentro udimmo oltre il fracasso,
alto e distinto in mezzo al chiasso,
il Treus Liebes Herz di Strauss.

Come strani automi grotteschi
componevano fantastici arabeschi
ombre in moto di là da un paravento.

Vedevamo spettrali ballerini
muoversi a suon di corni e di violini:
un turbinio di foglie nere al vento.

Come pupazzi comandati a fili
quei gracili scheletrici profili
saltellavano simili a birilli.

Si prendevano l’un l’altro per mano
ballando seriamente un ballo vano
tra sonore risate, grida e strilli.

Ora una bambola stringeva al petto
un fantoccio meccanico all’aspetto,
ora sembrava accennassero a un canto.

Ora invece un’orrenda marionetta
usciva a fumare una sua sigaretta
come se fosse viva per incanto.

Allora dissi rivolto al mio amore:
ballano i morti coi morti, è un orrore,
un vortice di polvere in caduta!

Ma lei sentiva il violino e lasciò,
lasciò il mio fianco sinistro ed entrò,
entrò il mio amore nella casa perduta.

Ed ecco di colpo quei suoni stonarono,
i ballerini il ballo arrestarono,
cessava con il valzer l’impostura.

E giù per la lunga, immobile strada
nell’alba grigia di fredda rugiada
un brivido corse di bimba in paura.

Stelio Maria Martini
(Da: Via nel tempo,Il Laboratorio/ Le Edizioni, Nola, 1997)
MARISA PAPA RUGGIERO
(1943)


SULLA SCENA

Dal mio pennello
la stanza scende
sulla tela, non diversa
né uguale alla mia stanza

e dentro qui nel mezzo
dipingo un cavalletto ed una tela…
e sulla tela una scena,

poi me stessa
che dipinge una scena
(me stessa due volte)
o due me in una volta
entro cogli occhi dentro i miei
sulla scena,
mi guardo in ciò che manca

e ciò che manca è dipinto
e tuttavia esistente,
nato qui:
sulla scena

Marisa Papa Ruggiero
(Da: L’estremità del nome, su Risvolti, Quaderni di linguaggi in Movimento, Edizioni Riccardi, Arvenum Poetry, n.1, 1998)

giovedì 8 ottobre 2009

GIOVANNI TESTORI
(1923-1993)


A TE

Se tu m’amassi un po’ di più,
ti giuro
non potrei,
non vivere più.

*

Nella vita
non incontrerai più nessuno.

Il miracolo non si ripete é uno.
Si adagia su di te la sera,
si adagia su di me
la tua affranta, perseguita giovinezza.

Non ci sarà più bellezza;
se tu parti,
non ci sarà più salvezza.

*

Sei tu che hai fatto nevicare?
E per dirmi che mi vuoi davvero stringere,
baciare?

*

Non guardarmi.
Sai che posso piangere,
tremare

E’ solo così che ci possiamo amare?

*

Avremmo percorso insieme
Le strade che attendono
i misconosciuti, i banditi.
Saremmo stati dei vermi, dei cani,
ma la sera, oh amore, la sera
ci saremmo stretti come due poveri figli
nelle nostre tristissime mani…

*

Lentamente ti carichi anche tu
della mia stessa croce.

Affranto sotto il peso
non ti senti triste,
non ti senti offeso.

Sei una pecora che avanza
e non bela ormai più:
sei hai bisogno – mi dici –
la mia felicità prendila tu.

Giovanni Testori
(Da: A te, Almanacco dello Specchio, 1979, su Quinta Generazione, Anno XII-1984, Maggio-Giugno nn. 119-120)

PATRIZIA CAVALLI
(1947)



Da: L’io singolare proprio mio

Ah smetti sedia di essere così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Patrizia Cavalli
(da Parola plurale, Sossella editore, 2005)