Cerca nel blog

giovedì 8 ottobre 2009

VIVIAN LAMARQUE
(1946)


QUESTA QUIETA POLVERE

1

Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più

Disse al figurinaio fammi una statua di cera
che si muova come un uomo vero

i morti se li tocchi sono freddi
invece i vivi sono tutta un’altra cosa

l’amore mio quando lo toccavo
ero felice

In un certo reame in un certo stato
vivevano un tempo un re e una regina

ieri ho avuto una visione
l’amore mio era in giardino
metà era vecchio
metà era bambino

l’ultima volta mi aveva detto
se mi ammalo tu mi curi?
e io avevo detto di sì
sai smacchiare le giacche?
e io avevo detto un po’

In un certo reame in un certo stato
vivevano un tempo un re e una regina

il mattino dopo che si è morti
non ci si può svegliare
la vita è finita
è incominciata la morte

non si può sempre restare
un po’ starò
e un po’ andrò

io lo so dove andare
conosco certi luoghi
dove l’amore mio col suo profilo va
Le acque di una stessa rapida vanno fra mille ostacoli
poi si riuniscono, anche se non subito

dimmi: ma tu e l’amore tuo siete di una stessa rapida?
sì se no non saremmo una volta confluiti

e quando sarebbe se non subito?f
fra mille e ottomila generazioni finché questo ciottolo
diventi masso

certe volte io credo di assomigliare a qualcuno
certe volte io credo di non assomigliare a nessuno
io assomiglio a me stessa
innamorata dell’amore mio

Che fa il mio bimbo?
Che fa il mio capriolo?
Verrà tre volte ancora
E poi non verrà più

con questa luce forte
si vede a prima vista che l’amore mio non c’è
l’amore mio manca così tanto
che non vedo l’ora che sia buio
buio nero per non vederci più

al buio certe volte
l’amore mio col suo profilo appare

non mi dice parole
né si lascia toccare
comunque al buio certe volte
l’amore mio coi suo profilo appare

II

io mi ricordo la prima volta che lo vidi
erano le ore 16 del giorno sabato di giugno
lui arrivava da un corridoio lungo

dove si ritira l’amore
avanza la morte Giardiniera

io non voglio la Morte Giardiniera
io voglio un giardino
con dentro l’amore mio a zappare

se un giorno l’amore mio ritornerà
io sarò felice

come le piantine di riso che in autunno
si reclinano tutte d’un verso
a voi a voi vorrei piegarmi

adesso basta non esserci
adesso voglio che l’amore mio ci sia
voglio che l’amore mio sia lì
anzi qui
che io possa allungando una mano
toccarlo

Disse al figurinaio : fammi una statua di cera
che si muova come un vero uomo

i morti se li tocchi sono freddi
invece i vivi sono tutta un’altra cosa

l’amore mio quando lo toccavo
ero felice

io non voglio essere quieta
io non voglio essere polvere

nelle vite quando mettono la data di nascita
io vado subito a vedere la data di morte
poi faccio la sottrazione
e metto il risultato

io non sono morta io sono nata
il 18 aprile 1946

sono viva credo
i rami sulla mia mano
sono pieni di convolvolo

Vivian Lamarque
(Da: Una quieta polvere, - Parola Plurale-, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinellii e Paolo Zublema, Sossella Editore, Roma, 2005)

mercoledì 7 ottobre 2009

BIANCAMARIA FRABOTTA
(1946)

5

Se postumo è il nostro dialogo perché ci bastò
una vita soltanto e non
fin oltre l’orto concluso che anche qui le conifere
stagliano e scorciano se sondi troppo le punte?
Immune da ogni esito andrà ancora a capo
la muta insidia del caso
il bacio delle note che ancora ci adesca
il giro delle quinte in cui più vale la finta
che con tantalica mente appaga chi non resiste
e mente e quel neo sulla guancia diventa
il cielo nero di una notte illune. L’ultima
in cui poter dormire. L’unica che imparò a morire.

Biancamaria Frabotta


10

Non più la trepida festa del vento che sciabola rincorse.
Sédati vento. E’ il tempo della posa.
Cheta la tua impaziente opera di limatura.
Lascia che Jole sparga la sua segatura e la lucertola
immota risalga dal fondo d’un ossario marino
dove rosseggia la seppiolina e argentea risplende
la lisca dell’aringa. E se gli ultimi
saranno i primi venga presto la primula
a ultimare le dimenticanze dello scalpellino.
Domani avrò anch’io l’impareggiabile lucentezza del marmo.

Biancamaria Frabotta
(Da: Il vento a Bures,- Parola plurale a cura di Giancarlo Alfano. Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli e Paolo Zublema..
Sossella Editore, Roma, 2005)

COSIMO ORTESTA
(1939)


IL SENTIERO DAL CUORE DELLA CASA


Piccole navi morte, sotto tetto d’acciaio,
del nero ardore parlano
che il figlio di Corneille consunse –
la percezione dell’acqua e dell’età,
il soffio delle foglie,
la lettura del thè in cui (tutto fiorito
a morte)- il figlio: “Orsù mio bel signore
disàrmati” dicendo, insiste a che
la Defayis discenda adesso ammantata
di carezze fresche e vedove medaglie
che l’ebbero corrotta ma sempre più inflessibile
nel negarsi.

A dodici anni o a trenta da altissime
vele soffocato inutilmente o da collana d’acciaio
-dolcissimi pigiami! – l’astuto sollievo
inerte si fingeva col fiato corto reclamando
letto di spighe e lande belle e piane.
Ma aria di paragone con l’aria già di collera
di crepe giù nella corte si era fasciata

Cosimo Ortesta
(In margine alla lettura di una biografia di Pierre Corneille e di una lettera alla madre (Caroline Archnhaut Defayis) di Charles Baudelaire.


PAROLA STESSA


Cominciata nell’orizzonte dove crolli
mi dai la mano (sì, che me lo dici)
bella a me gridando se conosci
il lungo pelo e il bosco
che s’inarca

paziente trasudi qui son
io perché non scrivi e giri
intorno un quarto di parola
parola stessa d’ago e storia
entrata veglia
nei colpi sul femore battuti

ti sbarri gli occhi e il respiro
nei tiepidi scongiuri
alla porta chiusi con fendenti
e sveli l’alluce posato sulla foglia
la forchetta a te imboccata
la carezza stoccata sulla nuca.

Cosimo Ortesta
(Da: Il bagno degli occhi, Società di poesia,1980) Su Quinta Generazione, Anno XII,1984, Maggio.Giugno , nn. 119-120)
GIULIANO GRAMIGNA
(1920)


UNA CITTA’ LOMBARDA


2

Ben altro ti attende che il fischio
sordo della lampada a gas
sullo sterrato: non è il cuore che batte
ma il martello pneumatico nel punto
dove comincia l’inferno
come in un blocco di tormalina
eritis sicut dei, pensieri, desolati, volti
ghiacciati nella speranza!
Ogni sera c’è sempre meno rimorso
nello spazio di guadagnare,
meno tempo da ingannare. Piove nella stanza
diggià la cenere del Capo Nord.

Giuliano Gramigna
(Da: La pazienza, Rebellato, 1959, su Quinta Generazione, Anno XII-1984, Maggio-Giugno. Nn. 119-120)

martedì 6 ottobre 2009

GIULIA NICCOLAI
(1934)


Da:FRISBIES (1982)


Una volta
aprendo il frigorifero
é capitato anche a me di dire:
“C’è qualcosa di marcio in Danimarca”.

Un uomo mi fa notare
-durante l’intervallo di una mia lettura alla Pasticceria-
che il pane in Toscana viene fatto senza sale
e che Dante ha scritto:
“Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui…
E intanto Dante sale.

IS mi dice di aver visto vicino alla Porta Romana
un picoloo ristourante Thaigliandeisi.
“Come, dico io, “il ristorante si chiama Italia Daisy?
“Come, dice lui, (“Italian Daisy? Thaigliandeisi”
“Ah, Thailandese, dico io. (Lui, IS, mi stava parlando
in italiano e io lo stavo ascoltando in inglese).
E pensare che la più “bella” signora dell’orto
che io ero convinta si chiamasse Italia,
si chiama invece Margherita.

Non si gioca a Frisby solo con le parole
è bene farlo anche con le braccia e con le gambe.

“Beati i poveri di spirito”
dovrebbe dare in inglese
“Blessed are the half-wits”
Invece fa: “Blessed are the poor in spirito”
Sì, bevo sempre parecchio.

Vichinghi, normanni e altri
-per lo più navigatori –
vengono solitamente raffigurati
a prua, in piedi, che scrutano l’orizzonte. Alias infinito.
A un certo punto, però anche loro
saranno costretti a dire “Terra-terra-.

I Presidenti degli Stati Uniti
-da quando televisione é televisione-
e quando parlano al popolo americano,
fissano sempre un punto sopra l’obiettivo della camera.
(Vedi: orizzonte. Vedi infinito).

Sapeva quello che si diceva
quello che ha detto:
“Vedi Napoli e poi muori”.
(Questo è un omaggio ai leopardi, ai gattopardi, ai viceré, alle
pantere nere?)

La poesia
va da tutte le parti
e così fo’ io.
Laudata sia.

Giulia Niccolai
(da: Nuovi segnali, antologia sulle poetiche verbo-visuali italiane negli Anni Settanta-Ottanta, a cura di Vitaldo Conte, Maggioli editore, 1994). Riportato nella Rivista Quinta Generazione, anno XII, 1984, Maggio-Giugno)

lunedì 5 ottobre 2009

EDOARDO SANGUINETI
(1930)


Purgatorio de L’Inferno
XVII poesie, 1960-196316


16

mentre dicevamo: ma guardatela; (quella luna); ma proprio allora
io pensavo (ma tranquillo) alle parole già scritte a mia moglie:” ma
tranquilla”; (avendo spiegato); “ma tranquillo” (più tardi); “ per
Sempre” (quel minaccioso significato);
i piedi
nell’erba bagnata, nel sentiero, dopo la pioggia, incerto, in mezzo alle mucche
normanne (.:.); e poi l’alba, appunto; e poi Madame Heurgon, che ci vede
da una finestra del castello (nell’alba);
e poi non importa, appunto, niente;
(dopo la colazione, la buonanotte, il buongiorno, nella cucina, nell’alba);
e poi: stanco di spiegare, poi, di giustificare (di giustificarmi); (e volevo
dire, appunto: di giustificarmi – come ho spiegato – “ per sempre”);
e poi:
stanco di così insistente ricorso; (a fantasmi); dicendo: perché avrai
notato come mi sono affrettato, insistente, a ricorrere….;
e così via); (a fantasmi);
ma tranquilla, Luciana, davvero ( il 30
settembre), più tardi; ma voglio poi dire, adesso: “per sempre” (….);


Edoardo Sanguineti
(da Segnalibro. Poesie 1951-1981, Feltrinelli, 1982)
ANTONIO PORTA
(1935-1989)


RAPPORTI UMANI

Camminare diviene intollerabile, è passato
un altro anno con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’é.

Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
mi raccontava una storia- sì, ma soltanto la fine-

Antonio Porta
(da: I rapporti, su Poesia italiana del Novecento, a cura di Edoardo Sanguineti, Einaudi, 1969)
NANNI BALESTRINI
(1935)


1


Di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

la vista è incomparabile col bel tempo ma è
spesso offuscata dalla nebbia

panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
ghiacciato sulla vallata e le montagne circostan-
ti

panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
cime oscillanti che lo dominano

con una rivista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
tagne a O e a N

fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
Cevenne

avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
del cielo

increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
me un fiume che discende nella vallata

lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
lato e le alpi marittime da quello opposto

lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dal-
tra sui due versanti

colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
carichi di pioggia spruzzi di azzurro

un azzurro fiume di jeans.

Nanni Balestrini
(da:” Blachout” Feltrinelli, 1980)

domenica 4 ottobre 2009

TOMMASO OTTONIERI
(1958)


IL SOFFIO DELLA TERRA


Sono nella terra, solo. Tutt’intorno, zolle rivoltate, terreni
coltivati a patate, e la raccolta detto fatto, e via. Tutto quello
che non si vede, stando nella terra. E il ventare discontinuo
d’un’autostrada semiabbandonata, lassù, che se ci passa un
autotreno sul cavalcavia vibra, gonfia le ossa, le stritola, Io
sento: Terrapieni, dalla piana, e il gettito d’asfalto lungo fino
all’Adriatico, che io non posso vedere e che sento. Vibrato…
nella terra…. dove sciogliendosi giorno su giorno….No, que-
sta è la terra, questi sono gli occhi, occhi su occhi, occhi nel-
la terra. Dove colliquandosi a nutrirla….Vedo la pianta non la
vedo che si gonfia, giorno su giorno, succhia via…..scioglien-
dosi….e si fa grassa e soffia. E’ la mia terra.

E’ la tua terra. Vedo i tuoi occhi nella terra. Vedo le mani……
sprofondano in liquami…..occhi spenti, terra spenta, si gon-
fia, tua. I canali che convogliano nella spianata quello che la
gonfia e la fa forte, le strade diritte si secheranno a 90° rico-
noscenti, ancora, auff, ancora, file d’alberi chinandosi, si pi-
gliano la pappa, salutano, frusciano, arrivano dove sei tu,
non ti preoccupare.

Immobile. Una maledizione ti dico. Questo piantare le radi-
ci e la radice sei tu, in questa terra inesistente, stare nella ter-
ra e la terra sei tu, proprio tu, inesistente, ah! — un metro e
poco più di terra su di sé ed è tutta un’altra storia. Niente da
ridere. Tutto filtra, tutto cresce. Si pianta, sono le radici,
niente da ridere, filamentoso, qualcosa che mi pianta quas-
sotto, che mica lo estirperesti, fa freddo. Dio, i miei pensieri
qui a sciogliersi nella distesa di patate….E la nutrono, amo-
revoli, distesa, l’infinità dei campi, che mi gonfia non lo ve-
dono i miei occhi….Nella mia terra.

Dentro la terra. Occhi spaziano. Spenti spaziano, spenta ter-
ra, la tua.

Un fazzoletto di terra dove sognare, e già che sogno. Spen-
to, liquido, non qui, non altrove. Dove te ne vai ragazzo?
Perché non qui a mandarmi il tuo calore? Corpo vivo sulla
terra morta. Quaggiù, con qualche buona spanna di terra so-
pra gli occhi….respiro…questo disciogliersi….qualcosa bat-
te….più niente. Il freddo che fermenta dagli alluci in su, stan-
do nella terra, la mia terra. Dimmi ci pensi? Dissipando le
sostanze negli umori della piana….

Tommaso Ottonieri
(da: Contatto, 2002 - La parola negata di Mario M. Gabriele - Nuova Letteratura, 2005)
MARIANO BAINO
(1953)


Pinocchio fuggitore
all’alba, nel levare
chiodoso delle gambe

in un odore
elettrico, che ha un filo
di preumano

(il gesto
della fruga, l’ora)

a salti di capretto. di puledro
stincoso o di felpata lepre

fughe
in nebbie, brume del fuggire
cose che t’inseguono,
a inseguirle
fuggono, vaghe anch’esse

dell’utopica
figura del fagotto, i tacchi
alzati,
via

dai troppi
padroni, troppi
cacciatori

la strada di pinocchio
tra le case
taglia, s’inoltra
nei vicoli incrociando
quartieri, s’inerpica in salita,
rampa
sugli azzurrognoli contorni della city
come in rollanti corridoi di Josef K.

surriscaldato legno di pinokkio, pianta
stremata, fruscula nel vento
strapazzone

su terrazze condominiali, cieli o terre
di nessuno, a balzi lunghi
da fare i vermi

biancheria per aria,
in asciugata
in aria dove alte
gru sorvegliano

cancellerie parcheggi assi
pedonali, in cima a un monte
d’immondizia oveggia
un uovo

Mariano Bàino
(da Pinocchio (moviole) Introduzione di Francesco Leonetti, Manni Editore, 2000)

sabato 3 ottobre 2009

LEONARDO SINISGALLI
(1908-1981)


PASQUA 1952


Le sere d’aprile son fredde e tristi
quaggiù nei cameroni di casa mia.
Mio padre si muove appena tra il focolare
e la latrina. Lo portiamo a braccia, lo svestiamo
gli sciogliamo le scarpe per farlo dormire.

Le pendici del Serino sono ancora bianche di neve.
Ci siamo tappati nelle stanze, a stento
ci arrivano dalla piazza i rintocchi dell’orologio
Il fumo ci arrossa gli occhi,
è umida di bosco la legna mortacina.

Cristo risorgerà dal sepolcro di iris,
i messaggeri ce l’hanno annunziato
bussando alle imposte.
I piccoli pastori ci portano i primi
asparagi dalle spinete, l’ortolana
scalza è entrata con un cesto di fiori di rape.

Aspettavo da trent’anni una Pasqua
tra i fossi, il muschio sopra i sassi,
le viole tra le tegole. Ma i morti
dormono nelle bare di castagno,
sugli archi delle stalle e dei porcili,
sulle crociere delle cantine e dei pollai.
Fanno fatica ad abbandonare per sempre
le nostre sedie, i nostri letti,
dove vissero tanti anni di lenta agonia.

Lungo le strade gli stracci
neri delle vesti sono più silenziosi.
Un gruppo d’uomini brucia col ferro
il grumo di veleno nella bocca dell’asino.

M’ero messo in viaggio verso una Pasqua
in fiore, incontro al Cristo purpureo
che solleva il coperchio di grano bianco
cresciuto nelle grotte.

Tutto quello che io so non mi giova
a cancellare tutto quello che ho visto.
I fanciulli soffiano sul carbone
perché dal piombo fiorisca
il simulacro della rosa.
Vanno e vengono per casa le visitatri
cia portarci i sarmenti per il fuoco,
le ceste d’uova, le parole di cordoglio.

C’è sempre nelle stanze il ricordo
di un lutto recente o il gemito
di un vecchio malato.
Mio padre ha il sangue greve.
Si duole della sua immobilità.
Lo caricheranno sulle spalle i miei nipoti
e un giorno, un tiepido giorno di là da venire
lo porteranno alla vigna. Lo porteranno
a mezza costa, sulla sedia
di braccia intrecciate.

Ci è toccata questa valle, questa valle
abbiamo scelta per tornarci a morire.
Dove Gesù risorgerà con molta pena
noi speriamo ardentemente di sopravvivere
nel cuore dei congiunti e dei compagni,
nel ricordo dei vicini di casa e di campo.

Come fischiano le rondini
intorno alla chiesa di San Domenico
semibuia il giovedì delle tenebre!


Leonardo Sinisgalli
(da: LucaniArt.Magazine)

venerdì 2 ottobre 2009

AMELIA ROSSELLI
(1930-1996)


X

Ho nella stella nera del mio destino
un qualche cosa che non è questo
versificare per buone donne o fanti
o spente illuse stelle silenziose
o rauche vanità d’essere additata
tra i primi.

In capo al masto, che scotendosi
s’adattava bene a tutti i venti
e silenziosamente sempre rimontava
tu ti penti.

Ma ora hai scelto magnificamente
la tua sorte, sortendo tra i sorteggi
un bacio immaginario, tutto un
trainare di distinzioni, sfumate
e elefantiche.

Direttamente nel vuoto del fango
mai alzare voce, infatti: quando
sostando vicino alla tua passione
la bruciasti.

Amelia Rosselli

(Da: Documento- dodici poesie, su Almanacco dello Specchio, n. 5, 1976 a cura di Marco Forti, Mondadori)
ARMANDA GUIDUCCI
(1923-1992)

MUTAZIONE 2

Un graffio sul tuo viso e un altro graffio
presto di te non rimarrà più nulla
del tuo fulgore, di tutto ciò che ho amato.
Lo scatto dello sguardo, quei capelli –
le tue mani sottili, di betulla.
Eppure, ti ho distrutto. Io sono il giorno
che ti ha goduto posando sai sul giorno.
Sono io la goccia che ti ha eroso,
fra occhi e guance scavano questa fossa.
Il tempo che ti uccide ha ormai il mio viso.
Il mio respiro attraversa la tua morte.

Armanda Guiducci
(da Effetto città. Sedici poesie, introduzione di Marco Forti, Almanacco dello Specchio n.4, 1975)

giovedì 1 ottobre 2009

GIOVANNI RABONI
(1932-2004)


CREDITORI


Cerchiamo di parlare
in due minuti, mentre qualcuno aggiusta
le tende alle finestre e gli amici
sono già per le scale. Sempre c’è
poco tempo quando dobbiamo fare
i conti con i morti. E così dico
a mia madre di aver pazienza – a lei
che vicina a morire, ancora
vuol sapere com’era la mia cena.

Giovanni Raboni
(Da :Parti di requiem, Almanacco dello Specchio n. 4- 1975, a cura di Marco Forti, Mondadori Editore)

TRASLOCO


Presto di mattina
a un passo dal cancello, non ricordo
se in strada o nel giardino.
Non era chiuso, né aperto. Poteva
essere molto tardi. Poteva esserci vento.
Bisognava rincorrerli – gridare
slittando sulla ghiaia,
darsi slancio sui pali delle dalie,
abbattersi sui platani, volare
su tre gradini di graniglia,
svelto, più svelto! Prima che qualcuno
(la Gondrad, anche allora?) bestemmiando
per troppo noce,
ansando cieco per le scale,
portasse dentro – prima la testata,
poi le molle, le sponde –
il letto di mia madre.

Giovanni Raboni
(Da: Parti di requiem, Almanacco dello Specchio n. 4. 1975, a cura di Marco Forti, Mondadori Editore)

LA BARA


Mi chiedo se una bara
può essere così calda, davvero, come è stato
questa notte in un sogno-
dico calda da dentro se per ridere
cerco di sollevarla, se la tolgo
al fugone, alla fossa,
se l’abbraccio, sapendo nel legno che sei viva.

Giovanni Raboni
(Da: Parti di requiem, Almanacco dello Specchio n. 4-1975, a cura di Marco Forti, Mondadori Editore)
MARGHERITA GUIDACCI
(1921-1992)


IL GRANDE MAZZO DI GIGLI


Il grande mazzo di gigli… Stringevo tra le braccia
quel candore, stordita dal profumo vertiginoso.
In cosa mi somiglia, mi chiedevo. Domandomelo
tu avevi detto che in qualche modo mi somigliava.

Avvizzito da anni, tornava ancora
ad abbagliare la memoria con la sua luce di neve.
Era invincibile come l’alba, come la scia della luna
sulle acque in cui sprofondava la mia vita
di naufraga- e soltanto a quell’immagine
io mi aggrappavo allora, per salvarmi

Margherita Guidacci
(da: Inno alla gioia, Centro Internazionale del Libro, Firenze, 1983)