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sabato 15 ottobre 2016

POESIA ITALIANA: UBALDO DE ROBERTIS

UBALDO DE ROBERTIS
(1942)



Qualunque sia

Qualunque sia lo spazio
che la fiaccola rischiara
il pallore schiude la strada alle ombre
ed ecco che gli astri dal corpo sottile
e gli alberi  in fiore
restano inosservati come le donne
che sanno squarciare le nuvole
sfidare  i giorni dell'oscurità
In realtà ti camminano accanto
ma tu non te ne avvedi
non possiedi la luce
[ interiore ]
che intende e traduce    il mondo
a nemmeno riesci a rendere vividi
i ricordi
il nesso che unisce un nome ad una cosa
la traccia di un suono un'immagine  un fatto
e nemmeno riesci a muovere le labbra
recitare un brano
di Poesia
La filosofia di Wittgenstein 
dovrebbe insegnarti che il pensiero
è il ritratto logico dei fatti
e la totalità dei pensieri veri
è una raffigurazione del mondo
non le parole ma la vita esprime il significato
 o il valore degli atti
atomici   
lo stato di cose    gli atti che foggiano
il mondo
che accadono e sanno manifestarsi ma sono
Muti
e allora chiediti
                           vivendo
 cos’è il linguaggio e cos’è      il mondo....





sabato 17 settembre 2016

POESIA ITALIANA - GIORGIO LINGUAGLOSSA


GIORGIO LINGUAGLOSSA
(1949)



DUE POESIE INEDITE di GIORGIO LINGUAGLOSSA da Il tedio di Dio con il Commento di Mariella Colonna

El Aleph

Il Labirinto era una costruzione priva di sincerità, di simmetria,
creato per suscitare meraviglia e ritorsione negli uomini.
Nel pensiero dei selvaggi trogloditi, che lo eressero,
imperfettamente, nel suo centro, dicevano,
ruotasse El Aleph luminosissimo
che dà l'eterna felicità agli uomini che lo posseggono...
[...]
Fu così che tentai l'impresa della sua conquista.
Io, tribuno militare della legio Victrix,
abbandonai l'aquila imperiale, disertai, e mi inoltrai
nell'insondabile deserto con alcuni mercenari agiri.
Gli dèi plutonici non furono prodighi con la nostra audacia...
La siccità, l'angoscia e l'insonnia insinuarono il dubbio
nelle menti dei soldati minandone la tempra,
dissolvendone la ragione;
le febbri e gli dèi minori si impossessarono dei sopravvissuti...
[...]
Con pochi fedelissimi mi avventurai nel deserto dove gli uomini
furono preda dei coccodrilli famelici
e degli scorpioni che infestano quelle plaghe desolate.
[...]
Una mattina, gli uomini, arsi dalla follia e dalla sete,
si dileguarono, lasciandomi solo nel deserto.
Fu allora che aprii gli occhi. Vidi El Aleph sostare nell'aria,
luminosissimo... ruotava sul proprio asse emettendo
una luce irreplicabile...

Allora compresi che il Labirinto era nient'altro
che il deserto, e che la Città degli Immortali era una idea folle
inventata dai saggi trogloditi per fuorviare e
ingannare gli uomini...


Gli ozi di Berenice

I soldati rinvenirono pepite d'oro nel fiume degli ecatonchiri.
La febbre e la perfidia si impossessarono del loro animo.
Molti si gettarono in quel fiume.
Altri, presi da scelleratezza, disertavano le coorti
di stanza nella città.
Gli ozi di Berenice e un fiore misterioso affievolivano le loro menti.
Inutilmente feci accecare le guide mauritane.
Incauto, fui prodigo di algida severità.
Invano i soldati si spalmavano la cera nelle orecchie.
Molti si bendavano gli occhi per non vedere
il brillio delle pepite,
supplicavano di essere legati e imprigionati.
Chiedevano di essere frustigati.
Tutto fu inutile.
Vennero ingoiati dal deserto accecato di luce
e scomparvero.
Dove la luce è più alta.
Appresi allora che l'immaginazione è più forte della realtà,
e la menzogna più attendibile della verità.
Nel ricordo del sogno rammentai i Titani
dalle cento braccia, il loro canto sinuoso e arcaico,
che ci offrivano pepite d'oro a piene mani.
Compresi allora il dolore di Odisseo legato
all'albero maestro...



1) El Aleph - Quello che colpisce e sorprende, nel linguaggio poetico di Giorgio Linguaglossa, è la paradossale quanto ragionevole e coinvolgente sinergia tra realismo rigoroso e capacità visionaria. La singolare dote creativa di  saper coniugare e unire l’intuizione dell’impossibile alla concretezza dell’esistente è la chiave comunicativa e l’impronta che il poeta dà alla prima delle due poesie che presentiamo, El Aleph , legata all’ “aura” magica della frequentazione di Lingualossa all’opera e personalità di Borges. Con parole che includono l’ombra generata dalla stessa luce che emanano, Giorgio ci racconta una storia “autobiografica”, in cui ci investe e inonda delle proprie emozioni, ma è forse più esatto dire che è “come se” l’avesse vissuta davvero, in qualità “tribuno militare della legio Victrix”, dopo aver disertato e abbandonato le insegne della Roma imperiale. Il crescendo della tensione narrativa ci accompagna nel viaggio allucinante in un deserto dove la sete, l’avversione degli dei e soprattutto il fuoco solare insieme a mostruosi animali decimano il numero dei soldati al seguito: il legionario romano resta solo e raggiunge da eroe il luogo dove l’Aleph gli appare luminosissimo e sospeso nell’aria... il racconto ci coinvolge come drammaticamente vero, ma il poeta, con un colpo di scena finale nega, motivando, la verità e realtà di quanto ha prima narrato: e qui si accende nel lettore la lotta tra le parole e la loro ombra, tra il reale e l’immaginario. Ma è importante sottolineare che in questa poesia il reale non tradisce mai se stesso neppure quando è l’elemento base su cui l’immaginario si solleva e prende vita in tutta la sua potenza, come nel momento della visione dell’Aleph. Sconcertati, ci domandiamo se «i saggi trogloditi» ideatori de La città degli immortali fossero spregevoli falsari o potentissimi visionari-profeti. Credo che neppure il poeta possa o voglia saperlo, tanto le sue parole si distaccano da lui e vivono di vita propria...
2) Nella seconda poesia, Gli ozi di Berenice, Linguaglossa ci rappresenta con parole  e immagini-simbolo, preziosi frammenti di realtà  «storica» che si compongono come in un mosaico. E il lettore viene chiamato a vivere un’avventura sconvolgente che si conclude in modo tragico per i soldati per la loro frenesia nella ricerca dell’oro, ma anche per la misteriosa magia di un fiore. E’ notevole, qui, lo snodarsi delle parole sempre in crescendo, come dalle spire di un serpente che poi finisce per divorare gli infelici soldati. Una scheggia di mito come questa, si sa, ha quasi sempre un finale tragico: e, in questi versi, il mito accende i riflettori sull’influsso demoniaco che il potere dell’oro e del denaro esercita sugli uomini di tutti i tempi e in particolare sull’umanità di oggi. La conclusione sconcerta: la menzogna dunque ha più seguaci che non la verità? È vero, l’inganno satanico riduce l’uomo “in cenere”, ma l’uomo si potrà salvare finché poeti come Linguaglossa scriveranno versi da lanciare come giavellotti (e con sacrosanta violenza) verso le coscienze profondamente addormentate nel sonno della ragione. Ma che l’Immaginazione sia più forte della Ragione non dovrebbe dare scandalo, anzi: se la capacità di immaginare salva l’uomo dal nulla del pensiero unico e dai miti della falsa ragione, la Ragione vera non crea miti ma può andare d’amore e d’accordo anche con la vera Immaginazione.
Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 - 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 - 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull'uso dell'autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Ha fondato la Rivista Letteraria Internazionale lombradelleparole.wordpress.com  - Il suo sito personale è: www.giorgiolinguaglossa.com
e-mail: glinguaglossa@gmail.com

Mariella Colonna Filippone è nata a Roma dove vive con la famiglia. Nel 1989 vince il “Premio Italia RAI” con Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di F. Petracchi (con L.Poli e G.Moschin). Sempre per RadioI scrive: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli-Isola Tiberina è coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Lucca, Premio Nazionale Teatro Sacro a confronto), realizzato e trasmesso da RAI 3 nell‘86. Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce). Nella collana “Città immateriale” ed.Marcon, pubblica Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro Nel 2008 pubblica Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ed.Odoya, nel 2010  Dove Dio ci nasconde, ed. Albatros, nel 2011 Due cuori per una Regina, ed.Guida (coautrice insieme al marito Mario Colonna), nel 2013 L’innocenza del mare (Europa edizioni), Nel 2014  Paradiso vuol dire giardino, ed.Simple.


lunedì 29 agosto 2016

POESIA ITALIANA - MARIO M. GABRIELE


AMATRICE 2016 - INEDITO

La notte gelò  i prodigi nel pineto.
Clarissa aspettava le benedizioni promesse.

Ai passeggeri del sogno
furono condonati i peccati.

Balaam predisse oracoli oscuri.
Ci fu chi trovò la chiave ne I fiori del male.
Al Tempio andavano e venivano profeti.

Cornelius, chiamò le anime all’aperto
facendo di un popolo un’unica catena.
Non disse nulla su David e Betsabea.

Il vento rimosse la polvere sui tetti.
Al Caffè delle Sette Lune  tornò  Brodskij
con le Elegie Romane.
Una esistenza tranquilla chiedeva Caroline
dopo i delitti della natura.

Se stasera mi vuoi nei tuoi sogni, Lucy,
non lasciarmi più solo!
Ci sono i Blu Garden e le short stories
per uscire dal ventre del nulla,
anche se la stagione ha serpenti e meduse
e nessuno riesce a trovare una strada
in questa città di camini abbattuti.

Nella mente torna We came along, this road.
Ingressi liberi dappertutto: Waste Land.
La ragazza fra due colonne
aveva un iPod fra le mani.

Bianchi manichini ora affollano un album
di foto screziate.

Giorgia è tornata all’aperto.
E’ stato un giorno di veglia
e di Capricci di Paganini.

Mario M. Gabriele












martedì 16 agosto 2016

POESIA ITALIANA: Flavio Almerighi


FLAVIO ALMERIGHI
(1959)



Sei lezioni di recitazione


Occhiali da sole come sempre,
abitino fucsia e pelle d’oca
su cosce diversamente levigate.
La gente si muove soltanto
per poterti dire - cercami!
Dalle panchine i marziani,
unici soqquadri pericolosi,
coi pantaloni bagnati
guardano non si sa cosa.

Abituatevi a pensare
tipo - vivo sul fondo
di una ciotola di morenti
non - tanto a me non capiterà
oppure - prego lasciate prima
che si laureino i miei figli.
Un percussionista acustico
sottolinea discreto parole
di Ray LaMontagne, chitarra.

Copiare la realtà, farne l’autopsia
non è bellezza - certo fa caldo,
giusto per conversare
vista la malapolitica,
i campionati finiti
i prossimi lontani,
e nella calma, contratto in prova,
la barba cresce,
tacciono i ricordi di famiglia.

Mi sposerò presto, ma se gradite
il mio culo è un’acquasantiera,
molti morenti cercano
posti in piedi pur di restare fermi.
La cosa migliore
è inaugurare la stagione
cercando di azzeccare
il colore degli incisivi
dietro labbra ermetiche,
farci su la scommessa
vincerla.

In questo momento nidiate di attori,
fitte come cavallette in tour,
stanno osservando fondamenta
appena riportate in luce
di un’antica torre civica.
Fingono stupore – ma mioddio
pensavo fossero più in là,
ripetono all’unisono,
poi – passami un’acciuga.

Concludendo.
Il metodo Stanislavskij,
il tanto un tempo in voga
actors studio,
hanno confuso più di una troupe
a un punto tale da far sentire
protagonisti i figuranti, e poeti
gli analfabeti di ritorno.
Una colf sa lucidare il tramonto
molto meglio del poeta
che non sa dove torna.
Così deve essere.
Quando il mondo è un’ostrica
e tu tenero armadillo.



venerdì 5 agosto 2016

POESIA AMERICANA - Anne Sexton


ANNE SEXTON
(1928-1974)


Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.

Traduzione di Edoardo Zuccato

Anne Sexton
L’estrosa abbondanza
a cura di Rosaria Lo Russo,
Antonello Satta Centanin, Edoardo Zuccato
Crocetti Editore 1997






domenica 24 luglio 2016

NEVE IN OTTOBRE - Mario M. Gabriele

Questa parte di racconto, viene pubblicata su L'isola dei poeti" ,e fa parte di un romanzo, in fase di ultimazione, il cui titolo "Neve in ottobre" si riporta ad un avvenimento realmente accaduto a sette chilometri da Firenze, che fu al centro delle cronache, per l'inizio di una serie di episodi strani, che culminarono con la caduta di una sostanza bianca dal cielo, attribuita a un fenomeno ufo.



Tutti noi abbiamo avuto un anno che ricordiamo per il resto della nostra vita. Un anno in cui fatti straordinari, o persone straordinarie hanno cambiato per sempre le nostre esistenze, come se quei fatti o quelle persone ci aspettassero al varco, consapevoli di un destino già scritto da qualcun altro.

L’anno che ha segnato una svolta, non solo nella mia vita, ma anche in quelle di alcuni uomini e donne di Antella, frazione di Bagno a Ripoli, a 7 km da Firenze, fu il 1954! Era l’anno in cui esplose il mito di Marlon Brando. Marilyn Monroe sposò Joe Di Maggio. De Sica lanciò Sofia Loren  nel film L’oro di Napoli. il Presidente Eisenhover pare incontrasse gli alieni in gran segreto nella base militare di Edwards, e la Fiorentina spadroneggiava in serie A.

Il 6 maggio, il giorno del mio compleanno, nonna Eliodora mi raccomandò di presentarmi al Bar  Larry Luna  alle 4 del pomeriggio. Mi attendeva la solita festa a sorpresa,  per modo di dire, dato, che ogni anno era identica alla precedente. C’erano proprio tutti.

Dal bancone, Michele mi sorrideva con i suoi dentoni d’oro e i suoi chili di troppo, mentre finiva di apporre sulla parete lo striscione: Buon compleanno. Intanto gli altri, alla spicciolata, cominciavano a farmi gli auguri. Prima, nonna Eliodora, sempre amorevole nei miei confronti. Poi le sue amiche, Teresa e Carmela: due signore così gentili, dai corpi esili, ma capaci di abbracci talmente vigorosi che non potevi fare a meno di chiederti dove trovassero tutta quella forza; e poi Bill e Tony, compagni di mille avventure, e ancora  la Sig.ra Mary con in braccio l’inseparabile barboncina Blake eyes,  ogni giorno sempre più somigliante alla padrona, Davide innamorato della Monroe e con l’idea fissa di voler essere come Marlon Brando, infine  Mike.

 In realtà Mike lo chiamavamo Louis, per la sua perfetta imitazione del grande Armstrong.  Rimase qui dopo che gli Americani passarono trionfanti per le vie della Toscana e si innamorò, non ricambiato, di Gina, minuta, ma dal viso grazioso. Persino Nicola, il brutto, si presentò. Era facile capire perché lo chiamassero così. Aveva un porro così grande, che non si capiva cosa iniziasse prima, l’escrescenza o la faccia.  Invece. l’unico a mancare, come ogni anno, era mio padre, così concentrato sul suo lavoro da avvocato che non aveva tempo per farmi gli auguri. L’unica vera novità era il televisore, il solo  presente in paese. Era un mobile con incastonato un cinescope circolare. Costò circa 250.000 lire: una cifra astronomica per l’epoca, se si pensa che una paga di operaio era di circa 40.000 lire al mese. Nessuno sapeva come Michele avesse potuto permettersi un investimento del genere.

In effetti si trattava proprio di un investimento, dato che il televisore incentivava la clientela e quindi le consumazioni. Allora non c’erano i blind pigs, con  marijuana  e whisky scozzese,  ma camomille allo zenzero e cioccolatini Perugina. Il locale si trasformava così in una vera e propria sala cinematografica con ordinate file di sedie per gli spettatori.
Per la prima volta vi entravano, senza imbarazzo, anche le donne, che iniziavano a seguire i primi consigli della pubblicità: dal rossetto, al profumo Paglieri, dalla saponetta Palmolive, allo shampoo e al dentifricio Durbans.

Ecco perché c’era più gente del previsto alla mia festa a sorpresa. Ma non mi importava. Era un modo come un altro per stare in compagnia. Il pomeriggio trascorse all’insegna di  divertimento e goliardie, fino a quando qualcuno entrò nel locale e disse in inglese: “What  are you doing?”Outside are the girls? Quella frase suscitò ansia e agitazione in tutti i maschi scapoli presenti, che fecero la fila davanti allo specchio per sistemarsi e apparire più belli, prima di lasciare il bar.

 Non avevo idea di chi giungesse in paese, ma seguii, come gli altri, il branco affamato, fino in strada. Da un vecchio autobus scesero alcune donne, scatenando curiosità nell’improvvisato comitato di benvenuto, prevalentemente maschile.   Si aprirono le portiere, scesero tre signorine dicendo di essere, le governanti del Conte Mineo. In seguito conobbi i loro nomi in un incontro casuale al bar. Non so perché, ma dopo molti anni, furono le protagoniste principali in  “Le amiche di Hamlet “e cioè: Laura, Helen  ed Elisabeth, venute dal New England, per un canto d’amore e di morte.

 Avevano fascino ed eleganza da vendere, e gli sguardi ipnotizzati degli uomini, che facevano a gara a chi dovesse portare loro i bagagli, Avevano occhi di tristezza e di smarrimento. Ma nessuno notò che dall’autobus stava per scendere una quarta persona. Una giovane ragazza, dai lunghi capelli castani e dagli occhi verde smeraldo. Bellissima. L’orchidea fra le orchidee. Si chiamava Linda, era la figlia di Laura. Appena la vidi, il mio sguardo mutò come quello del branco. Nonna Eliodora mi fece segno di prendere le valigie e con uno scatto felino, anticipando Francesco e Tony di un soffio, mi sacrificai a portare quel “pesante fardello”. Sono quei momenti in cui, un ragazzo comincia a sentirsi uomo, attimi di fierezza e orgoglio che, una frase fuori luogo di Teresa del tipo: bambino mio, metti il cappellino! Il sole picchia, basta a mandarli in frantumi. Avrei voluto sprofondare!

Mia Nonna le abbracciò, una ad una, come se le conoscesse da una vita. Disse loro di seguirle alla casa dei pini, circondata da alberi e tavolini. Sembrava un quadro dipinto a olio da Monet, per quanto era graziosa. La chiamavano la casina dei viaggiatori perché vi andavano ad alloggiare tutti coloro che non si sarebbero fermati troppo a lungo ad Antella: turisti amanti della campagna o gente che fuggiva da qualcosa.

All’interno le pareti erano verniciate a nuovo per cancellare l’ombra dei quadri a muro. Le stanze erano vuote di arredi, dove sempre qualcuno lasciava biglietti d’addio e metà della sua vita. Teresa e Carmela fecero un cenno agli altri e in meno di due ore la casa fu arredata di mobili e suppellettili. Anche io mi diedi da fare. Fu il compleanno più faticoso della mia vita, ma ne valse la pena. Vedere la bella Loris, anche lei venuta in quel giorno alla festa, era la più bella sorpresa.

La sera, a casa, Nonna Eliodora mi spiegò che le donne erano figlie di uno scrittore e commediante, amico di famiglia, che aveva trasmesso loro la passione per Shakespeare e per l’Amleto e che prima di approdare in America, girava per la Toscana mettendo su spettacoli teatrali. Si augurò che anche le figlie potessero regalare qualche momento di teatro in paese ma senza fare business.  Si unì a tavola anche mio padre. Avevo voglia di dirgli che mi era mancato, che cominciavo a sentirmi grande, ma lui mi aveva insegnato a tenere tutto dentro, lasciandomi solo libri e qualche consiglio. Così imparai a nascondere le cose per le quali è meglio tacere.

Amavo in silenzio Dolly e il suo cane Bubù. Ma come è difficile celare le strade del cuore! Mi fece gli auguri e mi regalò una tessera della biblioteca comunale di Firenze da cui avrei potuto arricchire la mia cultura e soddisfare la mia passione per la letteratura. Non aggiunse altro, regalandomi, prima di partire Spoon River. Più tardi, nella mia camera ero così preso dalla lettura che non  mi accorsi con ritardo del tono alto di voce fra mia Nonna e mio padre  Pur avvicinando l’orecchio alla parete non riuscii a capire di cosa stessero parlando. L’indomani passai e ripassai davanti alla casa dei pini con la mia bici, per vedere Candida anche solo un istante, ma non ebbi fortuna. Notai qualcuno salutarmi  dal “Grande vigile”, un vecchio albero con rami che sembravano braccia impegnate a dirigere il traffico.

Seduti ai sedili del Minnesota Club, Francesco e Tony mi facevano cenno di raggiungerli.  Stavano leggendo I Diari con Leucò  e le Poesie di disamore di Cesare Pavese. Li raggiunsi. Sfogliai alcune pagine e mi piacque molto il tono narrativo dell’autore.

Eravamo a pochi metri dalla finestra spalancata della camera da letto del secondo piano, all’interno della quale le donne provavano vestiti. Eravamo sicuri di non essere visti perché coperti dal fogliame. Ad un tratto vidi anche Candida con un sottile asciugamano a coprire il suo corpo.

 Il cuore cominciò a battermi all’impazzata e mi coprii gli occhi, ma solo per un istante, perché tornai a sbirciare furtivamente come quando ci intrufolavamo nel cinema fiorentino, per assistere senza pagare allo spettacolo proibito. Eh sì, perché quello che stavamo vedendo era proprio uno spettacolo! Mi esposi maggiormente per vedere meglio, ma Candida mi vide e mi sorrise.

 Proprio in quel momento Tony cadde dall’albero su paglia e scatole di legno causando un frastuono che destò l’attenzione delle donne. Come lepri in fuga scendemmo giù. Candida, che si era accorta di noi, si affacciò alla finestra, rassicurando la madre e le zie. Sono i soliti guardoni, disse. Le ore pomeridiane passarono lentamente tra i pettegolezzi di Nonna Eliodora e delle sue amiche, i sogni di Davide di diventare un attore del cinema, e gli impietosi sberleffi dei ragazzini nei confronti di Nicola, verso cui madre natura non era stata molto generosa erano diventati il punto centrale del giorno. Il Brutto era innamorato di una stellina del cinema.

Ebbe il suo indirizzo. Le scrisse innumerevoli lettere, con la speranza di ricevere prima o poi una risposta. Risposta che arrivò proprio quel giorno d’estate. Quando Tony, il figlio del  postino, gli consegnò la lettera, Nicola fece salti di gioia, di una felicità quasi isterica, come sempre incontrollate erano le sue emozioni. L’avvicinò al naso per sentire il profumo lasciato dalla sua amata, prima di ritirarsi in casa come il topo si rifugia nella sua tana dopo aver trovato del formaggio. L’attricetta non scrisse mai una lettera. I miei amici avevamo architettato una bravata solo per rompere la monotonia delle giornate. E non fu nemmeno difficile, dato che Nicola, non brillando nemmeno per intelligenza, non si accorse dell’assenza del timbro postale sulla lettera. Parole dolci, scritte da una mano femminile, la sorella di Tony, nostra complice, annunciavano a Nicola un fantomatico incontro, di lì a pochi giorni, al centro di Firenze, nei pressi del Bar delle Giubbe Rosse.

Nel pomeriggio  l’afa fu più clemente e ci offrì una tregua. Un fresco venticello soffiò in paese, venne a bussare alle nostre porte e ci invitò ad uscire. Adulti e bambini si riversarono per le vie fuggendo dal torpore dei loro alloggi. Risate, pettegolezzi, giochi subentrarono alla noia e alla sonnolenza del primo pomeriggio, fino a quando tutti fecero silenzio nello stesso istante. Ci meritiamo tutta questa arsura disse il barman mentre consegnava cinque drink ai palati più fini. Elegante, come a una serata di gala, col suo abito scuro, con una scatola di cioccolatini nella mano sinistra e un mazzo di gerani bicolore, rosa e verdi, nell’altra, Mike si dirigeva con passo deciso verso la casa di Gina.

La scena si ripeteva  ogni dieci del mese, da quando cioè nel 1950 conobbe Gina e se ne innamorò. Ma la donna, già sposata, attendeva il ritorno del marito dalla campagna di Russia, e forse già morto nelle campagne dell’Ucraina. Il corteggiamento la lusingava ma molte volte lo rifiutò.

 Tutti noi assistevamo silenziosi e col fiato sospeso, speranzosi che in quel rituale cambiasse finalmente qualcosa.  La porta si aprì. Mike, col suo forte accento americano, la invitò ad uscire. Gina, come sempre accettò i fiori, i suoi preferiti, e lasciando la porta aperta, si allontanò per porli in un vaso. Tornò dal suo corteggiatore, sorrise mestamente e abbassando lo sguardo disse,, di non poter accettare altro oltre ai gerani e con voce sottomessa, bisbigliò: Sorry|

Un furgone sostò davanti la casa del nostro vicino. Il professore Leonard stava scaricando decine di vasi con fiori e un cartone di libri e di lettere gialle. Nonna Eliodora mi comandò con lo sguardo e mi precipitai ad aiutarlo. Era in paese da poco, ma mai nessuno aveva scambiato con lui più di qualche parola. C’è chi diceva che fosse scostante, chi, avesse segreti da nascondere. La verità era che non amava parlare di sé. Inconciliabile con la realtà dei paesi in cui chiunque chiede di sapere tutto di tutti.  Mi spiegò che aveva fatto mille lavori, ma di non essere mai stato un insegnante. Forse era la sua aria distinta, magari il suo parlare con accento settentrionale o la sua barba grigia ad ingannare la gente. Mi disse che la cosa più bella dell’essere viandante è che nessuno sa niente di te ed è questo che rende tutto più interessante.

Mi confidò che sarebbe rimasto fino a quando gli antellesi avrebbero smesso di considerarlo un forestiero. Parlammo anche delle nuove arrivate e come due vecchi compagni di avventura ci ritrovammo a confessare l’un l’altro di avere un debole per una di loro. Il professore. era affascinato da Elena, che più di tutte aveva un marcato accento anglosassone.

 A me suggerì di farmi avanti con Candida prima che lo facesse qualcun altro. Dovevo superare la mia proverbiale timidezza, ma mi serviva un pretesto per farlo. Termiti! Chi l’avrebbe mai detto che gli insetti più odiati dall’uomo potessero divenire miei alleati! Avevano danneggiato porte e mobili della casa dei pini. Il professore si era offerto di aiutare le amiche di Hamlet e aveva chiesto a me di assisterlo. Le donne ci accolsero con sollievo. Dissero come se fossero davanti al confessionale di Padre Brown: “Da quando  siamo qui, andiamo dove meglio si brucia la sera e si sopporta tranquille un brandy o un caffè, sicure che da questo viaggio non ricaveremo un bel niente. Di certo non resteremo dai Beckett,  sognando le bianche scogliere delle contee.”

Mentre Elena mostrò al professore cassetti e scaffali, Laura mi chiese notizie di mio padre, con un interesse che pareva andare al di là della semplice curiosità. Io rimasi colpito dalle decine di libri sparsi a terra:: dal manoscritto di Van High alle quartine di Kaphéis, da Withmann a Burns, da Dante a Shakespeare e tante storie di spade e cavalieri e cartigli e orationes di chiostri e di cenobi. Ecco come passavano il tempo quando non uscivano per le strade del paese.

 Avevano la mia stessa passione per i libri. Dissi a Laura che un giorno avrebbe conservato gelosamente anche una mia opera fra quei capolavori. Lei, sorridendomi mi rispose di esserne certa. Era la prima persona a prendermi sul serio.  Elisabetta, la più magra, aprì il diario e lesse ad alta voce come in un reading  la Lauda di San Francesco. Fu interrotta da una visita imprevista. Un marine, Philip Marley, un  bluesman del Cleveland, prima di tornare in America, finita la guerra, volle lasciare un ricordo alle amiche di Hamlet, e cioè un bossolo di fucile Winchester: “Non ho altro addosso, disse, ma  ha un valore nel negozio Blue  Devil di mister Ray, che da anni raccoglie memories di bianchi e neri, prima della grande Crisi di Wall Street, salutandoci con un triste Goodbye.
Poi, il nuovo mondo che si era appena aperto, cambiò usi e costumi per un po di tempo.


(Riproduzione vietata. Tutti i diritti riservati)



domenica 3 luglio 2016

POESIA ITALIANA - MARIO M. GABRIELE



MARIO M. GABRIELE

Pioggia d’estate come un rap per le strade.
Vetrine  di Bulgari e Gucci
e passi che inseguono la notte
sui marciapiedi di bidoni e falò,
tra  locandine di Brecht e dell’Angelo azzurro
che hanno inchiodato  i nostri sogni oh Marlene,
come i libri di Doblin lasciati sulla panchina,
ombrelli di carta di viaggiatori notturni,
quando  piove su Berlino
e neppure una colomba
riesce a imbiancare la sera
tra profumi d’Arabia e maghrebini spaesati,
che non hanno mai visto  Blade Runner al Babylon.

Ed eri con me sul treno che attraversava l’Europa
                                               di ponti e palazzi
e graffiti sui muri di Potsdamerplatz.




giovedì 9 giugno 2016

POESIA ITALIANA - ANTONIO SAGREDO

                                                             ANTONIO SAGREDO


 Canti del Bardo
 (necchia)                                

 dicembre  2005

 Quando, quando il tempo avrà luogo nell’eternità?

***


 Qui c’è una luce che  tentò di offuscare le tenebre
- un altro martirio che scantona  nei dettagli,
come nella neve la traccia di un calco, l’urgenza 
di un cammino  e un rifugio da celebrare senza fasti.


Non aveva mai compreso nel bene che lo testimoniava
perché era stato trafitto da folle
che non l’avevano amato mai.
Altri avevano reclamato, per me, una grazia plenaria:
un conferimento che come un dono
l’avrebbe sollevato da una materia oscura e disattesa.
Il  mistico pane lievitò una sorpresa irrazionale.


Simulava sul capezzale una sembianza che gli officianti
ornata avevano di melograni, letanie e incensi,
e cosparso ancora vivente e lucido sul corpo
il balsamo di una risurrezione non gradita.


Qui, nei momenti estremi l’interrogativo
discese dalle sfere come una mazzata,
 e decretò una risposta imperiale: mai la morte
dovrà essere un martirio accettato senza lotta!

                                                                                           Antonio Sagredo

Bardonecchia, 23 dicembre 2007

                                                                                                                   a   S. E.   e    J. Š.
Theotókos

Io per Te, Madre, sono l’infanzia di Dio!
Perché con la fede il corpo si disforma?
È un digiuno degli occhi  questa croce!
Sono gli occhi del digiuno questo calvario!

È da quando ero bambino che Ti consolo sul trono
(Eleusina, tutti i quadri e le icone lo testimoniano)
e ora mi costringi a scendere da questo legno!                                                                                                                                                                                         
Dovevi pensarci prima, Madre!
Una pietà di pietra non Ti  si  addice
da quando avevo il mio cuore così grande.

Da quale Roma fui tradito?
Tu hai la tua Sapientia, e io ho la mia!
Quale Sophia mi vuole conoscere nell’Universo?
Quale Eterno Femminino mi ha ingannato demente
dalle mie origini a un Giudizio che non ci sarà mai?!

Tu invano mi indichi l’altro prima di un incontro,
ma dal sentiero non hai sentito come scricchiola
la mia croce, come se fosse stata sempre la mia culla!
Tu hai la tua che ancora non s’invecchia e Ti consola:
ognuno non si rassegna alla sua, e sogna la Liberazione!

Perché dunque mi hai creato?
Tu che per me sei stata  l’increata!

Per questo, forse, i miei occhi hanno un digiuno di visioni!
Perché,  per la fede, il corpo si disforma?
Io, per Te, Madre, sono stato la memoria di Dio!

Antonio Sagredo
Bardonecchia,  25 dicembre  2007

Krisis

Ancora le Ceneri hanno generato i giorni della Pentecoste
da quando il Tempio fu consacrato ai mercanti delle tenebre
e questo fu un segno di un Dio in disarmo e distratto,
perché la sua delusione stimolò i saggi a giudizi  irrazionali,
come se avessero smarrito nei loro sensi una ragione squilibrata.

La bilancia del Giudizio impazza e non sa che la dismisura:
un destino è un oblio che il tempo traduce in farsa recidiva!
Non ho che una compassione da spargere nelle menti disattese:
per una qualsiasi risurrezione non ho  donato quel diniego
che m’è stato decretato… mai ho sofferto per un martirio artefatto!

Dove Tu hai condotto la tua fede, Tu,  il senza-fede!
Al divino crocicchio hai incontrato tre demoni!
Hai lottato per riaverti dalla terra! Ti sei incarnato -
prima della vita!  Dalla mia soglia ho scacciato le visioni:
avevo fame del concreto, non di paradisi o di mistiche ciarle!

Non ridere,  per me!



                                                                              Antonio Sagredo
Bardonecchia, 25-26 dicembre 2007
(notte fonda, gelida!)


Ti sei appassionato alle Misericordie,
ma non per questo devo esserti  grato.
La visione ha bisogno di tabule concrete,
l’energia che ho sciupato m’ha reso amaro!

Non ho dunque amato invano nessuna storia,
Io, che so le trame e gli intrighi delle Tue Scritture!
L’infelicità non appartiene al Mio delirio:
essere, non è un Mio problema, ma il Tuo!

Gli specchi sono umili e razionali come l’ulivo,
non quello dell’orto fatale che dietro le quinte
impaziente mescolava sangue e linfa, scambiando
le parole dei due attori, invertendo i loro destini. 

Il rancore che Io medito ha un suo alibi imperfetto:
anche la neve è una Immacolata che le tracce nasconde
di chi si tradusse sulla soglia senza testimoni.
Dopo la Fine – il Tutto e il Nulla saranno come prima!


                                                                                                 Antonio Sagredo

Bardonecchia,  26 dicembre 2007
(alba: sgocciolio della luce)


Cristo l’epicureo


Ne faceva di tutti i colori, davvero!
Scambiava perfino Sophia con Maddalena!
Non aveva credito se non con le maschere,
per questo Pierrot era suo intimo amico!

Per  vie sonnolente e nevose  giravano di notte,
mano nella mano, fra chiassetti e  vicoli,
- gelosia di Giovanni! - finché le rosse lanterne sfinivano
i sembianti… ma Colombina, l’ascosa, li rimproverava

con linguaggio da trivio in quella Bettola delle Ceneri,
perché l’ascesis  fosse più eretta nel sudario peloso 
delle notti… l’ultima scintilla fu spenta dal vino!
Sulle pareti pesci e leopardi nel Recinto delle Sofferenze.

Arlecchino rotava il randello come una fabula
e se lo rigirava a suo piacimento… Giudizio          
dell’ultimo giorno, dove sei? quando arrivi? - la data esatta
tradiva lo zelo eccessivo, come una condanna - l’attesa!

L’universo era stanco della sua fine annunciata:
voltò i tacchi e ricominciò paziente il suo dolce refrain.
Non aveva scelta, non voleva il ritorno dell’Eterno,
ma riconobbe il  suo pianto dalla luce - fra le tenebre!


                                                                                               Antonio Sagredo
Bardonecchia, 26 dicembre 2007
(pomeriggio plumbeo)

Ritorno dal martirio


1 – il boia

Non sapeva, lui, a quale santo volgersi, con chi trattare,
diceva: la qualità del supplizio distingue la vittima!
Mi domandò: quale tortura scegli?  E io: la più rapida e dolce.
Allora, per te va bene, la graticola di San Lorenzo!


2 – l’aspirante martire

Gli  dissi: sai, non sono rassegnato, affronto sereno
il martirio nel  nome di non so chi o che cosa.
Un lieve mio sorriso l’aveva ingannato. Allegri
ci scambiammo gli auguri a un futuro a rivederci.


3 - dopo il martirio

Non mi sento affatto sollevato… sono un po’ stanco.
Il boia ha pianto e io l’ho consolato con un bacino
sulle guance, aveva un cuore d’oro, ma in frantumi!
Aveva riso, prima della mia esecuzione!



                                                                              Antonio Sagredo
Bardonecchia, 27 dicembre  2007
(mattino solare)


Il teologo-idiota e Giuseppe Desa

Il colto idiota dal pulpito raccontava bellamente
che la carità è lo stato naturale dell’uomo,
torcendosi sulla philautía, come morso da una serpe!
Giuseppe lo guardava schifato e  con occhio asinesco.

Lui, succube di voli inconsueti, non voluti e non richiesti,
con preghiere, rosari e ceri accesi sugli altari,  attendeva
a un’assenza di teofania, come se la sua ignoranza nota
al mondo fosse  sparsa ovunque, come un peccato da imitare.

Per eccesso di carità lui volava così in alto che gli uccelli
chiesero aiuto a quell’idiota, perché una colta istanza al Principe
dei Martiri almeno un terrore generasse in quel cuore semplice
e mai turbato… ma era caro a tutti gli umili perché le sue mani

erano sporche di sterco di maiale: una fatica devastante
diffondere il verbo alle bestie di cortile! Il teologo è spaventato:
conosce la propria colpa, non la carnalità che combatte bellamente.
Fu un’estasi unica l’ultimo volo di Desa: ne fu gelosa - Santa Teresa!


                                                                                  Antonio Sagredo


Bardonecchia, 27  dicembre 2007
(crepuscolo)


Origine e destino dell’essere non è subire o creare visioni,
come se la volontà fosse un organo sognante della Conoscenza!
Recitavo un requiem ai concetti e alle teorie stralunate,
sapevo che la ragione illuminante è dove non è stata mai!

Non avevo che dinieghi, ricatti oscuri e perfidi misfatti
da raccontare a una folla che applaudiva solo la Menzogna!
Gorgonie e Chimere preparano un banchetto alla Saggezza:
non vogliono essere affamate di profezie e rancide ossessioni.

Portavo a spasso i miei sogni col guinzaglio di credenze certe,
ma Canidia, nella città dei morti, teneva a freno le sue lampade!
Disputavo con le luci antelucane per bandire o esiliare i tramonti,
quando per la mia via consolare vidi trascinarsi un finto martire.

Usava gli strumenti del suo supplizio come campanelli… slogan,
pubblicità spicciola… urlava: i roghi  sono soltanto cristiane leggende!
Ma noi, miei cari, sappiamo in quale chiaro millennio viviamo:
il  cortile dove la nostra vita impazza è segnato dalle nostre origini!    



                                                                                Antonio Sagredo


Bardonecchia,  28  dicembre 2007
(dentro le ore antelucane)


Nemesi

Ancora la maschera languiva per un assolo di archi nell’orchestra,
la viola d’amore affilava gli occhi di Giuditta prima del misfatto,
ma la scena, senza parole, generava astragali e gesti virtuali
perché l’attore  truccasse solo con gli sguardi il festino della sua rovina.

Non ci resta che recitare un calvario per sperare in una farsesca epifania,
la sue parole si sono aggrovigliate sulla lingua come una retorica antica.
Schiodati sono le fini e i principi su quel legno come una finta rivelazione,
non ho che da spartire e spargere la mia arte come sacramenti universali!

Sono giunto alla Stazione del Nulla dove i corvi beccano la mia apoteosi:
non ho voglia di altri succursali, mi basta un quadrante in fiamme per cantare!
Mi hanno applaudito come l’unico evangelo della scena… per la mia liturgia
si sono spellate le mani! -  per l’immacolato martirio della mia Voce! 

Ho spezzato le mie carni in divini gesti come gli atti degli apostoli,                     
le parole ho sminuzzato come ostie  per un rinascimento epicureo,
l’irregolare sostanza del mio delirio è pensiero e preghiera estrema.
La mia infanzia fu già un sacrificio di specchi, di maschere, e sembianti!

                                                                                                   Antonio Sagredo

Bardonecchia, 31 dicembre 2007
(ore quattro del suo ultimo mattino)


                                                                                                                               

                                                                                                                                 a    m. m.

                                                                                                         
Candelabri, che mi donate una vita in ascensione,
una farsa indegna è un canto peregrino
quando il corpo mi distilla un sangue recidivo.
Il sacro  scambio nel banchetto s’è mutato in eros!

Dagli altari sono sceso per offrire alla mia voce
quei gesti inconsueti di una mano destra già recisa.
Una pagana serenità  m’inquieta e mi affligge
se dalla scena mi giunge una buona novella.

Da tempo ho dimenticato la mia morte primigenia,
come una missione la fuga in una cella oscura,
ma il pellegrino nel mondo è un saltimbanco
che dal Regno di Como  lo spirito deforma.

Come un testo classico la sua ventura ha fine
sul ruvido calvario  di una giostra desolata.
Ma testimoni  pure una sola risurrezione la mia parola
e io sarò quella luce che tentò altrove quelle tenebre!



                                                                                     Antonio Sagredo

Bardonecchia, 31 dicembre 2007
( pomeriggio, all’ora terza)